Hall of Fame. Capitolo III. La Parsons Porter

Sembra infatti che Parsons ricopra un ruolo di innovatore cruciale in quel percorso lungo il quale – incalzate dal crescente successo dalle più chiare e beverine Pale Ales – le Brown Beers londinesi (il termine Beers in questa fase indica le birre caratterizzate dal luppolo, diversamente dalle tradizionale Ales) modificarono gradualmente il proprio profilo sensoriale, alla ricerca di una fisionomia che permettesse loro di fronteggiare meglio l’offensiva della tipologia concorrente; e alla fine divennero qualcosa di più scuro, di ancor più amaricante, di più a lungo invecchiato (le Porter, appunto). Ecco, le tappe specifiche e le svolte (se ce ne furono) di questo processo – collocabile nell’arco del primo trentennio del XIX secolo – sembrano assai difficili da individuare: così come, conseguentemente, i rispettivi autori.
Tuttavia, in questa sorta di transizione collettiva delle Brown Beers verso la loro nuova natura stilistica, Parsons viene identificato come il pioniere della tecnica della maturazione prolungata in tini di grandi dimensioni: nel 1736, alla Red Lion, ne fece installare una linea composta da unità capaci, ciascuna, di contenere 1.500 barili, pari a 500 botti. Il costo a pezzo fu di 536 sterline, ma l’investimento (ingente) fu ben ripagato: la scura che ne usciva fu celebrata come il Parsons’ Black Champagne dal poeta Oliver Goldsmith. Lo stabilimento, a fine Ottocento, giunse a sfornare qualcosa come 200mila barili, dando lavoro a 200 addetti; e l’attività sopravvisse, sotto le insegne della Hoare & Co, fino al suo assorbimento da parte del marchio Charrington nel 1933.



