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Tendenze dagli USA: gli Hard Seltzer

Hanno conquistato il gusto dei consumatori americani e ora (le avvisaglie ci sono) si preparano a colonizzare anche il mercato europeo. Succederà già nel 2020? Alcuni osservatori pensano di sì, anzi, considerano sia una delle fiches su cui puntare alla roulette delle previsioni relative agli scenari birrari per l’anno da poco iniziato. Di cosa si parla? Degli hard seltzer, bevande moderatamente alcoliche e dal basso contenuto di calorie (due chiavi del loro successo) contenenti acqua gasata, spesso un’aromatizzazione di natura fruttata (o floreale o speziata) e, appunto, una componente etilica. Alcool ottenuto dall’aggiunta diretta di vino, liquori o distillati, quando non a fermentati derivanti da zucchero di canna oppure (ecco l’aggancio con il settore brassicolo) da malto d’orzo. 

I numeri del fenomeno? Nel biennio 2018-19 lo scacchiere Made in Usa ha registrato un’impennata della loro popolarità grazie all’incisiva forza del messaggio elaborato e veicolato, in particolare, da parte di alcuni marchi leader, tra i quali spicca quello di White Claw (Chicago, Illinois); e a fine 2020 gli analisti si aspettano che il segmento avrà raggiunto un potenziale, in termini di fatturato complessivamente generabile, pari a 2,5 miliardi di dollari: cinque volte tanti gli attuali 550 milioni, dato peraltro già impressionante e frutto di una scalata alle classifiche di gradimento che ha avuto una rapidità dirompente. E cosa c’entriamo noi da questa parte dell’Atlantico? C’entriamo, c’entriamo, per almeno un paio di motivi. Primo: quelle che sono novità oggi sotto la bandiera a stelle e strisce è probabile che lo saranno, domani o dopodomani, anche in Europa. Secondo: lo sbarco, in realtà, è già avvenuto; con la costituzione, nel 2017 a Londra, della TRIBEology Ltd, ideatrice e detentrice del brand Bodega Bay, il primo Hard Seltzer della Gran Bretagna e del Vecchio Continente. Ecco, concentrando l’attenzione sulle questioni di stretto interesse per il settore orzi e luppoli, sul tavolo troviamo almeno tre dati di fatto: il suddetto settore sta già vedendo, negli Stati Uniti, la propria strada orientarsi lungo una rotta d’avvicinamento a quella del nuovo drink di tendenza; un crossover tra i due prodotti è nell’aria; tale prospettiva si ritiene destinata a propagarsi sull’intero orizzonte internazionale.

Gli hard seltzer – invita a constatare Chris Labbe, proprietario della Periodic Brewing (Northglenn, Colorado) – sono già chiamati birra (pur impropriamente, certo) anche quando prodotti senza un solo seme di cereale. Le macro-breweries stanno spingendo forte su questo prodotto e anche noi artigianali ci stiamo avviando in quella direzione; confortati dalle vendite: alla tap-room, il nostro batte tutte le altre spine della gamma, in termini di bevute. Insomma, il solco è tracciato. E c’è chi già vede profilarsi un matrimonio specifico. Le Milkshake Ipa e gli hard seltzer – si sbilancia Aaron Reilly, responsabile della sala cotte al Basecamp Brewpub (Devils Backbone Brewing, Roseland, Virginia) – sono chiamati a combinarsi dando vita ai Milkshake Hard Seltzer, facendo tra l’altro esplodere la richiesta di lattosio.

Se poi non fosse sufficiente ciò che si percepisce da parte di svariati protagonisti del fronte craft, ecco il colpo d’artiglieria che fa piazza pulita di ogni dubbio. Sapete quale big label del settore birrario ha deciso d’investire massicciamente negli hard seltzer? Nientemeno che il colosso AB Inbev (maggiore superpotenza mondiale nel comparto industriale brassicolo), mediante il proprio partner-distributore Constellation Brands, puntando in particolare sul marchio Corona.