La birra in Belgio

In un Paese di undici milioni di abitanti, poco più grande della Sicilia, sono attivi oltre duecentocinquanta birrifici. Il Belgio è considerato da molti il Paradiso della Birra: un’offerta di stili, colori, profumi e tonalità gustative probabilmente senza pari nell’intero pianeta. Un capitale straordinario di storie e di tradizioni secolari, alcune delle quali si sono trovate (o ancora si trovano) di fronte a un serio rischio di estinzione; ma che oggi, fortunatamente, sono oggetto di una forte ripresa di approfondito interesse, di operazioni di recupero e di attività di valorizzazione anche al di fuori dei confini nazionali.

Eppure sì, c’è stato un momento in cui il Belgio ha rischiato di perdere molto del proprio patrimonio brassicolo. L’orlo del collasso si è avvicinato in particolare nel corso del Novecento, il secolo della concentrazione produttiva, della crescita dei gruppi industriali di maggiori dimensioni, della standardizzazione dei profili sensoriali e della massificazione del gusto dei consumatori. Pensate che, sul finire della Belle Époque, si contavano oltre 3.300 birrifici; negli anni ’50 il loro numero era sceso sotto le 600 unità; e verso la metà degli anni ’90 si raggiunse il punto più basso, precipitando a quota 115. Con il nuovo millennio, invece, sotto la duplice spinta del risveglio di passione per il know how artigianale e della conseguente curiosità verso le peculiarità stilistiche più preziose, è tornata a farsi registrare una decisa tendenza alla crescita dimensionale del tessuto produttivo; tanto che, adesso, il settore sembra trovarsi in discrete condizioni di salute. Oggi si può affermare che la scuola birraria tra Fiandre e Vallonia si sta rinnovando, affiancando, a quelle tradizionali, ricette innovative (o rivisitazioni moderne del classici), dalle quali si attinge nuovo slancio sia per il mercato interno, sia per le esportazioni.

Ciò detto, sia ben chiara una premessa. Pure qui, pure in quella che è la culla di alcuni stili tradizionali più legati alla territorialità e alle radici, dal punto di vista dell’occupazione del mercato e dal punto di vista degli assetti dominanti, a tenere saldamente in pugno le leve del comando è la grande industria; con la sua capacità di inondare gli scaffali, da un lato attraverso prodotti (soprattutto Lager) sensorialmente piatti e dall’altro mediante una potenza di fuoco pubblicitaria la cui efficacia è devastante. Non si dimentichi che il maggior colosso brassicolo mondiale – AB InBev, dal 2015 appropriatosi anche dell’ex rivale Sab, e accreditato di un potenziale pari a 700 milioni di ettolitri annui – affonda le radici proprio in Belgio, ovvero in quel gruppo Interbrew (Stella Artois, Jupiler alcuni dei marchi controllati) che, prima, si era fuso con la brasiliana America Beverage, a formare la InBev; e poi, nel 2008, era entrato – volando a nozze con la statunitense Anheuser-Busch (Budweiser nel suo portafoglio) – a far parte della nuova grande formazione, battezzata appunto AB InBev.

Eppure, al di là di tutto questo, il Belgio – guardando ad esso con un occhio attento in primo luogo alle esperienze di pregio qualitativo – costituisce, ancora e sempre, un tessuto diffuso di specialità storiche, territoriali e regionali, di filoni antichi e di indirizzi di modernità, nei quali palpita un’implacabile passione manifatturiera, una “resistenza” ai processi di omologazione. È a questo panorama tipologico che rivolgeremo ovviamente la nostra attenzione, facendo scorrere una carrellata delle tipicità stilistiche più rappresentative; a cominciare da quelle comprese nella famiglia delle alte fermentazioni.

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