La birra di Natale? Non esiste!

La birra di Natale? Non esiste. O meglio, esiste (si sì, tranquilli, non vogliamo smontare alcun’altra certezza fiabesca): ma non nei termini – secondo i quali invece viene sovente recepita – di preciso e chiaramente definito stile brassicolo, con caratteristiche piuttosto identificabili: colore da ambrato a bruno scuro, elevata gradazione alcolica, consistente densità zuccherina, aggiunta di ingredienti speciali quali spezie e magari miele.

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Si tratta al contrario, più pertinentemente e realisticamente, di una tradizione, di una consuetudine, i cui confini, estesi ben oltre quelli di una tipologia in senso proprio, si presentano come paradigmaticamente trasversali, abbracciando non solo Paesi, ma anche generi produttivi differenti; e conseguentemente differenti profili sensoriali, varianti in tutti i parametri (alcol, tinteggiatura, orientamento gustativo e olfattivo, ricetta) appena citati in relazione al presunto normale fisionomia delle Christmas Beer.

Così, se è un dato di fatto che in Belgio e nelle aree attorno ad esso gravitanti le Noël ricalcano in genere l’identikit sopra tratteggiato (basti pensare a referenze popolari in Italia quali la N’Ice Chouffe o la St. Bernardus Christmas Ale, entrambe da 10 gradi); e se lo è ugualmente, un fatto, che esiste una tendenza, in Italia, a interpretare secondo tali canoni il calice da bersi sotto l’albero; ebbene, occorre d’altra parte tener presente che, affacciandoci sugli scenari di Nazioni altrettanto autorevoli in fatto di cultura degli orzi e dei luppoli, troviamo abitudini del tutto diverse.

In Germania, ad esempio, le Weihnachtsbier sono spesso Bock (magari di accentuata robustezza o corposità, ma sempre tali): e così, in casa Ayinger, è la nota Celebrator (6.7 gradi) a vestire, all’occorrenza, l’etichetta di Weihnachts-Bock; ma non è rara l’evenienza in cui, a ricoprire il ruolo, siano Lager ancor meno aitanti, in senso etilico: si guardi il caso della Kulmbacher Mönchshof, una Oktoberfest/Märzen che di gradi ne fa 5,6.

Allo stesso modo, in Gran Bretagna, capita che la Christmas Beer sia una semplice Winter Warmer; che negli Stati Uniti si elabori in senso festivo una American Ipa, come la Celebration di Sierra Nevada; che in Norvegia, dove le Jule Øl si sono affermate a partire dai decenni tra ultimo XIX e primo XX secolo, se ne sia percepita la natura di bevute robuste già soltanto all’esibire una gradazione superiore ai 4,75 punti in volume. E infine capita di scoprire, avendo la curiosità di leggere, come nello stesso Belgio, la Stella Artois (proprio lei, una tra le Lager bandiera del colosso AB InBev) sia nata come edizione stagionale, nel 1926, e pensata quale regalo natalizio (da cui il nome di Stella, alludendo a quella di Betlemme), da parte della dirigenza dello stabilimento, ai cittadini di Lovanio (dove l’impianto è attestato dal 1366, per poi prendere il nome di Artois nel 1717, quando l’impresa, originariamente la Den Hoorn, venne rilevata, appunto, da Sebastian Artois). Fu il successo di quella produzione, inizialmente limitata al periodo invernale, a trasformarla rapidamente in un best seller, distribuito in tutta Europa già dal 1930.

Quanto all’esistenza, ovunque, di interpretazioni curiose della birra di Natale, citiamo quattro referenze fortemente rappresentative in tal senso. Per gli scozzesi di BrewDog, la Santa Paws (una Brown Ale con miele di erica, ma da 4.5 gradi, conosciuta anche con l’alias di Baby Dogma); per l’Italia, da Eremo (Assisi), la Terra XMas Edition, lanciata nel 2015, una Oatmeal Stout (la storica Terra), elaborata in versione Chocolate, aggiungendo fave di cacao in aromatizzazione diretta (5,2 la gradazione); ancora in campo tricolore, da Amiata, la recente JXMas (una Juicy Ipa da 7.7 gradi, con luppoli Chinook, Citra e Yellow Subs, polpa di mango, di litchi, di mele, succo concentrato d’ananas, vaniglia, latte di mandorla e lattosio); per il Belgio, la Père Noël di De Ranke: 7 gradi, d’accordo, ma giocati in una corsa gustativa che alla dolcezza natalizia concede poco o niente!