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Le India Pale Lager italiane

Stile simbolo della rinascita craft, dato più volte in cattiva salute se non addirittura per morto, ma sempre capace di rinnovarsi grazie a nuove declinazioni, il mondo IPA conosce da qualche tempo una nuova e interessante varietà, le cosiddette India Pale Lager (IPL). Rispetto a quanto visto fino ad oggi si tratta di una variazione sostanziale dello stile, una sorta di eresia, classica del mondo spesso iconoclasta della birra, soprattutto made in USA. Di fatto si va a intaccare il pilastro di base, cioè l’appartenenza ad una delle due grandi famiglie birrarie e dunque l’intera filosofia produttiva. Ma questo cambiamento è davvero così radicale? E cosa ci ha portato alle IPL?

Prima di tutto è bene precisare che nonostante la crescente diffusione le IPL non hanno ancora una definizione di stile, né a livello formale, che informale. Questa espressione infatti non è riportata nelle linee guida del BJCP, alcuni dei maggiori siti di rating non riconoscono l’acronimo e anche nel mondo della birra sono in molti a storcere il naso. L’unica cosa che è abbastanza certa è che le IPL (a volte chiamate anche American Pale Lager) debbano essere birre a bassa fermentazione, ben luppolate e con dry hopping come le cugine IPA, ma che esulino dalla categoria pilsner anche come scelta di luppoli per evitare sovrapposizioni (in questo senso non sorprende che il valore minimo di amaro più accettato sia 45 IBU, il massimo per una pilsner secondo il BJCP). A variare in maniera spesso consistente è la base maltata di questo tipo di birre, sia nella quantità che nella qualità.

Del resto da anni sono numerosi i birrifici che utilizzano lieviti ad alta sempre più neutri per produrre le loro APA/IPA, proprio per massimizzare l’apporto del luppolo, e contemporaneamente si è assistito ad un generale processo di “pulizia” dello stile, in alcuni casi attraverso maturazioni più lunghe a basse temperatura (fino a vere e proprie lagerizzazioni). In questo senso diventa totalmente naturale l’utilizzo di lieviti e tecniche proprie della bassa fermentazione per la produzione di birre con profili luppolati importanti. La conseguenza inevitabile è la sovrapposizione tra una APA/IPA prodotta con i metodi indicati sopra e una IPL. Sottili sfumature, a volte inavvertibili, possono indurre in errore anche i degustatori più scafati, come ci ricorda la polemica post Birra dell’Anno 2014 sulla Gaina del Lambrate (vincente nella categoria delle APA ma, secondo molti addetti ai lavori, un fulgido esempio di IPL).

Alla luce di quanto detto le IPL non ci sembrano una banale riattualizzazione del concetto di IPA fatto per vendere qualche birra in più o per soddisfare la costante sete di novità del mercato, sembra essere frutto anche di un percorso storicamente già avviato. I sostenitori delle IPL suggeriscono alcuni spunti interessanti sullo stile, capaci di ingenerare un’altra riflessione. Tantissime persone si sono avvicinate a questo mondo inebriati dalle IPA, spesso definite birre getaway, cioè come punto di ingresso nel mondo craft. Le IPL potrebbero essere il viatico per fare conoscere ad un pubblico maggiore anche stili a bassa fermentazione, spesso meno ricercati dal grande pubblico a causa del loro carattere meno impattante. Questa riflessione potrebbe sembrare superflua ad un conoscitore esperto, ma basta entrare in un pub o in beershop e vedere quale è rapporto di vendita tra gli stili classici tedeschi e le IPA/APA, ovviamente il tutto si ingrandisce se si pensa al mondo craft americano.

Anche in Italia alcuni produttori hanno cominciato ad usare l’acronimo IPL in etichetta. A ben vedere la cosa non deve stupirci del tutto: nel nostro Paese infatti tantissimi produttori sin da tempi non sospetti usano dry hopping anche nella produzione di pilsner costruendo di fatto un precedente alle IPL (spesso si è usato il termine italian pilsner in riferimento a queste birre). In sostanza ci sembra che il termine IPL presenti una certa continuità con la storia recente del mondo craft raccogliendo in sé numerose tendenze in atto già da vari anni. D’altronde il riferimento alle IPA non sembra forzato poiché evoca caratteristiche di fatto presenti nella birra e non svia il consumatore, anzi sembra in un certo senso chiarificatore. Di seguito segnaliamo alcuni ottimi esempi italiani che possono essere collocati in questa tipologia.

Le IPL italiane

American Magut del Birrificio Lambrate
Altra produzione del birrificio milanese sulla base della german pilsner di casa, la Magut, da qui la definizione di “west coast pilsner”. Drago Verde del Birrificio Lambrate, 4%., chiara. Il birrificio milanese, uno dei massimi interpreti di birre a bassa ben luppolate, utilizza per questa birra un dry hopping di solo Simcoe. Una curiosità: la birra deve il nome alle tradizionali fontanelle dell’acqua di Milano soprannominate appunto “drago verde”. Gerica del birrificio Birrone, 4,5%, chiara. Apprezzatissimo per le sue basse fermentazioni il birrificio vicentino non poteva esimersi dall’avere in carta una delle prime basse fermentazioni italiane a combinare luppoli americani e continentali. (5% vol.)

Drago Verde del Birrificio Lambrate
Il birrificio milanese, uno dei massimi interpreti di birre a bassa ben luppolate, utilizza per questa birra un dry hopping di solo Simcoe. Una curiosità: la birra deve il nome alle tra- dizionali fontanelle dell’acqua di Milano soprannominate appunto “drago verde”. (4% vol.)

Gerica del birrificio Birrone 
Apprezzatissimo per le sue basse fermentazioni, il birrificio vicentino non poteva esimersi dall’avere in carta una delle prime basse fermentazioni italiane a combinare luppoli americani e continentali. La Germania incontra infatti l’America (da qui il nome che fonde le prime tre parole della nazione europea con le ultime tre della seconda): malto e luppolo da amaro sono tedeschi; made in USA il Cascade. (4,5% vol.)

Amberground del Birrificio Argo
Definita come “american amber lager” si ispira alle basse fermentazioni ambrate della costa Est degli USA, in cui le note caramellate dei malti si uniscono a quelle resinose e agrumate dei luppoli in una bevuta decisa ma equilibrata. (5% vol.)

Hopnotic di Opperbacco
Birraio eclettico e amante delle contaminazione, anche Luigi Recchiuti ha voluto giocare con le basse fermentazioni realizzando una birra di solo malto pilsner con l’aggiunta di fiocchi d’avena e fermentata con lievito Bohemian Lager. Anche nella nota luppolata si sperimenta affidando l’aroma ogni volta ad un luppolo differente (la prima cotta ha visto protagonista il Citra, la seconda il Jarrylo). (5,2% vol.).

GPL di No Tomorrow
Il nome della birra altro non è che l’acronimo di German Pale Lager. Oltre che nel profilo maltato e nella bassa fermentazione il richiamo alla Germania è anche nei luppoli dove troviamo il Huell Mellon, una delle ultime varietà teutoniche introdotta meno di cinque anni fa, in combinazione con il Comet. (5.4% vol.)

ELK di 61cento
Ispirata alle amber ale americane della east coast e premiata quest’anno a Birra dell’Anno, la birra del giovane birrificio pesarese gioca sull’equilibrio e l’intreccio tra luppoli americani e continentali. (5.8% vol.)

Tiber di Eternal City Brewing
Partiti come beer firm nel 2013 e diventati birrificio nel 2015, questa dinamica realtà romana ha già una bassa fermentazione luppolata in carta ispirata al grande fiume della “città eterna”. (3,9%).

Prodigy di Zapap
Ha le idee chiare il bolognese Christian Govoni: 100% malti pils, luppoli warrior e galena per una birra secca ma appagante, dominata da un amaro lungo ma mai invasivo. (6.0% vol.).

IPL di Ribalta e Hammer
Nata da un’idea sviluppata congiuntamente dai due birrai e che ha visto la trasferta di Marco Valeriani nel birrificio della Ribalta per la produzione, questa birra ha come protagonisti il malto pilsner e i luppoli Citra e Huell Mellon. (6.3% vol.).

I Fought The Low del birrificio Toccalmatto
Nella sconfinata gamma del birrificio emiliano non poteva mancare una birra che si colloca ai confini degli stili conosciuti. Incentrata su un nuovo luppolo, il Pekko, a cui vengono affiancati in dry hopping Mosaic e Citra questa birra deve il nome ad un gioco di parole con il titolo di una canzone dei Clash “I fought the law” dove law (legge) è stato sostituito da low per “low fermentation” (bassa fermentazione). (6,8% vol).

Imperium del Birrificio Emiliano 
L’abbondantissima luppolatura del birraio Emiliano Govoni caratterizza la Imperium, sviluppata dal birrificio bolognese per il locale romano Birra+. (7,5% vol.).

Marilyn del birrificio MC 77 
Nome seducente, corpo snello e profumi inebrianti per una birra di notevole intensità in cui le note luppolate regalate dal Sorachi Ace, Simcoe, Citra e Cascade incontrano una bevuta pericolosamente facile. (7.7% vol.).