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Perle birrarie: Cantillon Don Quijote

Capita, a volte, che i momenti speciali scorrano veloci e leggeri con la semplicità di un attimo. E che abbiano la capacità di giungere imprevedibilmente, senza alcuna pianificazione, soprattutto quando devono ripetersi; una volta marcati come unici ritornano quasi per dispetto, al grido di quell’abusata espressione idiomatica chiamata mai dire mai. Era aprile nel 2013, ed aprile è stato diverse settimane fa, alla vigilia di Pasqua – in realtà mancava una manciata di minuti a mezzanotte – dopo quattro anni, quando per la seconda volta ho avuto l’occasione di bere uno dei Sacri Graal (anzi, forse il più ambito in assoluto) per i beer geek, ovvero quella birra che corrisponde al nome di Cantillon Don Quijote.

Cantillon Don Quijote

Imbottigliato nel 2008 da un Jean Van Roy che da poco aveva cominciato a sovrapporsi al padre Jean-Pierre, fu un progetto dedicato al Goblin Pub di Pavullo nel Frignano (Modena) e al fu Livingstone Pub (Firenze), con la complicità dei rispettivi proprietari Umberto Santi e Franco Fratoni: si tratta di un lambic di due anni realizzato con uva fragola – fox grapes o italian table grapes che dir si voglia. Per darvi qualche curiosità da geek e avvalorarne la rarità: si sa per certo che un esemplare di DQ è stato venduto alla cifra assurda di 1.500 dollari, mentre altri annunci di vendita (non è dato sapere se portati a termine o meno) hanno sforato tranquillamente i tremila.

Ma abbandoniamo il vile denaro per ritornare alla poetica occasione: qualche giorno fa, Alessandro “Alle” Belli dell’Arrogant Pub di Reggio Emilia ha deciso di condividere con noi una sua bottiglia di DQ per festeggiare il quarantesimo compleanno di Max, suo cliente più storico e grande appassionato. Ed è arrivata di punto in bianco, nel bel mezzo della sera, sapevamo che sarebbe successo ma è avvenuto così, senza strombazzamenti, rituali e gesti divinatori.

Ci si chiedeva se e come il DQ avesse retto i quasi le dieci primavere compiute. Avevo sentito di alcune esperienze più o meno recenti (entro gli ultimi due anni) ben poco rassicuranti, che mi sono immaginato pronunciare con toni da cassazione riunita: non è che fosse così in forma, non ci ha fatto esaltare. Per cui era un po’ giocoforza farsi prendere dai dubbi: sarà ossidata? L’uva fragola si è indebolita, è sparita? Ci siamo giocati la bottiglia? Le domande sono state spazzate via dalle (forti) emozioni che si sono susseguite mentre il sughero veniva completamente tirato via dall’interno del collo, con il suo caratteristico pop; l’attesa che sfumava, una lentezza che sembrava avvolgere solo noi nonostante la musica e le decine di persone nella sala estranee alla faccenda.

Sembrava come se l’età fosse un dannato valore numerico privo di significato, nulla più: la freschezza dell’uva fragola, di cui era possibile respirare il succo, la dolcezza, persino la sensazione tattile del ruvido degli acini pressati e secchi dopo essersi asciugati, era di un intensità così reale da schiaffeggiarti, per dirti che ehi, guardami bene: è tutto fottutamente vero. Alle note dell’uva, elegante e piena, si univa la pura acidità del lambic nelle sue migliori espressioni, andando a consolidare ogni tipo di sfumatura in bocca durante il sorso. Note sgradevoli in genere denominate sporche, che possono virare fino al fecale: non pervenute. Zero. Tutto pulito. Appagante, totalizzante, di grande bevibilità e dalla giusta cifra tagliente, aspra come deve essere, una specie di canovaccio su cui ogni componente seguiva il movimento come di un ago che lo lega al palato, cucendolo, perché sono quelle esperienze destinate a rimanere: in tutta sincerità, ho avuto la conferma – lo pensavo già quattro anni prima, al mio primo incontro con il Don Quijote – di star bevendo uno dei migliori lambic mai realizzati.

Si dice che siano state prodotte solo 240 bottiglie (120 per ciascun pub), ma nessuno sa precisamente quante siano davvero in realtà, visto che la maggior parte non sono mai state etichettate; si dice che un secondo batch sia previsto prossimamente, addirittura già inserito nello scheduling dei prossimi anni da Cantillon, ma è una voce che imperversa da un po’ e nessuno l’ha mai classificata come ufficiale fino ad oggi. Si dicono tante cose, aloni di nebbia che contribuiscono ad alimentare il mito di una birra oggetto di ricerca in tutto il mondo, ma una certa ve la posso dire: la leggenda vive ancora.