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Hall of Fame. Capitolo XL. Paulaner Festbier

Già accolta nella nostra Hall of Fame come scuderia insignita del merito di aver dato i natali, con la sua Salvator, alla genealogia delle Doppelbock, la Brauerei Paulaner di Monaco in Baviera torna sotto i riflettori come principale promotrice del processo di gemmazione per cui, a partire dalla classica Oktoberfest-Märzen (introdotta nel 1872 per merito della Franziskaner di Josef Sedlmayr), si è arrivati alla nascita di quella che oggi chiamiamo Festbier. Una versione di pari gradazione rispetto all’archetipo ottocentesco, ma più chiara, meno tostata e complessivamente più morbida sul piano sensoriale.

Onde evitare equivoci sul rapporto tra le due tipologie, chiariamo subito come la secondogenita non abbia cancellato o emarginato la più anziana (entrambe godono di discreta salute e trovano un certo numero d’interpretazioni sull’intero scenario internazionale); semmai l’ha sostituita come genere birrario comunemente somministrato nel contesto della stessa Oktoberfest. Infatti è proprio alla Festbier che i monacensi si riferiscono quando usano l’appellativo di Wiesnbier (o le sue abbreviazioni di Wiesn e Wies’n): espressione derivante da quella di Theresienwiese, ovvero la grande area urbana che ospita appunto la grande e affollatissima kermesse autunnale. 

Peraltro (ulteriore opportuna precisazione), a prescindere dal confronto tra Märzen e Festbier come paradigmi stilistici, la chiara oggi spillata sotto i grandi padiglioni dell’Oktoberfest corrisponde a un profilo stabilito non dal BJCP o da altri repertori tipologici, ma da un apposito comitato municipale; e ancora, quella birra è, dal 2022, qualificata dall’Unione Europea come prodotto a marchio IGP, dunque non solo tutelato da tale status, ma anche regolato da un relativo e preciso disciplinare. Il quale – estrapolandone alcuni punti salienti – dispone quanto segue: uso di acqua locale; colore da dorato ad ambrato carico (in EBC da 6 e 28); gradi alcolici da 5.3 a 6.6; produzione svolta interamente nella zona di Monaco, con tempi di maturazione compresi tra le 4 e le 12 settimane.

Tornando alla storia e alla comparsa della Festbier, gli indizi rimandano alla metà degli anni Settanta e a una direzione di marcia imboccata, come dicevamo, in casa Paulaner. Ai cui piani alti, di fronte a un costante ed evidente spostamento delle preferenze da parte del pubblico verso i boccali a tinte più chiare, si decise di tentare il lancio di una variante dorata della storica Märzen-Oktoberfestbier, rinunciando al suo canonico aspetto ambrato. Il senso della scommessa appare oggi abbastanza chiaro: consegnare qualcosa di ancor più bevibile ai già assetatissimi milioni di visitatori che ogni anno animavano (e continuano ad animare) la movida sotto i tendoni in Theresienwiese. Ebbene, l’operazione, pur con tempi non immediati, era destinata al successo; di fatto, fin dall’inizio degli anni Novanta, tutte le botti di spillatura allestite dalle sei sorelle di Monaco (le uniche ammesse alla grande rassegna monacense) si sono convertite alla Festbier: non solo quelle targate Paulaner, ma anche quelle recanti le insegne di Augustiner, Hacker-Pschorr, HB-Hofbräuhaus, Spaten e Löwenbräu.

A buon diritto dunque – sebbene non sia individuabile con precisione una data di entrata in scena della nuova tipologia figlia della Märzen – possiamo attribuire al marchio Paulaner la paternità dell’odierna Festbier; e considerarne conseguentemente come etichetta di riferimento la Paulaner Oktoberfest Bier: con i suoi 6 gradi alcolici, il suo mosto da malti Pils e Monaco, la sua luppolatura da Herkules in amaro e Hallertauer Tradition in aroma. 

Ovviamente quella che elegge la Fest di casa Paulaner come referenza di rappresentanza per le Wiesnbier è una proposta che si riferisce al panorama prettamente commerciale; in quello artigianale ne troviamo altre, di fattura consona al proprio comparto di appartenenza e alcune di notevole livello, anche in Italia. Tra esse la Terraferma della scuderia Porta Bruciata (Rodengo Saiano, Brescia): 5 gradi e 9; colore dorato e pulito; profumi di cracker, erba tagliata e fiori bianchi; un palato dall’attacco morbido e dal finale asciutto, interessato da giusto una vena d’amaro sottile sottile.