Anche in Europa cresce la voglia di birra artigianale in lattina
Appare inarrestabile la riconquista del mercato birrario da parte della lattina. Protagonista di spicco dell’epoca pionieristica – il debutto, datato 24 gennaio 1935, ebbe luogo nel New Jersey ad opera della Gottfried Krueger Brewing Company – per poi però scivolare in una lunga fase di messa in ombra, l’alluminio oggi torna a piacere. La tendenza ha avuto inizio ormai un tre lustri or sono; ma se in principio si è trattato di casi abbastanza isolati da qualche anno a questa parte invece le riconversioni si sono moltiplicate e hanno assunto un ritmo via via più serrato (si veda qui e qui). Merito, certamente, delle migliorie tecniche che hanno consentito (con l’evoluzione dei rivestimenti polimerici interni) di minimizzare gli inconvenienti di conservazione, lasciando sul tavolo i soli vantaggi pratici: leggerezza, impermeabilità all’ossigeno e impenetrabilità alla luce (si veda il confronto lattina vs vetro). Un vero e proprio cambiamento di contesto, insomma: a fronte del quale un numero crescente di marchi craft estremamente quotati ha preso la decisione di confezionare in barattolo.
Avanguardia di questo processo di re-innamoramento (come spesso succede, quando si parla di novità) sono gli Stati Uniti: oggi i brand che commercializzano in lattina sono centinaia, da Oskar Blues (che riabbracciò il formato già nel 2002) a nomi come la Anchor Brewing Company di San Francisco (California) o la Alaskan Brewing Company di Juneau, che hanno agganciato il trend nella primavera di questo 2015. E l’ampio novero delle craft cans include realtà quali le californiane Anderson Valley e Ballast Point, la newyorkese Brooklyn.

Ora qualcuno scommette che presto, saranno altri a seguire la stessa strada, per quello che si annuncia, una vera lattina-mania.




