La birra italiana

Nonostante siano passati duemila anni da quando lo storico romano Tacito chiamava la bevanda dei galli “vinus corruptus”, in Italia permane una certa riluttanza ad attribuire alla birra la stessa dignità riconosciuta al vino. Sicuramente a ridurre il numero degli enofili scettici ha contribuito, negli ultimi anni, la diffusione di prodotti di qualità e soprattutto un’alfabetizzazione birraria senza precedenti. Il periodo tra la fine degli anni 90 ad oggi può, a ragion veduta, esser definito il “secolo breve” della birra, tanto è denso di cambiamenti, come l’exploit della birra artigianale, la nascita di eventi e appuntamenti dedicati, l’attenzione dei media e dei gestori di locali e ristoranti nei confronti di un prodotto di qualità.

Nonostante l’Italia sia un paese a tradizione vinicola, vanta una storia antica che merita di essere approfondita e studiata. Purtroppo le ricerche in materia sono molto rare e ancora il ruolo della birra, soprattutto nel periodo medioevale, resta del tutto sconosciuto, nonostante alcune scoperte meritino attenzione. Tra i primi popoli estimatori troviamo gli etruschi, amanti di una bevanda ottenuta dalla fermentazione di frumenti antichi, moderatamente alcolica, chiamata Pevakh. Anche tra i romani, sia per il commercio con i popoli del Mediterraneo, sia soprattutto dopo il contatto con le popolazioni germaniche, si diffuse la produzione, e la birra trovò il favore anche di personaggi politici famosi. Eppure non si ha molta memoria storica di una bevanda che, essendo prediletta dalle popolazioni celtiche e nordeuropee, ha probabilmente sofferto lo scontro ideologico con il vino, amato e decantato dai romani e dai greci. Un conflitto che nei secoli assunse connotati anche religiosi. Nonostante, come dimostrano alcuni manoscritti databili nella prima metà del VI sec., che attestano come già al tempo di San Benedetto da Norcia nell’Abbazia di Montecassino, nel Lazio, si producesse una bevanda prodotta dalla fermentazione dei cereali (probabilmente la prima birra d’abbazia italiana e forse del mondo), alla Chiesa la birra non piaceva e fino al VI secolo ufficialmente la pratica di bere birra era considerata come un’adesione ai riti e alle tradizioni pagane. Per un primo segnale di distensione bisognerà attendere il sinodo di Aquisgrana (816), quando la produzione e il consumo di birra venne esplicitamente accettato all’interno della regola benedettina. Fino alla metà del XIX secolo la birra mantenne una dimensione artigianale ed un consumo prettamente locale. Nel 1789 si registra la prima testimonianza di una produzione destinata ad una collettività più ampia. A meno di due mesi dalla presa della Bastiglia, le autorità sabaude concessero a Giovanni Baldassare Ketter di Nizza Monferrato il privilegio per la fabbricazione di birra “per la città e per il suo contado”.

L’industria birraria in Italia nasce nel XIX secolo, sull’onda lunga della dominazione dell’impero Asburgico, per iniziativa di alcuni industriali tedeschi che intravidero nel mercato italiano un possibile bacino di espansione delle proprie attività. Per questo dei nomi noti come Dreher a Trieste (1865), Wuhrer a Brescia (1829), Von Wunster a Seriate nel bergamasco (1879), Metzger a Torino (1848), Paskowski a Firenze (1846), aprirono al di qua delle Alpi i propri stabilimenti produttivi. Tra le iniziative italiane del XIX secolo ricordiamo la Spluga che inizia la sua attività nel 1840 in Valchiavenna, in provincia di Sondrio, la Peroni, fondata a Vigevano nel 1845, la Menabrea a Biella (1846), “La Fabbrica di Birra e Ghiaccio Moretti” aperta a Udine nel 1859, la Poretti a Induno Olona nel 1877, e la Pedavena nelle Alpi Bellunesi (1897).

 

La birra artigianale italiana

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Le birrerie storiche