Da Rochefort una nuova trappista: habemus Tripel

Habemus Tripel. E se qualcuno, tra sé e sé stesse dicendo embè? Sai la novità. Stop un secondo; perché non ci stiamo riferendo a una Tripel qualsiasi, ma a una nuova di pacca firmata Rochefort. Sì, proprio Rochefort, il sito monastico belga fondato nel 1229, attivo nella birrificazione dal 1595 e assegnato nel 1887 ai Cistercensi di Stretta Osservanza, i Trappisti insomma, i quali avviano la loro produzione brassicola nel 1889. Un sito rappresentato, finora, da una gamma con tre sole etichette, i cui nomi corrispondono a semplici numeri, indicanti la misura della densità iniziale del rispettivo mosto, secondo la scala in uso in Belgio fino al recente passato: la 6 (una Dubbel), la 8 (una Belgian Dark Strong Ale) e la 10 (una Quadrupel).

Ebbene, dopo 66 anni suonati senza sostanziali scostamenti da questo assetto (gli stessi volumi di produzione complessivi non sono variati di molto nel tempo: i valori – per citare due rilevazioni recenti – sono passati dai 18mila ettolitri del 2004 ai 25mila di questi anni), dopo che l’ultima novità risale al 1954 con il lancio della 8, l’abbazia di Nostra Signora di Saint Remy (nella provincia di Namur) accoglie adesso la neonata Tripel Extra.

Prima referenza battezzata senza ricorrere a cifre, la curiosità è che a non essere inedita è proprio la ricetta che ricalca, secondo quanto dichiarato in sede di presentazione della birra, una ben preesistente, attestata fin dal 1920. Ricostruzione, questa, alla quale si lega l’indiscrezione di una presunta polemica sotterranea con la comunità di Westmalle, essa stessa belga, essa stessa d’Ordine Trappista (ma ubicata nella Fiandre, in provincia di Anversa) e titolare di quella che è considerata la capostipite delle Tripel moderne, entrata sul mercato nel 1934. A gettare acqua sul fuoco ha provveduto, in persona, il direttore dello stabilimento di Westmalle, Philippe Van Assche: nessuna concorrenza, ha dichiarato, ma al contrario un arricchimento per il Belgio.