Ti sarà inviata una password tramite email.

Hall of fame. Capitolo XLIII. New England Ipa: Alchemist Heady Topper

 

Proseguiamo aggiungendo una nuova tappa lungo il sentiero di indagine e di più ordinata classificazione (almeno questa è l’intenzione) del territorio, così variegatamente occupato da risultare talvolta nebuloso, delle India Pale Ale in versione American che sono caratterizzate da un aspetto più o meno velato. Ebbene trovandoci di nuovo nella nostra Hall of fame brassicola (galleria di etichette identificabili come capostipiti o come esempio più rappresentativo di una determinata tipologia), siamo andati in cerca di una birra da ammettere in questa ideale collezione. In particolare, abbiamo provato a risalire ai veri esordi delle New England Ipa: dove gli indizi incoronano, quale inauguratrice del genere di appartenenza, la Heady Topper targata The Alchemist (a Stowe, nel Vermont).

Ecco, in tal senso occorre anzitutto un chiarimento. Oggi una Neipa è identificata non soltanto da un look opalescente, quanto piuttosto da requisiti come una luppolatura in aroma esplosiva, un amaro contenuto, attenuazione non accentuata e bocca tendenzialmente rotonda. Oggi dunque è possibile incontrare esempi con tessiture visive tutto sommato pulite, ma al contrario, in corrispondenza degli albori di quel processo di differenziazione (rispetto alle classiche Ipa della costa ovest), l’elemento distintivo (quale che fosse l’origine: avena, pectine della frutta o altro ancora) era rappresentato proprio da una trama ottica decisamente hazy.

Ora, sotto il profilo concettuale, merita sottolineare questo elemento: le prime American Ipa opache furono accompagnate da scetticismo in quanto palesemente in deroga rispetto a un profilo, quello delle West Coaster, che le voleva ben limpide, magari cristalline. C’era però qualcuno che non si poneva il problema; che replicava con una domanda (Ma questa pinta la trovi buona o no?); e poi con un altro paio (Ma il profumo è potente? L’amaro è ficcante?); e infine con un’altra ancora (E allora cosa importa l’estetica?). Andando a bersaglio, questo qualcuno aveva, già a metà degli anni Novanta del secolo scorso, un nome e un cognome, anzi due e due: quelli del compianto Greg Noonan (venuto a mancare nel 2009, era stato il deus ex machina del Vermont pub and brewery, a Burlington: un iconoclasta per vocazione, tanto da aver concepito la prima Black Ipa); e di John Kimmich, futuro co-fondatore del marchio Alchemist (appunto), ma, allora, collaboratore dello stesso Noonan. 

È per l’esattezza il 2003 quando Kimmich inizia la sua avventura a Stowe; ovviamente facendo tesoro delle esperienze maturate a Burlington: quindi mettendo in batteria un’American Ipa che non vive quello della pulizia visiva come un dogma; e che perciò esce in versione effettivamente velata. È lei, la Heady Topper. All’inizio resta un prodotto marginale, soprattutto perché somministrata soltanto in spillatura, al bancone della tap room; poi, nel 2011, il passaggio al confezionamento in lattina, grazie al quale la birra può veleggiare verso tutti i quattro punti cardinali, facendosi conoscere, apprezzare e, incredibile, infrangendo l’assioma della limpidezza. Era quella l’alba, come i fatti successivi avrebbero sancito, di una nuova era brassicola.