Ti sarà inviata una password tramite email.

La belga Duvel Moortgat acquista il 35% del Ducato: intervista a Giovanni Campari

Dopo la notizia di venerdì del birrificio Toccalmatto, che ha detto sì al sodalizio aziendale con la beer firm belga Caulier, oggi rimbalza un’altra news di mercato davvero niente male. Poco fa il Birrificio del Ducato ha annunciato ufficialmente di aver ceduto una quota di minoranza, il 35% per l’esattezza, a Duvel Moortgat, una realtà industriale belga fondata nel 1871 che produce birre a marchio Duvel, Chouffe e Liefmans, de Koninck, Maredsous, oltre ad avere partecipazioni in birrifici statunitensi del calibro di Firestone Walker, Boulevard, Ommegang, e l’olandese ‘t IJ. Un gruppo in espansione che può vantare 1,8 milioni di hl prodotti nel 2016 e profitti per 53 milioni di euro. Certo quisquilie rispetto ai numeri di AbInBev, e sicuramente una percezione del consumatore più positiva rispetto a quella di altre multinazionali della birra, ma pur sempre un’azienda di un certo peso.

L’altra notizia, non di poco conto, è che la cessione è avvenuta nel dicembre del 2016, a distanza di sette mesi dal comunicato ufficiale. Come mai questo ritardo? Dopo insistenti voci, sempre opportunamente smentite, la circolazione, anche su facebook, di visure camerali della Ducato Distribuzione srl e del Gruppo Italy srl che mostravano la nuova composizione societaria, ha reso obbligatorio la stesura di un comunicato da parte del birrificio, pubblicato oggi sulla propria pagina facebook. Il motivo della cessione delle quote viene spiegato chiaramente: intraprendere una direzione di consolidamento della struttura aziendale, senza voler passare dagli istituti bancari. Cedendo una quota di minoranza, la maggioranza rimane saldamente nelle mani dei soci fondatori (Giovanni Campari e Manuel Piccoli) che ottengono le risorse necessarie per attuare gli investimenti prefissati garantendo invariato il proprio posizionamento e le modalità di produzione. Nel comunicato si ribadisce a chiare lettere la parola minoranza, scritta anche in maiuscolo. Del resto è questa la paura che giustifica il ritardo, per noi ingiustificabile, con il quale il birrificio ha diffuso la notizia: anche se la proprietà mantiene la maggioranza, in un momento in cui la consapevolezza di uno scontro industria vs craft ha toccato i massimi storici, l’appassionato potrebbe percepire un certo retrogusto industriale in questa operazione. Da qui il timore del birrificio di una caccia alle streghe che lo mettesse alla gogna. Abbiamo girato i nostri dubbi al diretto interessato, Giovanni Campari fondatore e birraio del Birrificio del Ducato.

Perché questo imbarazzante ritardo nella comunicazione? Pensavate che la notizia non sarebbe mai venuta fuori?
Semplice, per noi non è cambiato nulla, non si voleva dare importanza a ciò che importante non è. Non abbiamo ritenuto necessario comunicare la cessione delle quote perché tutto rimane invariato sia in termini strategici che produttivi. È solo una forma di finanziamento.

Quindi il 35% di Duvel non avrà peso né oggi, né in futuro?
Vorrei essere chiaro: se avessimo voluto vendere tutto avremmo già venduto. Le proposte le abbiamo avute anche da multinazionali. Io e Manuel abbiamo speso una vita nel Ducato, 10 anni di sacrifici che non volevamo andassero perduti. Anche perché considero Ducato una mia creatura e non volevo perderne il controllo. Sono venuti da noi gruppi industriali che non capivano la nostra visione, non capivano niente di birra, parlavano solo di profitto e di EBITDA, erano delegati di società quotate in Borsa. Con Duvel è stato diverso, c’è una famiglia alle spalle, non è quotata in Borsa, ci sono birre e birrifici che noi apprezziamo, c’è un amministratore come Michel Moortgat, che adesso siede nel nostro consiglio, al quale non abbiamo dovuto spiegare niente sulle birre che produciamo, che ha condiviso la nostra filosofia, che non ci chiede nulla di quello che facciamo, lasciandoci carta bianca.

Non ti aspettavi polemiche?
Sì ma non così violente. Questo accanimento mi sembra un po’ fuori luogo, io non ci vedo tutte queste analogie con le famigerate “acquisizioni da parte dell’industria” di cui si parla tanto, ovvero se alcuni operatori non capiscono la differenza della nostra scelta con quella fatta da altri birrifici (come Borgo, ad esempio) non so cosa farci e non nascondo che mi dispiace un po’ . Ripeto, avremmo potuto vendere ma non lo abbiamo fatto: non volevamo perdere l’azienda, volevamo mantenerne il controllo, noi siamo il Ducato.

Sappiamo che i birrifici della tua dimensione hanno bisogno di finanziamenti per navigare in acque tranquille e fare gli opportuni investimenti. Ma questa era l’unica alternativa? Avete fatto un crowdfunding di successo con il progetto Italian Job…
Sì in Inghilterra però. Quando abbiamo ceduto le quote non si poteva fare in Italia e comunque qui da noi non c’è ancora la cultura finanziaria che c’è in UK pertanto l’equity crowdfunding non era una scelta praticabile al tempo.

La scelta non può essere solo finanziaria. Duvel darà una spinta in termini di distribuzione?
In Italia vendere birra artigianale è un problema serio: il mercato di nicchia si sta saturando e non puoi corteggiare i publican per vendergli due fusti, qualche piccolo produttore può farlo, ma noi no. L’unico modo per uscire è spingere gli attuali canali di vendita, individuare distributori importanti, andare nei canali classici della distribuzione di bevande sempre rimanendo dell’HO.RE.CA., che è poi quello che stavamo facendo già da tempo. Ripeto, la partecipazione societaria di Duvel non comporta alcun cambio di direzione in termini produttivi, di posizionamento o commerciali ed è questa la ragione principale del fatto che non abbiamo reso pubblica una notizia che ai fini pratici non ha cambiato niente. La notizia l’avremmo resa nota nel momento in cui avremmo iniziato una partnership distributiva su qualche mercato estero.

La vendita delle quote è stata reinvestita nell’azienda?
Manuel ed io abbiamo reinvestito nel birrificio tutti i proventi delle quote cedute per patrimonializzare l’azienda ed estinguere i debiti, per acquistare il capannoni e i terreni dell’attuale stabilimento. Adesso possiamo guardare con serenità al futuro, con un partner che capisce i nostri bisogni, mantenendo il controllo della gestione, senza dipendere dalle banche.

Si vocifera che Duvel abbia una sorta di opzione per l’acquisto totale del Ducato..
Sono solo illazioni!

Qualcuno già definisce la tua birra industriale..
Se qualcuno definisce la nostra birra Industriale direi che non ci siamo proprio, questo movimento ha creato dei mostri! Guarda caso i più feroci e accaniti inquisitori sono persone che hanno degli interessi economici da difendere, che non vogliono vedere i birrifici crescere e nemmeno troppo distribuiti così possono permettersi di avere un potere da esercitare: a volte il potere può essere decretare quale birre vanno bevute e quali no o più spesso avere l’esclusiva territoriale di certe birre nei loro locali al fine di praticare prezzi esorbitanti in regime monopolistico e realizzare margini spropositati. Chi ha orecchie per intendere…

Per legge puoi definire i tuoi prodotti birra artigianale?
Purtroppo l’Italia è la terra delle “leggi ad personam” (vedi quella sui birrifici Agricoli o quest’ultima sulla birra artigianale), dove si stabilisce che una azienda per essere artigianale e indipendente non può avere partecipazioni superiori al 25%. Per questo cavillo noi ne siamo fuori, ma allora una industria che possiede un micro birrificio (ce ne sono tantissime in giro) oppure un birrificio che rientra nel limite ma “de facto” ha una dipendenza commerciale da alcuni grossi gruppi distributivi possono entrambi fregiarsi del titolo di “birra artigianale”. Ebbene si, è così. Noi non ci presentavamo come “birra artigianale” già da molti anni, e ora non lo potremo fare comunque. Al di là delle leggi, che differiscono da stato a stato, la birra che produciamo è completamente diversa dalla birra industriale: su questo non vi sono dubbi.

Ti senti ancora un produttore di craft beer?
Assolutamente si.