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Fare la birra in casa: il nuovo libro per homebrewer del terzo millennio

È da poco uscito il libro realizzato da Fermento Birra assieme alla casa editrice Publigiovane dedicato ai sempre più numerosi birrai casalinghi. Per raccontarvi quali sono gli elementi distintivi di questo nuovo sforzo editoriale tutto italiano, abbiamo contattato i due autori: Francesco Antonelli, blogger del seguitissimo Brewing bad e Angelo Ruggiero, birraio di Lieviteria e autore del sito Berebirra. Il libro è acquistabile direttamente online, mentre qui potete consultare un estratto con il sommario dei contenuti.

Andiamo dritti al dunque: perché un libro sull’homebrewing

In lingua inglese esistono decine di libri sull’homebrewing, tra i quali almeno cinque o sei di ottima fattura. Non sono ovviamente l’uno la copia dell’altro, il bello è proprio poter scegliere quello che più si avvicina al proprio modo di pensare e fare la birra. Noi stessi ne abbiamo letti diversi, ognuno ci ha dato qualcosa in più rispetto all’altro. In Italia abbiamo solo un testo che parla di homebrewing a un certo livello, quello di Faraggi e Bertinotti, la cui prima edizione risale al 2009 e l’ultima al 2015. Sono passati diversi anni e molto è cambiato. Inoltre, ci piaceva dare un’impostazione diversa, che fosse nostra e potesse magari rispecchiare quella di altri homebrewer che si sono avvicinati a questo hobby negli ultimi anni. L’idea era di produrre un libro dai contenuti aggiornati al periodo brassicolo in cui viviamo, dove esporre quello che abbiamo imparato nel corso delle nostre esperienze di produzione e che da diversi anni raccontiamo sui nostri blog. Crediamo di esserci riusciti.

 

Quali novità editoriali presenta? 

Innanzitutto è un testo attuale in lingua italiana. Abbiamo cercato di allargare la trattazione del mondo dell’homebrewing rispetto a quanto fatto da altri testi, scendendo in particolari che riguardano la conoscenza preliminare delle materie prime, di alcuni processi di trasformazione e delle dinamiche di azione. L’approccio che abbiamo voluto dare a questi temi è stato da un lato molto tecnico, prendendo dalle scienze biologiche e chimiche quanto di più essenziale per la comprensione, dall’altro molto pratico, fornendo indicazioni reali su dosi, tempistiche e comportamenti da adottare (durante la sanitizzazione, il dry hopping, la fermentazione con i vari ceppi di lievito ecc…). Sono molto importanti anche i focus inseriti: pillole, approfondimenti e contributi anche da parte di altre figure autorevoli (ce ne sono da parte di altri homebrewer, giudici e birrai) ci hanno aiutato nell’intento di completare i temi trattati con chicche e consigli. Andiamo molto orgogliosi anche dei capitoli della seconda parte del libro, dedicati all’uso delle botti, alle fermentazioni non convenzionali, all’uso di frutta fino a quello delle ricette, dove in realtà si suggerisce al lettore come comportarsi con alcuni stili birrari senza dare la “pappa pronta”, ma facendolo ragionare su quello che si vuole ottenere.

 

È un libro per tutti? Che competenze deve avere il vostro lettore? 

A questo libro può avvicinarsi praticamente chiunque: chi vuol cominciare a far birra in casa partendo letteralmente da zero, chi vuole risolvere dubbi su alcune fasi delicate e sull’uso delle materie prime, chi vuole perfezionarsi nella tecnica e anche chi vuole mettersi al passo con attrezzature e metodi attuali. È un libro che si può leggere sia dal primo all’ultimo capitolo, sia un supporto da consultare per risolvere dubbi e bisogni degli homebrewer che si cimentano in pratiche mai sperimentate prima (passaggi in botte, uso di lieviti non convenzionali, dry hopping ecc): è un testo, una guida e un manuale insieme.

Quali sono stati i vostri riferimenti culturali? 

Un libro che amiamo sempre citare e che abbiamo letto entrambi diverse volte da quando abbiamo messo mano ai pentoloni è “How To Brew” di John Palmer. Non è molto diffuso in Italia perché nessuno si è preso la briga di tradurlo, ma a nostro parere è uno dei libri più interessanti e ben fatti sul tema. Oltre a Palmer, sempre restando in America, amiamo leggere Randy Mosher, che ha scritto sia di homebrewing che degustazione. Abbiamo seguito e letto con estremo interesse anche autori che vengono dal mondo dei “blogger” come Michael Tonsmeire (autore di American Sour Beers) e il suo attuale collega in birrificio Scott Janish, autore di uno dei libri più innovativi degli ultimi anni in tema birra (The New IPA). Ci piace anche approfondire la storia della birra, leggendo autori come Ron Pattinson, Pete Brown, Martyn Cornell, Jeff Alworth e Lars Garshol. 

 

Qual è lo stato di salute dell’homebrewing in Italia? Come si è evoluto negli anni questo fenomeno e il modo di fare birra? 

È un momento particolarmente frizzante: sembra siano passati gli anni in cui fare birra in casa era un hobby per pochissimi temerari particolarmente fortunati nell’aver incrociato chi divulgava il verbo con cotte dal vivo e qualche nozione qua e là. Ora la straordinaria abbondanza di materie prime, di attrezzature e di informazioni ha allargato decisamente la platea, complice la crescente diffusione della birra artigianale in Italia. Si è passati da pochi lieviti secchi disponibili a una serie di produttori tra cui scegliere i ceppi più disparati, perfino colture di batteri. Sicuramente l’homebrewing in Italia ora è molto diffuso: la qualità delle produzioni casalinghe probabilmente in media è più alta ma ci auguriamo che questo libro costituisca quella spinta in più per rendere questo hobby ancor più consapevole e attento.

Vedete delle tendenze nel futuro dell’homebrewing italiano nei prossimi anni?

Come abbiamo scritto altre volte, è impossibile non citare contropressione e isobarico quando si parla di nuove tendenze dell’homebrewing. Sembra sia scoppiata una sorta di mania che sta progressivamente contagiando frotte di produttori casalinghi. Il che è positivo, ci mancherebbe, ma il rischio che si perda di vista l’elemento principale, la birra, è sempre dietro l’angolo. Si vedono anche dei cenni alla filiera corta, magari a Km zero o comunque italiana, con homebrewer che coltivano il luppolo in casa oppure impiegano cereali prodotti e a volte anche maltati in Italia. Un filone interessante, che però a nostro avviso non deve diventare un limite produttivo. L’attrezzatura per produrre in casa anche sta cambiando molto, evolve a ritmi frenetici, tra automazioni e riproduzioni in piccolo dei processi e delle attrezzature utilizzate nei birrifici. Anche questo è un trend interessante da seguire, che porterà forti innovazioni nei prossimi anni. 

 

Con che impianto producete in casa?

Antonelli: ho iniziato a produrre insieme a tre amici con un impianto arrangiato a tre tini, con lauter tun di plastica e stessa pentola per bollitura e mash. L’avventura non è andata avanti molto e sono subito passato a un piccoli impianto BIAB con cui per diversi anni ho prodotto piccoli batch da 10-12 litri nel mio appartamento. Oggi sono passato nuovamente al tre tini, mantenendo sempre piccoli volumi di produzione. 

Ruggiero: Da quando faccio birra in casa ho mantenuto quasi lo stesso set-up di impianto a tre tini per i classici 23 litri: ho una pentola elettrica inox in cui ho inserito un fondo filtrante autocostruito, un fornello elettrico (prima utilizzavo un fornellone a gas) su cui uso una pentola inox molto spartana per scaldare l’acqua di sparge e una pentola inox molto spessa per la bollitura. Raffreddo con serpentina e ho classici fermentatori da cui rifermento. Per le birre che mi piace produrre mi va bene così.

Quali birre amate fare in particolare?

Antonelli: la mia passione sono le birre di stampo anglosassone, come stout e bitter. Bassa gradazione, alta bevibilità. Mi piace però ogni tanto lanciarmi su stili belgi, sempre molto difficili da produrre in casa per via della complessa gestione del lievito. Le birre che amo meno produrre sono le luppolate, anche se ogni tanto una bella session IPA la metto in produzione, specialmente ora che posso gestirla in contropressione e spillarla direttamente dal fusto.  

Ruggiero: spazio molto da saison e dubbel a bitter e imperial stout, ma probabilmente mi dedico di più al mondo tedesco e ceco, con qualche deviazione verso birre con altri cereali e stili dimenticati o perduti, che mi affascinano non poco. Produco poche IPA, ma quando voglio esplorare il contributo di nuovi luppoli mi dedico anche a queste.

 

5 motivi per fare birra in casa

  1. Con studio e applicazione ci si può ispirare a una birra bevuta o uno stile particolarmente interessante che ci ha lasciato emozioni al bancone o in un viaggio birrario.
  2. A livello economico, a parità di qualità e tipologia, farsi birra in casa generalmente costa meno che comprarla (anche se di solito un homebrewer navigato compra anche molta birra artigianale, per cui le due cose non si ostacolano, anzi si sostengono).
  3. Dato che birrifici e homebrewer possono acquistare le stesse materie prime e hanno attrezzature molto simili (seppur in scala e con le dovute distinzioni), sulla carta è più che possibile ottenere birre di qualità da buona o ottima quanto quella di un birrificio (a volte meno buona ma a volte anche più buona)
  4. Produrre birra in casa è un’esperienza affascinante, stimolante e unica, con cui allenare i propri sensi e scoprire molte le facce del mondo birrario
  5. Il piacere di stappare la propria birra, da soli sul divano o in compagnia di amici, è qualcosa di impagabile.

5 motivi per cui val la pena di leggere il vostro libro

  1. È moderno: affronta diverse tematiche emerse negli ultimi anni che non si trovano su altri libri più classici. 
  2. È piuttosto completo: copre argomenti che vanno dai consigli per chi si avvicina al primo kit fino alla più complessa gestione dei trasferimenti in contropressione/isobarico
  3. Sfata tanti miti che circolano da anni tra gli homebrewer
  4. È bilanciato: non prendiamo posizione su temi controversi. Cerchiamo invece di evidenziare pro e contro dei diversi approcci alla produzione in modo che il lettore possa scegliere il più adatto alle proprie esigenze.
  5. È scritto da due homebrewer che sono anche appassionati di birra, viaggi e degustazione. Abbiamo messo tutta la nostra passione nel libro con la speranza di trasmettere il nostro entusiasmo al lettore. 

 

Sentite il bisogno di ringraziare qualcuno che vi ha aiutato in questa fatica? 

Antonelli: i ringraziamenti a persone specifiche sono in fondo al libro, accompagnano ogni copia che viene stampata. Ora che ci penso, però, in quel contesto ho dimenticato di ringraziare il mio compagno di scrittura Angelo, dando la cosa per scontata. Bè, non è scontato affatto che si riesca ad andare d’accordo durante i lunghi mesi di scrittura. Gli scontri non sono certo mancati, altrimenti sai che noia, ma ne siamo usciti sempre cresciuti, imparando qualcosa. Quindi aggiungo ufficialmente Angelo ai miei ringraziamenti, grandissimo compagno di scrittura ma anche di viaggio. 

Ruggiero: Scrivere con Francesco è valso la pena: ci siamo supportati, incitati e stimolati a vicenda e questo ci ha permesso anche di fare passi in avanti nel nostro studio della materia, per cui ringraziare anche lui è il minimo. Oltre ai ringraziamenti nei confronti di chi ha contribuito con revisioni di capitoli e focus, mi sento di ringraziare anche il mio piccolo gruppo di homebrewer affezionati che frequento da anni: nonostante ora sia anche birraio, è parlare e bere con loro (fra tutti, Peppe e Marco) le nostre produzioni nei propri garage che mi tiene legato a questo hobby così intimo, stimolante e rilassato e mi mantiene attivo e creativo.