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Previsioni sul 2019 birrario: parola agli esperti

Ogni settore, com’è noto, vive sue ossessioni e frenesie. Nel nostro, così come tra gli appassionati di calcio la febbre sale parlando di totoallenatore, la curiosità si scalda quando ci si confronti sulla prospettiva riguardante quali possano essere gli stili birrari o gli ambiti stilistici dominanti nel 2019. Ebbene, abbiamo riunito in un giro d’orizzonte – con animo, come dire, astrologico – previsioni e sensazioni raccolte qua e là sullo scacchiere internazionale. Via, dunque, a questa piccola giostra di pronostici.

Dalla Gran Bretagna, Adrian Tierney-Jones (giornalista freelance per svariate testate tematiche, e autore di pubblicazioni, che nel 2017 gli sono valse il titolo di UK Beer Writer of the Year) pone in tavola queste fiches: ulteriori nuove frontiere del filone Ipa (destinato di certo a non esaurirsi con la novità della versione Brut); conferma, in popolarità, della nicchia delle cosiddette Pastry Stouts (ovvero le varianti con ingredienti, appunto, di pasticceria, come marshmallow, biscotti, cheesecake) e delle Sour Beers (in specie con basi Berliner Weisse); nuova accensione dell’interesse verso gli archeostili (Adambier, Koyt, Gruit…); ritorno di fiamma per la semplicità di generi di facile accesso, quali Helles, Pils e Kellerbier.

Il tema della bevibilità e della sostenibilità del carico etilico è centrale nell’ipotesi tracciata da un altro britannico, Mark Dredge (autore di numerosi volumi e lui stesso insignito, nel 2016, del titolo di UK Beer & Travel Writer): a parere del quale si avrà un consolidamento di due filoni: da un lato il low alcohol (comprendente espressioni quali quelle delle Bitter, delle Table Saison e delle Session Ipa), dall’altro il Bottom Fermentation (punto sul quale concorda con il connazionale Adrian Tierney-Jones)

Non cambia, sostanzialmente, l’interpretazione dei segnali in arrivo, spostandoci sotto una diversa bandiera: all’ombra di quella belga, anche Luc De Raedemaeker (Beer Sommelier, direttore del Brussels Beer Challenge e autore per varie riviste di settore) scommette sia sugli stili di basso grado alcolico sia su quelli tradizionali di diversa ascendenza (inglese, belga, tedesca…), non solo, nel suo caso, a bassa fermentazione.

Altro punto di vista non dissimile è quello della tedesca Nina Klotz (giornalista gastrononomica freelance e fondatrice del portale Hopfenhelden.de); la sua è una duplice predizione (forse un auspicio): che si possa recedere dalla frenetica codificazione di nuovi stili (alcune India Pale Lager – sostiene, ad esempio – sono descrivibili più semplicemente come Helles o Helles Export più intensamente luppolate); e, più specificamente, che ci si possa aspettare un ritorno sulla cresta dell’onda della superclassica Pils.

Più articolato è il pensiero elaborato dallo statunitense Kenny Gould, editore e co-fondatore del portale Hopculture, nonché collaboratore di altre riviste, non necessariamente settoriali): secondo il quale, se pure lui stesso concorda con la probabile prosecuzione della risalita, nel gradimento del pubblico, di tutto il segmento Lager, non mancheranno altre e parallele tendenze. Prima, quella di un ulteriore e crescente infoltimento del piccolo esercito di birrifici consacrati in esclusiva alle fermentazioni non convenzionali e alle propriamente spontanee in particolare; seconda, il definitivo abbandono (fatto salvo il fronte Porter & Stout) del lattosio come ingrediente divenuto di moda durante l’epopea delle cosiddette Milkshake Ipa e applicato alle tipologie di un po’ tutto il perimetro legato al luppolo; terza tendenza, un’ancora più consapevole attenzione (in specie nel già citato alveo Porter & Stout, ma non solo) verso le potenzialità dell’interazione tra birra e ingredienti quali caffè e cioccolato; quarta e ultima presumibile direzione di marcia, quella (e qui siamo chiamati direttamente in causa tutti noi col tricolore in mano) legata alle contaminazioni tra orzo e uva ovvero al campo d’azione avente come punto di riferimento le Italian Grape Ale.  

Secondo la belga Sofie Vanrafelghem (Master Beer Sommelier, consulente a livello internazionale, autrice di pubblicazioni tematiche e anima del portale Sofiesworld) due saranno le direttrici più interessanti, sotto il punto di vista dal quale ci proponiamo di guardare agli sviluppi del settore. La prima concerne la maggior cognizione, nei consumatori, circa il concetto di tipologia e, quindi, circa le concrete differenze tra generi birrari: una dinamica, questa, che consoliderebbe le condizioni favorevoli alla nascita e alla sopravvivenza di marchi, anche di piccola dimensioni, inclini a sfornare prodotti di nicchia. Il secondo orientamento riguarda invece la crescita d’interesse verso le potenzialità dell’abbinamento tra birra e cucina, come attestato dal sempre maggior numero di locali e di cuochi che hanno compiuto il primo passo (il più difficile) verso un menù dedicato, in parallelo a quello, classico, di tipo enogastronomico. Questo stesso secondo punto è sostenuto anche dall’olandese Yvonne van Houtum (Biersommelier internazionale, fondatore del portale Bierliefde.nl e giornalista collaboratrice di varie riviste). Il 2019, per lei potrebbe essere l’anno della definitiva celebrazione del matrimonio tra pinta e piatto: una canonizzazione sulla quale si scommette da tempo, ma che ancora deve trovare la propria consacrazione ufficiale. Rispetto a quanto osservato finora, l’elemento dirimente è rappresentato dall’aumentata capacità di riconoscere le differenti prerogative, sul ring dell’abbinamento, espresse da ciascuna delle tante e tante tipologie birrarie.

Diverso, ma non alternativo (tutt’altro, anzi), è il tasto toccato dallo statunitense Kenny Gould, editore e cofondatore del portale Hopculture, nonché collaboratore di altre riviste non necessariamente settoriali. Il quale invita a tenere in considerazione la diffusione della taproom annessa all’impianto di produzione come spazio privilegiato di aggregazione pluritematico, in cui il sorseggio di una birra incontra fruizioni di tipo alimentare, musicale e culturale in genere. Sì, vero: si tratta di un fenomeno che riguarda più da vicino il mondo anglosassone (statunitense e canadese, in particolare); ma anche da noi è una strada che sta facendo breccia, sebbene con molta più gradualità e, spesso ancora, in termini semplicemente progettuali. E sul medio periodo si ha la sensazione che, se non proprio pensando a locali di rilevante ampiezza e versatilità, almeno le realizzazione di angoli d’assaggio con bancone, per una bevuta in stile pub, rappresenti una soluzione destinata a mettersi in luce anche lungo la Penisola.

Su una linea d’indagine simile si muove un altro osservatore a stelle e strisce, Jay Brooks, beer-writer in regime freelance che vive e che collabora con testate quali The Mercury News. La sua convinzione è che, non solo negli Usa ma un po’ in tutto il pianeta, crescerà il numero dei locali specializzati: pub, stube e via dicendo, certo; ma la lente è focalizzata soprattutto in direzione dei bar, i generici bar, un settore nel quale sembra potersi scommettere sull’espansione dei casi di moltiplicazione di punti spina e frigoriferi espressamente riservati ai marchi artigianali.

Legata a tutto quanto riportato finora è, per chiudere, la riflessione avanzata da Dave Hoops, lui stesso statunitense, produttore artigianale di lungo corso e attualmente titolare della sostanzialmente omonima Hoops Brewing. Il cui sguardo si concentra su un dato statistico: quello per cui l’incessante crescita del numero di birrifici – nel Big Country siamo a oltre 6mila; da noi sugli 800 (considerando i soli impianti proprietari): ma in rapporto a una popolazione quasi proporzionalmente minore (60 milioni contro 325) – determini la drastica riduzione della distanza media tra ogni abitante e il più vicino sito di brassaggio. Ecco, nelle terre dello Zio Sam tale valore si è accorciato fino alle 10 miglia ovvero 16 chilometri. In Italia una simile rilevazione non è stata effettuata, ma la densità di marchi (1.500 circa, contando anche le beerfirm) rispetto al totale dei residenti è evidente. Ecco, tale condizione di più o meno facile accessibilità è uno degli elementi per cui Hoops prevede, per il 2019, un tangibile incremento del giro d’affari legato al turismo dell’orzo e del luppolo.