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Birra e bicchieri: il calice

Nelle nostra scorribande attraverso la storia del rapporto tra la birra e i recipienti di somministrazione che ne hanno accompagnato la diffusione e la crescita in popolarità, arriviamo – in questa tappa – a presentare un modello ultraclassico, centrale nella vicenda evolutiva dei bicchieri da birra.

snifterParliamo del calice: per l’esattezza non un bicchiere, ma – oggi – una famiglia di bicchieri, comprendente, lo abbiamo appena detto, tutta una pluralità di versioni, ognuna delle quali legatasi a sua volta a una determinata tipologia o a un gruppo di tipologie brassicole. Dal calice genericamente inteso nascono lo snifter (mutuato dalla sfera di servizio dei distillati per la mescita di stili di nicchia, quali Barley Wine o Imperial Stout); il goblet fiammingo, detto anche bolleke goblet (bolleke è un termine olandese che sta per piccola palla), tradizionalmente utilizzato per Abbaziali e Trappiste; la coppa (ugualmente radicata nella consuetudine belga per il sorseggio di Strong Ales, oltre che delle appena citate Trappiste e Abbaziali); il tulipano (nelle versioni semplice, svasato, slanciato), compagno performante e versatile delle alte fermentazioni in genere.

Queste ultime due interpretazioni sono quelle sulle quali, pur velocemente, ci soffermiamo anche in questa sede: il tulipano perché è la derivazione che ha accentuato in modo minore sue peculiarità morfologiche, tanto che spesso lo si indica come calice a chiudere, sottolineando con ciò un discostamento inferiore rispetto al calice in senso lato; la coppa, invece, perché, nel suo disegno (ventre e apertura ampi, stelo non necessariamente lungo) ricorda più da vicino quella che è l’origine remota del calice stesso.

kylixIl termine coppa deriva dal greco kylix, vocabolo indicante un recipiente da vino in ceramica (stelo corto, corpo schiacciato e bocca dilatata, tanto da somigliare oggi a una teglia, più che a un bicchiere), il cui uso, nell’antica Ellade, è documentato fin dal VI secolo a.C. Si trattava di oggetti preziosi, dedicati a cerimonie familiari o al culto, che dalla regione di nascita si diffondono fino ad abbracciare l’intero bacino mediterraneo, imponendosi spesso in medesimi ambiti funzionali: non a caso, all’alba del cristianesimo, appare già nelle ricostruzioni dell’ultima cena tramandate dagli evangelisti. Sulla scorta dei resoconti degli apostoli, man mano che la nuova religione si estende, la coppa parallelamente si afferma come manufatto imprescindibile della liturgia, sempre più frequentamente – col passare del tempo – realizzato in materiali pregiati o comunque diversi da quelli più ordinari: oro, argento, cristallo di rocca, avorio, legno, corno, vetro, rame, stagno o piombo (una propensione che sarà, a tutti gli effetti, trasformata in prescrizione nel corso del concilio di Reims tenutosi sotto Carlo Magno).

Tulipano svasatoIl calice attraversa così tutti i secoli seguenti arrivando fino a noi con la silouhette che ci è familiare: pancia più o meno capiente (detta bevante); riduzione (di norma) del suo diametro via via che ci si avvicina verso il bordo (salvo poi aumentare di nuovo, formando una piccola svasatura); presenza (al di sotto del ventre) di uno stelo di solito sottile (ma nei formati birrari è più robusto che in quelli enologici); e, attaccata all’estremità inferiore, una base di forma circolare, il piede, sulla quale il gambo stesso appoggia perpendicolarmente. Più accentuata è la chiusura della bocca, più incisivo è il convogliamento dei profumi verso il naso; più ampio è il bevante, maggiore è la possibilità di effettuare manovre aeranti, atte a incentivare la diffusione del patrimonio odoroso della birra.