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La new wave inglese: tendenze e nuovi birrifici

Uno dei motivi per cui, vista dal di fuori, l’Inghilterra – o, anche più in generale, il Regno Unito – affascina le persone è la sua capacità di convivere nelle contraddizioni: nella storia, nella politica, nell’economia, nel sociale. Una specie di perenne fluttuare tra modernismo e tradizione, che faticano non poco a trovare un punto d’incontro. Per anni, anche il mondo della birra ha espresso tali facce difficili da conciliare. Per dirne una il CAMRA, la celebre associazione nata negli anni ’70 con il nobile scopo di salvaguardare le Real Ales dalla minaccia industriale, ci ha messo quattro anni (dal 2011 al 2015, quanto una legislatura) nell’approvare ufficialmente l’utilizzo del Key-Keg come strumento di conservazione di una Real Ale – quale che sia il significato che il termine può ancora avere ai giorni nostri. È però altrettanto vero che oggi, nel 2018, possiamo affermare che proprio dall’Inghilterra stessa arriva la maggioranza delle più moderne (e buone, molti direbbero) birre luppolate d’Europa che soddisfano il palato di tanti geeks. Eccolo, il fascino della contrapposizione di cui parlavo! Un paese che sa essere tanto tradizionalista (e conservatore) quanto innovatore (e modaiolo).

Facciamo un passo indietro schiacciando il tasto rewind, per tornare nel 2010. Un giorno d’estate a Roma. Fu durante un meeting di folli appassionati che mi capitò di bere la prima volta le birre di The Kernel, che all’epoca aveva aperto da pochi mesi tra i capannoni del distretto di Bermondsey appena a sud del Tamigi: ne rimasi folgorato per pulizia, intensità, freschezza, bevibilità. Negli ultimi tempi capita di sentirne tante sul birrificio fondato da Evin O’Riordain, a proposito della costanza dei suoi prodotti e i tempi di confezionamento degli stessi, ma cosa certa è che Kernel – insieme a Moor, Buxton e altri – ha rappresentato in quegli anni una svolta nel movimento craft inglese. Si cominciò a parlare di New Wave – un po’ sulla falsariga della scena musicale agli inizi degli anni ’80, quando gli Iron Maiden erano i massimi esponenti del British Heavy Metal. Un modo di far birra, specie sul fronte del luppolo ma non solo, incentrato principalmente sull’impatto aromatico e gustativo, ma che non facesse perdere di vista bevibilità ed equilibrio. Anzi. Era come se ci fosse, rispetto alle cugine made in USA nello stesso stile, una sorta di marca distintiva che te le faceva riconoscere come europee. Intense, potenti, ma meno esuberanti, più controllate. Sarà stato per i malti inglesi, sarà stata forse anche una suggestione, chissà; fatto sta che le Pale Ale di Kernel, la London Stout sempre loro, o la Revival di Moor erano (e sono) né più né meno dei classici moderni, destinati a diventare un riferimento, un benchmark.


L’ispirazione non tardò ad essere un elemento portante per l’immediato futuro. Il biennio successivo (2012-2013) vide infatti una vera e propria esplosione di nuovi produttori, e Londra ne rappresentò lo scenario adatto. Per una città abituata a fare e disfare interi paesaggi urbani nell’arco di pochissimo tempo, la nascita di un pugno di birrifici era un momento di quotidiana normalità. Sulla scia di Kernel emersero Partizan, Brew By Numbers, Anspach & Hobday, tutti nella medesima zona (Bermondsey), quindi Fourpure, Weird Beard e Five Points, ma soprattutto Beavertown. Fuori da Londra si facevano strada Wiper & True in quel di Bristol (non per caso la città di Moor), Burning Sky nei pressi di Brighton e Siren poco distante da Reading. Va poi detto che questi sono soltanto i nomi a noi più noti; andando a spulciare gli archivi di RateBeer troveremo un intero sottobosco di tanti birrifici sconosciuti. La New Wave entrava così in una sua seconda fase, dove al consolidamento dei suoi precursori si affiancavano le nuove leve. Pareva poi che non ci si ponesse troppi problemi nell’aprire un’attività professionale con la portata dei propri mezzi, piccoli o grandi o scarsi che fossero, pur di cavalcare l’onda dell’entusiasmo birrario che si era venuta a creare. Difatti, non mancavano racconti (reali e non leggende metropolitane) di appassionati che visitavano birrifici aperti in magazzini scalcinati, che si distinguevano per una pulizia non proprio imperante e per impianti ai limiti dell’usabilità. Se da un lato poteva essere un sincero e spontaneo elemento di colore, nonché miele da cui gli hipster venivano attratti come api, dall’altro ci si poteva interrogare su quanto davvero bene facesse questa New Wave: il rischio era quello di minare il concetto di qualità e il suo controllo, principio cardine della craft beer moderna e avanzata. Personalmente ritengo che ogni fase intensa di una scena birraria abbia naturalmente luci ed ombre; e siccome parliamo dell’Inghilterra, nazione di contrappunti, più che mai lì le due facce di una medaglia sono caratterizzate da una forte espressività. Parlando in generale, credo che sia una situazione addirittura necessaria. I bravi sopravvivranno e saranno da faro per chi verrà, altri sapranno migliorarsi ed alcuni (molti?) resteranno mediocri o incapaci e va bene così: il mercato poi farà il resto.


Si prema ora il tasto fast forward, andando avanti fino al 2016. Tree House e Trillium hanno già aperto da diversi anni, e negli Stati Uniti le New England IPA sono già definitivamente esplose come archetipo e non solo. Mentre sul suolo americano i birrifici si rincorrono, facendo a gara a chi riesce a realizzare la birra più opalescente e fotogenica, la scena craft in Inghilterra pare fregarsene della Brexit che si respira sempre più prepotentemente nell’aria. Nella grigia e ventosa Manchester un birrificio dà alla luce prodotti del tutto nuovi per la scena europea: il suo nome è Cloudwater. Le loro birre, in accordo con la corrente più trendy del momento per gusto e aspetto, ci mettono poco ad ottenere il plauso dei geek del Vecchio Continente, ma la vera quadratura del cerchio viene fornita da un elemento che gli USA adottano da decenni: la lattina. Cloudwater comincia a sfornarne a nastro, e con una padronanza stupefacente per un birrificio che, ad appena un anno dalla sua apertura, decide di cambiare radicalmente il packaging con un investimento di peso. L’annoso problema delle ppm (part-per-million) di ossigeno2 in una birra confezionata, chimera sia per una canning che per una bottling-line, non sfiora i ragazzi di Manchester. Birre mai ossidate (almeno nell’esperienza mia e di altri), sempre in splendida forma, esplosive e morbide allo stesso tempo. La latta è in procinto di affermarsi come il nuovo linguaggio della English craft beer, e i grandi nomi non erano stati certo a guardare. Moor aveva già convertito il suo processo di confezionamento nell’autunno del 2015, così come Beavertown nello stesso anno abbandonava la bottiglia in modo definitivo. In più, sale alla ribalta un piccolo birrificio di quella splendida cittadina che è Leeds, nato nel 2013 e cresciuto in sordina: Northern Monk. Forti di una natura molto poliedrica, capaci di coprire una nutrita rosa di stili oltre le IPA tra Brown Ale, Coffee Stout, Pale Lager e Farmhouse, anche loro puntano sul “Yes-we-CAN!” aggiungendo un tocco artistico non indifferente. Le etichette infatti sono delle vere e proprie illustrazioni di artisti locali, ed è possibile staccarle dalle latte per appiccicarle su frigoriferi, valigie, tavoli, muri, per la gioia di noi geek che adoriamo nel profondo queste cazzate di contorno (la bontà della birra viene prima, sia chiaro).

Insomma, un nuovo meccanismo sembrava essersi innescato: la New Wave inglese era pronta a fare un ulteriore passo avanti, rinnovandosi ancora e arrivando ai giorni attuali in continua evoluzione e crescita. A me piace definirla come una fase 3.0. Il suo contorno principale è presto tracciato: binomio costituito da lattine e NE IPA, a volte a braccetto e a volte no. Tanti, infatti, si sono limitati ad un approccio alla latta mantenendo la loro linea di produzione storica (basti pensare a Marble).

E comunque, più che di una pedissequa copia delle tendenze americane si dovrebbe parlare di sana reinterpretazione. È infatti apprezzabile la varietà delle declinazioni che i birrifici inglesi riescono ad offrire giocando con malti e lieviti, evitando di farsi eco e copiandosi l’un l’altro. Si va dalle più classiche (fa specie usare il termine) NE IPA, con aggiunta di frumento e avena, a digressioni che riportano in auge il malto Crystal, per non parlare di “Triple IPA”, ovvero DIPA oltre i dieci gradi. La geografia ci dice che ci si è staccati ormai da Londra: la diffusione del fenomeno va quasi a macchia d’olio, ma è la zona settentrionale dell’Inghilterra, tra Yorkshire e Lancashire, che accoglie alcuni dei nomi più solidi. Oltre Northern Monk e Cloudwater abbiamo North Brewing e Legitimate Industries sempre a Leeds, Wylam a Newcastle (in realtà aperto dal 2002 ma solo da qualche anno passato al canning spinto) e l’interessantissimo e promettente Neon Raptor in quel di Nottingham. Allargando il raggio, c’è Left Handed Giant a Bristol, Deya a sud di Birmingham, mentre l’unico birrificio affacciatosi al carrozzone del movimento nei pressi della capitale, situato a sud di Londra, è Lost + Found. Last but not least, il tanto ricercato Verdant: piccolissimo e sperduto nella Cornovaglia (area sud-occidentale), e autore di quelle che sono forse, al momento, le creazioni più accostabili ai grandi nomi americani per qualità, forza e spessore. Approfondire in loco questa scena soggetta a continui mutamenti non è proprio una faccenda semplice, ma i canali distributivi e di reperimento, per privati e non, sono decisamente più ramificati di tre, quattro, cinque anni fa, cosicché è possibile farsi una discreta cultura in merito ordinando dal web lattine di considerevole freschezza. Non riuscireste a fare altrettanto per quelle americane, a meno che non le proviate a scambiare. Certo, e qui si ritorna al discorso fatto relativamente a ciò che un’ondata di entusiasmo e fermento comporta, le luci ed ombre continuano a non mancare e va ammesso, con una buona dose di onestà, che non tutto è perfetto. Vi potrà capitare, specie se il vostro senso di curiosità è affamato e vi farà mettere nel carrello prodotti di birrifici ignoti ai più ma promettenti, di versare nel bicchiere un liquido impenetrabile dal colore marrone, dall’aroma di marmellata di arance (se vi dice bene) o di un panetto di burro (se vi dice male), confermando tutti i luoghi comuni storici sui lati negativi e difetti della birra d’oltremanica. Ad ogni modo oggi l’Inghilterra è dotata di un’offerta birraria di primissima scelta e assolutamente all’avanguardia, che si è costruita, non dimentichiamolo, costruendo un ponte sulla sua tradizione.