Birra e bichieri: il goblet

Altro esponente della folta famiglia dei calici e altro manufatto tradizionale belga, il goblet fiammingo, detto anche bolleke goblet (il secondo termine traduce letteralmente proprio l’italiano calice, mentre bolleke è una voce che sta per piccola palla), è il modello che per secoli ha conteso a quella che noi abbiamo designato come coppa trappista il privilegio di accompagnare il servizio delle birre abbaziali e, in generale, di ascendenza monastica.

In effetti, tra i due formati non ci sono differenze: un paio però risultano evidenti e, alla fine, di una certa rilevanza. Partiamo dalle affinità: piede largo e ben piantato; gambo slanciato anche se non sottile; fusto largo e profilo non rastremato nel procedere verso il bordo, spesso artisticamente decorato con orlature colorate, dorate o argentate.

E ora gli elementi di diversità. Primo: il ventre, se come detto e ampio tanto quanto quello della coppa, è però mediamente più alto, il che rende la geometria del calice più valorizzante in ordine alla messa in risalto del colore della birra, ma anche più esigente rispetto alle quantità di birra stessa da mescere. Secondo: mentre la coppa, sebbene spesso non presenti restringimenti sommitali, non per questo li esclude in modo assoluto, il calice invece ne è del tutto privo: rispetto alla massima larghezza tracciata dal bevale, la parte superiore delle pareti ne mantiene le proporzioni. E anche questo aspetto, a ben vedere, pretende molto dalla schiuma della birra, alla quale – in assenza di rastremazioni della sezione longitudinale – viene a mancare qualsiasi supporto fisico alla propria compattazione e, quindi, alla propria capacità di durata.