Alla ricerca di un lievito italiano

Se acqua, malto d’orzo (e altri cereali) e luppolo sono quindi fondamentali, non c’è dubbio che il lievito meriti altrettante, se non maggiori, attenzioni. Un vecchio adagio tedesco dice che i birrai producono solo il mosto, poi è il lievito che fa la birra. Mi trovo assolutamente d’accordo: il lievito, pur essendo la materia prima meno concreta, meno tangibile, è senz’altro la più decisiva per il risultato finale. E’ necessario un buon lievito, utilizzato nel modo giusto, per la riuscita di una birra altrettanto buona. È ovvio che se non ci si accontenta del semplice mosto e si vuole realizzare della birra il lievito è indispensabile ma, al di là di questo, mi interessa più la parte aromatica collegata ad ogni fermentazione, la caratterizzazione che ciascun ceppo di lievito è in grado di conferire.

E in Italia? La giovane età del nostro movimento artigianale (bisogna sempre ricordare che i nostri artigiani più esperti hanno circa quindici anni di lavoro alle spalle, che sono molti per certi aspetti e pochissimi per altri) e le dimensioni medie piuttosto piccole dei birrifici offrono un panorama differente rispetto a quello belga o anglosassone. La quasi totalità dei nostri produttori utilizza il lievito, liquido o secco, più o meno come lo usa un homebrewer. La capacità di gestirli è molto cresciuta e i grossi problemi di fermentazione che s’incontravano una decina d’anni fa oggi sono molto più rari, come è vero che i birrai possono attingere da un catalogo decisamente vasto. Sul sito di uno dei fornitori più gettonati, nella sezione “microbirrifici” sono elencati ben trentacinque lieviti liquidi della Wyeast e dieci lieviti secchi della Fermentis.

Per questo motivo credo vada osservato con grande attenzione l’emergere di studi sui lieviti e l’apertura dei primi laboratori d’analisi all’interno dei birrifici. Superati i 10.000 ettolitri di produzione annua diventa economicamente sensato pensare di dotarsi di un laboratorio microbiologo interno, e sono convinto che nei prossimi anni inizieranno a venir fuori birre con ceppi selezionati in birrificio che saranno uniche, nel senso di non riproducibili se non con quello stesso lievito. Ricordo bene una domanda che mi fecero diversi anni fa, durante una giuria di Birra dell’Anno. Al termine di una batteria un giudice straniero (mi pare fosse Derek Walsh) mi disse: “Luca, ma in Italia avete solo un lievito?”. In effetti tutte le birre di quell’assaggio erano evidentemente state fermentate con lo stesso lievito e – seppur ovviamente diverse l’una dall’altra – avevano tutte la stessa timbrica, la stessa firma. È una cosa che mi ha fatto molto pensare, che mi torna alla mente tutte le volte che riassaggio una Saison Dupont o una Westmalle Tripel. Come sempre bisogna pensare ai tempi e ai modi giusti, sono processi lunghi e complessi, ma ritengo che – per poter finalmente parlare davvero di un prodotto nazionale – prima o dopo si debba arrivare a selezionare qualche ceppo “di birrificio”. Ciò non vuole assolutamente dire di rinunciare ai lieviti standard, significa avviare una sperimentazione che potrebbe far raggiungere, negli anni, risultati molto interessanti.
Il grande lavoro di selezione dei ceppi ci ha portato oggi ad avere un controllo di processo, una precisione di fermentazione, una pulizia che in passato non era nemmeno immaginabile. Questi sono valori cui non bisogna rinunciare, ma è pur vero che per ottenere tali risultati si è quasi totalmente annullata l’enorme complessità microbiologica che popolava le fermentazioni del passato. Come ha avuto modo di ricordare Duccio Cavalieri (biologo computazionale presso la Fondazione Edmund Mach di S. Michele all’Adige) in un laboratorio del recente Salone del Gusto, oggi i ceppi di lievito della fermentazione di pane, birra e vino sono nell’ordine della decina. Questo scenario, che oggi ci sembra del tutto normale, in realtà copre meno di 150 anni di storia dell’umanità (gli studi sul ceppo puro di Emil Christian Hansen risalgono al 1883). Per tutti gli altri seisette millenni di fermentazioni la situazione è stata ben diversa. Non si tratta né di tornare al passato, né di rinunciare al progresso scientifico, ma di recuperare – esattamente come sta avvenendo in altri settori alimentari – una biodiversità in passato troppo spesso sacrificata sull’altare del progresso scientifico. Senza scomodare l’anacronistico (come lo definisce qualcuno) ma stupendo (per me) lambic, vera e propria quintessenza della biodiversità microbiologica e della complessità fermentativa, credo che un lavoro di selezione di ceppi – autoctoni ma anche di derivazione classica – in birrificio possa diventare molto stimolante. Come sempre non bisogna avere fretta, le sperimentazioni stanno partendo soltanto adesso e solo in pochi birrifici (Baladin sta provando la fermentazione del ceppo Elixir, di proprietà del birrificio, su tutte le ricette, e Birra del Borgo sta da qualche tempo facendo test su lieviti autoctoni e su incroci di lieviti esistenti), ma sono convinto che sia una strada da percorrere per arrivare ad avere prodotti ancora più unici, ancora più riconoscibili, ancora più “italiani”. Senza mai perdere di vista il risultato finale, la birra, che deve sempre essere equilibrata, piacevole e invogliare alla bevuta, anche oltre un assaggio incuriosito.
Come dice Agostino Arioli, birraio e fondatore del Birrificio Italiano: la birra si valuta dopo il primo litro…
Articolo tratto da Fermento Birra Magazine n. 6



