Ti sarà inviata una password tramite email.

Il ritorno della Thomas Hardy’s Ale

Il mito della Thomas Hardy’s Ale è di nuovo tra noi. Dopo tanti travagli, come l’araba fenice, è risorta dalle sue ceneri. Nacque in Inghilterra nel 1967 ma vide la luce solo nel 1968, nel Dorset, più precisamente a Dorchester nel birrificio Eldridge Pope per commemorare il quarantesimo anniversario dalla scomparsa del celebre scrittore di Dorcshester, Thomas Hardy (1840-1928). Prevista come una tantum, se ne fece una birra importante, robusta, in grado di resistere a lungo, maturata in legno e poi confezionata in bottiglie numerate. A Eldridge Pope la birra piace ma non convince fino in fondo e nel 1974 se ne riprende la produzione con una ricetta riveduta e corretta che è arrivata ai giorni nostri. La produzione prosegue regolarmente, con l’eccezione del 1976, fino al 1999. Le traversie economiche del birrificio non diedero scampo nemmeno alla sua birra bandiera. Nel 2003 però rivide la luce grazie a George Saxon e John O’Hanlon nel birrificio O’Hanlon: un ritorno breve visto che già nel 2009 la produzione cessò e, con l’annata 2008, la Thomas Hardy scomparve nuovamente.

vintages

Perlomeno fino al 2012, quando il distributore Interbrau acquista il marchio, il know how, la ricetta e tutto il fascino della storia di un prodotto unico. Portarsi a casa il marchio fu soltanto il primo passo, visto che bisognava individuare un birrificio che la producesse, cosa che non risultò facile: nessuno voleva confrontarsi con il mito o, più pragmaticamente, mettersi in gioco con un prodotto costoso, difficile e ostico sotto molti aspetti. A soccorrere (benché dubito che lo facciano per vana gloria) i Vecchiato, fondatori di Interbrau, ci pensò Meantime, birrificio di Greenwich (Londra) da poco più di un anno di proprietà del colosso SABMiller. A Meantime Alastair Hook, il fondatore, si dimostrò entusiasta del progetto, ma non se la sentì di procedere con le sole proprie forze e convinse i fratelli Vecchiato a coinvolgere Derek Prentice, mastro birraio di Young e poi di Fuller, ora in pensione. Sarà lui l’arbitro imparziale, il tutore del progetto, mentre Alaistar e Derek si applicano con il dovuto rigore per far sì che la tecnologia attuale si pieghi alle esigenze, del passato, della Thomas’ Hardy’s.

Negli anni la Thomas Hardy’s è stata oggetto di una autentica venerazione, consolidata in epiche verticali, in cui i vari lotti venivano confrontati a decenni di distanza dalla produzione. Gli appunti o i racconti di chi le aveva assaggiate in anni precedenti permettevano di capirne l’evoluzione (o l’involuzione, a volte), ma erano sempre bevute suggestive, intriganti, importanti, perché la rarità di quello che ci si trovava nel bicchiere era chiara, palpabile. In molti casi, anche ben oltre i canonici 25 anni, la TH si è dimostrata un capolavoro, in grado di evolversi negli anni, giocando proprio sui canoni dell’involuzione: l’ossidazione, nel tempo, la rendeva più rotonda, ancora più profonda e complessa, senza mai cadere però –parere del tutto personale, ovviamente – in una narrazione pesante come quella dell’autore cui è dedicata, le cui parole ispirarono la ricetta: “robusta e forte come un vulcano, piccante senza essere pungente, luminosa come un tramonto d’autunno, dal sapore uniforme ma, alla fine, piuttosto inebriante”.

Thomas Hardy’s Ale 2013

thomas-hardysL’assaggio della bottiglia numero 11106 edizione vintage 2013 (quindi prodotta a fine 2013, lasciata fermentare per circa 6 settimane e poi maturata per oltre 5 mesi, prima di andare in bottiglia), è stato illuminante: non solo è tornata tra noi, ma è già in grandissima forma. Cominciamo dall’etichetta che pare identica in tutto e per tutto a quella originale, manca il nome di Eldridge Pope, sostituito da “brewed in England” e c’è un’altra piccola curiosità: il profilo di Thomas Hardy è girato dall’altra parte. Ricordo le due occasioni in cui ebbi l’occasione di assaggiarne una giovane e la trovai sgraziata, sbilanciata sul dolce e un po’ pesante: un evidente peccato di gioventù, andava aspettata. In quest’ultima edizione è già molto interessante, complessa, pronta ad aprirsi stando nel bicchiere. L’aspetto, tra l’ambrato e il bruno, con riflessi oro antico, e schiuma chiara, evanescente, introduce in una birra calda e accogliente. I profumi cambiano, evolvono, man mano che la birra “respira”: caramello, frutta matura, frutta candita, castagne, liquirizia, tabacco fanno man mano capolino, amalgamandosi in una bella sensazione calda, ma senza che l’etilico svetti né, tantomeno, sia fastidioso. L’assaggio svela un’altra marcia, riporta sì a quanto percepito al naso, ma il corpo la sorregge in pieno e si aggiunge una nota salata che ne smorza elegantemente la dolcezza – nota salata che di solito ricordo nei vintage più estremi – e una punta di pepato. Gli 11,7% Vol. di alcol sono ben raccordati, presenti ma non fastidiosi, le note, vinose e liquorose, di Sherry e Madeira riempiono il palato. La bocca è appagata, a lungo. Impossibile a oggi dire quale sarà l’evoluzione; solo il tempo ce lo dirà, a patto di avere un po’ di bottiglie in cantina. La Thomas Hardy’s Ale è tornata.