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La crescita del numero dei birrifici negli Stati Uniti: una riflessione

E se il tanto temuto collo di bottiglia sulla strada della crescita del movimento artigianale fosse una prospettiva non così certa come la si tende, generalmente, a considerare? Detto in altri termini: è così scontato che la costante crescita numerica di marchi produttivi (tra impianti proprietari e beerfirm) debba portare a una saturazione del settore, a un surplus di offerta tale da determinare una selezione naturale? Ebbene, porsi qualche dubbio, in merito all’inesorabilità di tale scenario, pare a questo punto quantomeno ragionevole, e in quei termini si pone, alla luce di ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti, univocamente riconosciuto epicentro della craft revolution.

Partiamo, appunto, da alcuni dati numerici forniti da fonti specifiche, tra le quali la stessa Brewers Association, organizzazione in cui si riconoscono i soggetti della sfera micro (o almeno non macro). A quarant’anni dal big bang (verificatosi alla fine dei Settanta del Novecento) da cui ha tratto origine la rivoluzione appena citata, il segmento artigianale conta, nelle proprie file, circa 6.250 unità imprenditoriali (con picchi quali quello della California, che, da sola, ne accoglie oltre 750); occupa una quota di mercato pari al 13% circa in termini di volumi sfornati e pari al 23% sotto il profilo del fatturato in entrata; registra incrementi costanti ininterrotti dei propri fondamentali economici da oltre un decennio; erode terreno alle big labels commerciali, con un’incidenza tanto più significativa a fronte di una tendenza generale al consumo di birra che non ha mancato di denunciare anche segnali di contrazione, come ad esempio avvenuto nel 2017, quando, a consuntivo, vendite fecero registrare un regresso dell’1% circa. In sostanza, la bevuta artigianale attira e tira con efficacia progressivamente maggiore.

Le ragioni di tale dinamica? Molte, ovviamente. Senza voler indicarne alcune con assoluta certezza, a enucleare un insieme di argomenti interessanti è un intervento, sulle colonne del Duluth News Tribune, a firma di uno degli stessi protagonisti dell’esercito craft, Dave Hoops, birrificatore di lungo corso e titolare dal 2017, a Duluth (nel Minnesota), del marchio che porta in suo cognome, la Hoops Brewing. Tra gli elementi evidenziati come tratti distintivi delle tendenze per il 2019:

  • la consapevole ricerca di una sempre più nitida differenziazione rispetto al prodotto dei brand industriali 
  • la capacità di proporre bevute anche e soprattutto facili (il riferimento è in specie al basso grado alcolico e alle basse fermentazioni), quale grimaldello contro il pregiudizio che vuole la pinta artigianale una sorsata cerebrale in opposizione a quella senza troppi pensieri garantita dalle etichette commerciali e multinazionali
  • la possibilità di ricorrere a conoscenze e a competenze tecniche mediamente in ascesa, nonché a materie prime (luppoli, lieviti, malti e via via tutto il resto) oggi reperibili in una varietà imbarazzante in termini di scelta
  • il sempre maggiore ricorso a ingredienti caratterizzanti, spesso di estrazione locale e territoriale
  • il forte aumento del rapporto tra numero di birrifici e abitanti: tanto che oggi, secondo la Brewers Association, l’87% degli statunitensi in età tale da poter consumare alcolici risiede a meno di 10 miglia dal più vicino microbirrificio

In altre parole la cresciuta disponibilità di occasioni per dissetarsi in modalità craft è vista come fattore facilitante e non il contrario. Come dire: più birre artigianali possono portare non all’inasprimento della concorrenza reciproca, bensì a moltiplicare le occasioni per strappare aficionados ai cartelli industriali. E se tale chiave d’interpretazione fosse giusta? E se fosse applicabile anche alla nostra realtà nazionale? In quel caso potremmo modificare il noto proverbio Nel più ci sta il meno in un più attinente Nel più… ci sta il più. Il dibattito, a questo punto, è aperto!