La new generation tedesca: scopriamo i birrifici artigianali eretici
La Germania è uno dei paesi dove ho scoperto che la birra non è necessariamente una bevanda bionda, gasata e quasi insapore. Questo accadeva agli albori degli anni ‘90, anzi, ancora prima, quando viaggiavo con i miei e osservavo mia madre, astemia (ebbene sì) totale, sorseggiarsi una birra, attendendo il momento in cui mi avrebbe passato il boccale per un micro assaggio. Ricordi che forse mi hanno ben predisposto verso una nazione che adoro e che rientra nelle mie mete birrarie preferite.

Sul finire della Belle Epoque attorno al 1910, la Germania contava circa 19.000 birrifici ed era il primo paese al mondo per produzione e per consumo pro capite. Un salto di quasi mezzo secolo e nel 1956 la Germania ha perso oltre diecimila birrifici, contandone all’incirca 3.200. L’emorragia continua fino agli anni ‘90 e poi il dato si assesta più o meno su quello attuale. Facendo dei paralleli, la situazione è molto simile a quella della Gran Bretagna e del Belgio, ma questi ultimi sono in netta ripresa, mentre paesi come Stati Uniti, Canada e Australia (e ovviamente Italia) si stanno facendo largo velocemente. Come se non bastasse oggi la birra viene servita praticamente ovunque gasatissima, in un solo colpo di spina, facendo ben attenzione a non perdersi manco una bolla di CO2, col risultato che è diventato difficile bersene più di una visto che lo stomaco si gonfia come una zampogna. È anche complicato capire cosa si sta bevendo e goderselo. Ho come il sospetto che mia madre resterebbe sulla sua posizione di astemia!

Tornando al manipolo di innovatori di cui sopra il primo che ho conosciuto è Andreas Gaenstaller, che ha cullato a lungo il suo sogno, iniziando da giovanissimo la gavetta in birrifici storici di Bamberga e dintorni. Oggi ha finalmente il suo marchio, Gänstaller-Bräu, un birrificio che guida direttamente (e in solitaria) a Schnaid e una gasthaus, la Zoiglstube Drei Kronen, a Scheßlitz che conduce con Manuela, sua moglie. La sua capacità tecnica è indiscutibile, ma al servizio della miglior tradizione tedesca mette soprattutto il suo estro e la ricerca, che lo portano a rendere incredibilmente attuali pils, helles, dunkel, keller ecc. In tanti anni che lo conosco e assaggio le sue birre non ne ho mai trovata una banale né, tantomeno, con difetti. Di cotta in cotta ha alzato il limite del suo mercato, con birre di carattere e sentori ben pronunciati. Secchezza e amaro non spaventano più, anzi, sono la chiave del successo della sua pils. Ogni volta che assaggio una sua nuova birra, ne resto ammaliato. È anche ben conosciuto e stimato all’estero, e questo lo ha portato a collaborare con altri birrai, olandesi e scandinavi.

A Bonn troviamo Fritz Wülfing che, pur senza birrificio, ha dato vita alla FritzAle, che sin dal nome ci racconta una storia ben diversa da quelle che siamo abituati ad ascoltare a queste latitudini: lui usa solo lieviti ad alta fermentazione, ma anziché produrre weizen, si ispira alla scuola americana delle India Pale Ale, Imperial I.P.A., Imperial Stout. Senza perdere la maestria tedesca nel dosare gli ingredienti, ha creato suggestioni nuove da luppoli americani come simcoe, amarillo, citra, che nelle sue produzioni sono sempre bilanciati e ben domati. Quando lo conobbi, in Belgio, mi regalò una bottiglia di IPA che assaggiai un paio di settimane dopo, tornato in Italia. Lo ricontattai immediatamente per complimentarmi: inizialmente non gli avevo dato alcun credito, consideravo l’idea di usare luppoli e stili americani per un tedesco una specie di “lo famo strano” e non avrei scommesso un centesimo sulla qualità. Fritz, al contrario, è un birraio tecnicamente molto preparato, ha viaggiato molto, conosce la storia e la tradizione della birra, non solo tedesca. Per esempio produce una Imperial Stout da 9%, in cui usa orzo roasted non maltato, così come avveniva in Gran Bretagna per una parte delle birre destinate alla Russia, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.
Poco lontano da Bonn, a Colonia, ho avuto l’opportunità di conoscere Sebastian Sauer: birraio di Braustelle, un brew pub in periferia, importatore e distributore per la Germania con Bierkompass e con il suo marchio di birre, Freigeist. Sebastian gioca con la tradizione, finendo per essere ora iper tradizionalista, con una Kölsch che ricorda i bei tempi andati, ora un futurista impazzito (agli occhi dei tedeschi, almeno) con porter salate e brettate, birre alla frutta o qualsiasi cosa di realizzabile gli suggerisca la fantasia. In entrambi i casi ha i suoi seguaci, ma la maggioranza dei birrai tedeschi lo prende decisamente per pazzo.

I primi quattro di cui ho parlato non solo si conoscono, ma molto spesso si incontrano e discutono sul da farsi, a volte anche collaborando in qualche progetto o presentandosi uniti in alcune fiere o manifestazioni. E sono loro ad aver ispirato questo articolo, e a loro sicuramente si stanno unendo, seppur lentamente, anche altri birrifici, di cui ancora non ho notizia e tanti altri che ho nel mio taccuino come osservati speciali (tra i tanti cito Zehendner Brauerei a Mönchsambach e Schwan Brauerei a Burgebrach) lo faranno a breve. Attenzione però, perché “ci sono molti birrifici” afferma Sebastian “che saltano sul treno della new generation della birra, ma il problema principale è che non lo fanno spinti dalla passione, bensì da ragioni commerciali. E questo si sente nelle birre!”.

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Articolo tratto da Fermento Birra Magazine nr 4



