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Nuove frontiere del luppolo: la Florida

Una domanda che cresce, esponenzialmente, mentre l’offerta fatica a tenerne il passo. Fatica, peraltro, felicemente perché una simile prospettiva significa lavoro assicurato in regime di prezzi elevati. Parliamo del luppolo: una merce fortemente richiesta in tutto il mondo e specialmente negli Stati Uniti, a fronte del boom dei birrifici artigianali e della tendenza dominante nei consumi, che premia proprio le tipologie più profumate e amaricanti. Dunque i coltivatori degli odorosi coni si fregano le mani, perché il problema di come assolvere i pressanti ordinativi – da parte dell’industria, del segmento craft e degli stessi homebrewers – è un problema benedetto, ma che merita risposta.

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In tal senso uno dei temi in agenda è quello dell’apertura di nuove frontiere, ad affiancare a quelle tradizionali. Così, se in Europa abbiamo allevamenti nei Paesi dell’Est ed esperienze pilota in vari siti del continente, Italia compresa, nei già citati Stati Uniti – dove i poli storici del settore sono lo State of Washington e il Nordovest in generale – si guarda a latitudini finora neanche prese in considerazione, date le condizioni climatiche giudicate ostili a prescindere. E invece succede, ad esempio, che i preziosi tralci dimostrino di poter crescere rigogliosi nell’assolata Florida. La vicenda che ha portato a testare l’adattabilità del rampicante alle sue alte temperature è stata – accade spesso – casuale. Complice l’infestazione batterica che ha falcidiato l’agroindustria degli agrumi, qualche visionario, nel sondare l’orizzonte a caccia di alternative, si è fatto balenare in testa di mettere a dimora, appunto, anche rizomi di luppolo. In particolare, un tentativo interessante è quello avviato nel 2013 da Brian Pearson, docente in agronomia e scienze del suolo all’Università dello Stato, nonché homebrewer lui stesso. Il professore ha iniziato con pochi esemplari in un casotto di legno e oggi ne ha diverse centinaia. Non solo, ma nel volgere del tempo trascorso dall’inizio di questa sua avventura, ha visto migliorare in modo impressionante la qualità dei fiori raccolti. Ha puntato infatti su una varietà particolare e relativamente nuova, il Neo Mexicanus; e molto onestamente ha ammesso che, in principio, il suo naso era terribile: piedi sudati e formaggio andato a male. Ma già dopo un anno, l’olfatto toccava temi floreali, dolci e agrumati: le prerogative più richieste dal mercato.

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Sulla scia del suo esempio, Joe Winiarksi, che a Wildwood (giusto 45 minuti dai campi di Pearson) gestisce insieme alla moglie Melissa un microbirrificio, la Backyard Barn Winery and Microbrewery con una piccola fattoria, ha da due anni inaugurato i propri filari: oggi è riconosciuto come il primo coltivatore professionale in Florida e commercia con successo varietà classiche quali Cascade, Centennial, Chinook e compagnia. E domani? Se son coni… fioriranno.