Mikkeller Beer Celebration: vale la pena esserci?
Maggio è solitamente un mese di transizione: per le persone comuni si traduce in bel tempo, giornate che si allungano sempre più, prime scampagnate a mare – una specie di lenta e lunga attesa prima di sprofondare nel letargo lavorativo (e non) che caratterizza l’Italia in agosto. Per me e altri pazzi della mia cifra, invece, maggio significa una cosa sola: andare al CBC – anzi, in verità al MBCC. Già, perché da quest’anno Mikkeller ha deciso di rompere del tutto gli indugi e cambiare il nome alla manifestazione, passando da un generico Copenhagen Beer Celebration a un maggiormente incisivo ed autoreferenziale Mikkeller Beer Celebration Copenhagen (il nome della città non per caso, visto che è prevista la replica di un’edizione americana per l’autunno, a Boston).

Dalla vecchia palestra di Sparta Halle delle prime edizioni (fino al 2015) all’attuale mega-capannone di Halmtorvet 11, il festival ha avuto un’evoluzione impressionante, arrivando ad essere oggi una delle migliori kermesse esistenti sulla faccia della terra: oltre 100 birrifici – tra nomi di prim’ordine nel panorama mondiale, hype, tendenze, solide glorie, nuove (presunte) promesse, realtà provenienti dai pesi più disparati – offrono, nell’arco dei due giorni di durata, una selezione complessiva di quasi 700 birre diverse. Come se non bastasse, la città intera viene coinvolta in una misura completa e totalizzante per la settimana (battezzata non a caso Mikkeller Beer Week): non solo gli oltre 12 (!) locali di Mikkeller partecipano ciascuno a suo modo con tap-list d’eccezione, release limitatissime, degustazioni oltre il limite della follia (per la modica cifra di 700 euro si è tenuta, al Koelschip, una verticale di 40 anni di Cantillon Gueuze), ma tanti altri beer bar – dal mitico Fermentoren al Brus, brew-pub costola di To Øl – propongono un’offerta esclusiva e immensamente superiore rispetto ad altri periodi dell’anno. Nonostante tutto, non mancano le critiche a più voci: troppo geek, troppo costoso, troppo modaiolo, troppo tutto, e chi più ne ha più ne metta. Di mio, sono arrivato alla terza partecipazione consecutiva; e in quest’articolo proverò ad essere il più lucido possibile, cercando di far luce sugli aspetti più scottanti e chiacchierati della manifestazione, affinché chiunque possa avere una prospettiva (più o meno) a trecentosessanta gradi per risolvere il dubbio amletico riguardo il MBCC: andare o non andare?

LA FORMULA
Come molti ben sapranno, l’acquisto del biglietto d’accesso è previsto circa sette mesi prima dell’evento, in ottobre. Il festival è diviso in quattro sessioni – da quattro ore l’una – spalmate su due giorni e in cui ciascun birrificio presente attaccherà dalle due alle tre birre diverse. La partecipazione ad una sessione è acquistabile singolarmente ad un costo orientativo di 60 euro, oppure in un unico biglietto – pink, dal colore rosa del relativo braccialetto – che le comprende tutte per circa 240 euro. Costi non indifferenti, ma nemmeno esagerati se si pensa a quanto costa bere certe birre a Copenhagen (per darvi un’idea: durante un evento collaterale della Mikkeller Beer Week è stata servita alla spina la ManBearPig, ricercatissima e rarissima Imperial Stout di Voodoo: 37 euro per un bicchiere da 0.15. Giuro).

IL TEMPO
Lo so, lo so. Quattro ore per sessione sembrano pochissime, miserrime. Così tante buone birre, e così poco tempo per assaggiarle. Sono sincero: al mio primo (ex) CBC, mi sentivo un po’ intimorito: e se non ce la faccio a bere tutte quelle che mi interessano? E se poi ne bevo troppe e mi sento male? Domande forse legittime, messi di fronte ad un formato nuovo senza sapere come comportarsi. Superato, però, quel breve smarrimento iniziale, non è affatto difficile prendere confidenza; non si fa altro che tararsi su se stessi. Il che significa che ci saranno momenti in cui, citando un caro Prof. dell’università ormai in pensione, si va avanti come i treni, altri in cui ci si fermerà a chiacchierare, a ridere, altri per riflettere e prendere due appunti (suvvia: davvero non l’avete mai fatto in vita vostra? Nemmeno qualche riga su Facebook? Non mentite a voi stessi. Eh, sì, sapete: pure lì non state facendo altro che trascrivere il ricordo dell’esperienza una bevuta…). Ora, è chiaro che l’atmosfera di un festival che si svolge nell’arco di una giornata sana, dove si riescono a ritagliare tanto momenti lenti e conviviali quanto fasi di bisboccia colossali, non è replicabile qui. Non con le stesse proporzioni, perlomeno. Mancano le modalità, manca un bicchiere più grande, ma manca soprattutto la continuità. Se proprio, ed è legittimo, non vi piace che vi rompano il ritmo, come a Kuzco ne Le follie dell’Imperatore, allora il MBCC non fa per voi. Quanto a me: che ci crediate o no, aggirandomi per l’enorme sala, negli anni mi è capitato di osservare l’orologio e pensare: cazzo, non sono passate nemmeno due ore!!!
LE BIRRE
Tanto fumo, e la ciccia? Be’, di carne ce n’è veramente molta. Un’abbondanza e una concentrazione che ha davvero pochi eguali al mondo. Siano fatte delle debite precisazioni, però: scorrendo la lista delle birre presenti al MBCC, non ci troverete la Franconia, Real Ales (fatevi dire che pure siete dei bei fessi, se vi aspettate di trovare le prime due a Copenhagen), Belgio nel senso più classico del termine, e così via. Da quel punto di vista, zero.
Lamentarsi di tali mancanze lascia il tempo che trova: il festival è stato fin dall’inizio concepito, molto esplicitamente, affinché i birrai portassero con sé le loro produzioni più accattivanti, più limitate, più di grido. Al contrario, però, pensare che sia solo un carnevale di divertissement e stravaganze è altrettanto scorretto perché non c’è niente di più sbagliato. Certo, le birre soft serve di Omnipollo sono una delle cose che vedrete richiedere più in assoluto, da decine e decine di persone in fila, ma parliamo di un nome su settanta o più: ha davvero senso prenderlo come cartina tornasole della qualità di ciò che possiamo trovare? Molti si accontentano così, ma a mio avviso sarebbe meglio, forse, dedicarsi alla principale motivazione che dovrebbe spingere qualcuno a partecipare al MBCC, ovvero l’incredibile numero di eccellenze raccolte tutte insieme nello stesso posto.

Possibile che le birre siano tutte ottime, o tutte in buona forma? Se lo dicessi, vi mentirei: è giocoforza, con una tale vastità di materiale in campo, ritrovare una certa percentuale di produzioni che non stupiscono, non fanno breccia, ma tuttavia oneste; constatare – specie sul versante del luppolo – in diverse altre, ahimè, la mancanza di freschezza; ritrovarsi nel bicchiere qualcosa di abbastanza sballato, difficilmente bevibile, fatto male; incrociare persino roba indecente, in cui difetti erano riscontrabili in maniera alquanto palese. Sono considerazioni che vengono fatte in modo puntuale ad ogni festival, e il MBCC non fa e non deve fare eccezione; il punto è capire se la bilancia pende in favore delle birre davvero eccelse e davvero degne di nota, e non dall’altro piatto, sormontato peraltro dalla spada di Damocle di un costo del biglietto non proprio a buon mercato. La risposta, per me, è ovvia, con un bilancio largamente in positivo. L’impressionante batteria delle migliori riesce a mettere in secondo piano eventuali lamentele o delusioni. Dice: ma come orientarsi per scegliere bene, tra quasi 700 alternative? Un po’ di infarinatura sull’offerta bisogna in effetti averla, un breve (o lungo) studio della line-up propedeutico, eventualmente avere qualcuno che ti consigli, sono i migliori accorgimenti da applicare per andare abbastanza a colpo sicuro.
In generale, la maggior
L’ORGANIZZAZIONE
Ormai alla sua settima edizione, il festival è una macchina collaudata che non ammette alcun tipo di inceppamento. Mentre nel palestrone di Sparta Halle ci si poteva sentire di tanto in tanto un po’ stretti, la nuova location si è confermata una vittoria a mani basse: dallo screening dei biglietti ai bagni, tutto scorreva in una semplicità liscia, con attese minime e zero rischio di stress o frustrazioni. I punti di lavaggio dei bicchieri erano strategicamente posizionati e tutti ben accessibili, le bottiglie d’acqua (personalizzate col logo MBCC stampato sopra) erano sempre acquistabili per chi non se la fosse portata dietro, infine non mancavano caffè e cibo a prezzi in linea con quanto li avresti pagato fuori. Come organizzazione, complice forse l’efficienza danese/scandinava, mi è sembrato superiore persino all’America. Così, giusto en passant. E il tanto discusso staff di volontari? A giudicare anche dal racconto di amici che hanno provato l’esperienza, sembravano non solo ben integrati, ma decisamente coinvolti, facendo team vero e proprio con i birrai stessi ai banchi spine; ora, non metto in dubbio che nel complesso si saranno senz’altro stancati assai in quei due giorni di fuoco, ma, mentre tutto si svolgeva, a me tante facce davano l’impressione di chi si stesse divertendo.

LA GENTE
Se siete frequentatori – non dico assidui e di lunga data, ma basta che partecipiate ad uno almeno una volta l’anno – di festival, è capace che dopo un po’ cominciate a riconoscere qualche faccia; a familiarizzare con qualcuno, fosse anche che lo vedete solo in quell’occasione, per poi finire a bere insieme. D’altra parte è una delle ragioni principali per cui si va, o no? Ancora meglio se con amici, pochi o in gruppo non importa. Ecco, al MBCC non si fa eccezione. Pur avendo già discusso circa il minor tempo disponibile e spezzettato, l’occasione per stare con persone che conosci, riderci e scherzarci insieme, scambiare opinioni su una birra, aprire e delirare su qualsiasi tipo di discorso, non vi mancherà. Non vi mancherà poter parlare coi birrai, non mancherà gente che di punto in bianco tira fuori bottiglie portate di straforo per condividerle, o cibi della propria regione. Non vi mancheranno risate, cazzate, momenti di appannamento in cui ci si guarda e si finisce a ridere accusandosi l’un l’altro di essere sbronzi. Dice, e i temibili raters? Eccome se ci sono: diligentemente ai loro tavoli, bevono, prendono appunti, fanno a turno per andare a riempire i bicchieri e ricominciano a scrivere, scrivere, scrivere; forse saranno poco più di una cinquantina su svariate migliaia di persone. Paura, eh?
TIRANDO LE SOMME
Eccoci. Arrivati a questo punto, vi starete chiedendo se ne valga veramente la pena. Si è già parlato del costo: non è basso. Altrettanto vero che non è un festival come molti altri, per qualità e varietà. E però, ci vuole un po’ di applicazione, impegno, costanza; ora sarebbe esagerato dire che non ci si può rilassare, ma la durata ristretta delle sessioni proiettano chi è avvezzo a un’intera giornata in una cognizione della gestione del tempo abbastanza diversa. Tenendo ben in mente tutto ciò e provando a capire se possa essere nelle sue corde o meno, in linea di massima penso che un sincero e verace appassionato – non necessariamente geek incallito – prima o poi debba provare un’esperienza del genere. Quanto a me, sono già in attesa di ottobre.



