Quando l’unione fa la cotta: la collaboration brew

collaboration“Collaboration brew” o “Collaborative beer”, due espressione che potremmo tradurre come “cotta in collaborazione” e “birra collaborativa”. Il significato è abbastanza chiaro: due birrai, ma talvolta anche tre o più, collaborano per creare una birra. Il perché lo è un po’ meno, ma il fenomeno è piuttosto diffuso. Personalmente queste collaborazioni mi hanno sempre affascinato. Vero è che talvolta il risultato lascia un po’ perplessi, ma nella maggior parte dei casi durante queste occasioni i birrai sperimentano nuovi ingredienti, nuove ricette, nuove tecniche: la birra in sé diventa un evento marketing, ma in linea di massima ciascun birraio porta a casa un nuovo bagaglio di conoscenze. In un interessante articolo apparso sul blog di Lost Abbey, Tomme Arthur, birraio dell’omonimo birrificio, sottolinea cinque ragioni che lo spingono a realizzare collaboration brew: marketing, oppurtunità, amicizia, viaggio e tecnica. Marketing è la motivazione che sta prendendo il sopravvento, ma anche l’opportunità di lavorare con un birraio più esperto, piuttosto che lavorare su un impianto particolare possono essere una leva. Amicizia è il pilastro su cui sono nate molte delle birre collaborative e su cui ancora si basano molte di esse. Per quanto riguarda il viaggiare, se organizzi delle collaborazioni le occasioni per spostarti da un capo all’altro degli Stati Uniti, d’Europa o del mondo non mancheranno! La tecnica, invece, riguarda, come accennavo sopra, la possibilità di imparare qualche cosa, di ritornare a casa con una ricetta o un accorgimento tecnico che potrà aiutare il miglioramento del proprio lavoro. Io aggiungerei anche il gioco o evasione che dir si voglia: ogni tanto la necessità di uscire dalla propria routine può portare ad una collaborazione, per sperimentare senza nessuno scopo preciso qualcosa che normalmente non si ha la possibilità di fare, o semplicemente per passare una giornata diversa, in compagnia di colleghi che altrimenti si farebbe fatica a frequentare. Dagli anni ‘90 in avanti le collaborazioni diventano sempre più frequenti e hanno aiutato la crescita del movimento birrario statunitense, facendone parlare e creando curiosità attorno ai piccoli, rispetto ai colossi industriali, birrifici.

Recentemente il termine “collaboration beer” e quello di “one shot beer”, ricetta una tantum, stanno diventando una specie di tormentone. Molto spesso vanno di pari passo, nel senso che molte delle collaborazioni sono anche degli esperimenti unici, fini a sé stessi. Ma in generale oggi sono un vero e proprio fenomeno di massa. Le occasioni per incontrarsi, ai birrai, non mancano di certo. Ogni anno tra fiere e concorsi internazionali è piuttosto facile che si conoscano, magari durante la giuria di qualche concorso, magari allo stand dell’uno o dell’altro, talvolta durante un seminario. Due chiacchiere, qualche mail per tenersi in contatto e una collaborazione si organizza con poco sforzo.

Il fatto che siano di moda non lo vedo come un male. Come non vedo aspetti negativi per il consumatore, ma bensì molti vantaggi, e non solo di marketing e comunicazione, per i birrifici. Se si sa scegliere bene il partner una collaborazione aiuta a migliorare le ricette base, a sperimentare nuovi ingredienti, nuove tecniche, nuovi macchinari, talvolta anche attraverso scelte un po’ folli. E poi altre mille piccole opportunità, come la conoscenza di luppoli nuovi o delle interazioni tra di loro, senza dimenticare la possibilità di farsi conoscere meglio da un mercato dove magari si esporta o si cerca di esportare. Insomma, un modo per accelerare qualche progetto, contenendone fortemente i rischi.

Scopri le collaboration brew in Italia, UsaBelgio Germania.

 

Articolo apparso sul numero 2 della rivista Fermento Birra Magazine