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Toccalmatto si unisce alla belga Caulier: parla Bruno Carilli

Il comunicato stampa arrivato ieri in redazione è di quelli che non passano certo inosservati: Toccalmatto e Caulier uniscono le forze, ovvero il birrificio di Fidenza tra i più conosciuti e apprezzati in Italia (3,600 hl di produzione annua) “si sposa” con la ben nota beer firm belga (ben 10.000hl prodotti interamente presso De Proef). Per saperne di più rispetto ad un comunicato piuttosto evanescente, abbiamo alzato il telefono e chiamato il fondatore del birrificio emiliano, Bruno Carilli.

Ciao Bruno, volevamo distoglierti dai social dove ti stanno mettendo un poco sulla graticola per farti qualche domanda.
Eheh, non ti preoccupare sono sciocchezze…

Ok saranno pure bazzecole le polemiche, però qui siamo di fronte ad una notizia di una certa rilevanza. Nello specifico di cosa si tratta: di un conto terzi, una fusione, un’acquisizione??
Forse la parola migliore è Joint Venture: abbiamo unite le forze. Le modalità dell’operazione saranno comunicate prossimamente. Non è però questo il punto cruciale, l’importante sono i progetti che possiamo realizzare adesso.

Spiegaci meglio.
Vedi, un birrificio come Toccalmatto ha bisogno di risorse importanti per attuare una crescita obbligata. Sono necessarie risorse per assumere personale, soprattutto in ambito commerciale, oltre che per la comunicazione e per il marketing. Per fare lo scalino puoi vendere alla grande industria o puoi accordarti con i tuoi simili. Io ho preferito la seconda scelta.

Ma quindi la possibilità di ricercare finanziamenti per te è un’utopia?
Noi di Toccalmatto abbiamo già fatto un investimento importante due anni fa con l’acquisto del nuovo impianto, un investimento sostenibile attraverso un indebitamento non rischioso. Ma non basta. Alternative? Il crowdfunding in Italia è impensabile. Ci sarebbero i fondi di investimento ma i birrifici da noi sono troppo piccoli per essere appetibili, e poi ti danno dei soldi sì, ma devi portare dei risultati da contratto finendo per lasciargli potere decisionale. Io non mi voglio sputtanare, voglio continuare a gestire l’azienda personalmente. La sinergia, in questo contesto, si spiega bene.

Come nasce questo sodalizio?
Ho conosciuto il fondatore, Eric Coppieters, in Belgio al Moeder Lambic. È un imprenditore di successo che dopo un’importante vendita ha deciso di investire recuperando un marchio belga dimenticato, un birrificio che era stato acquisito e poi chiuso da Stella Artois, poi entrato nel portafogli di Interbrew, oggi AbInBev. Stiamo parlando di un marchio di successo che produce 10.000hl all’anno, 6.000 venduti in Italia e 4.000 in Belgio. La nostra collaborazione è iniziata con la produzione presso il nostro birrificio di due loro birre, una IPA e una Imperial Pils.

Certo che i due birrifici sono molti diversi, appaiono come una “strana coppia”: sicuramente qualche appassionato storcerà il naso o farà ironia su termini usati nella comunicazione di Caulier in riferimento alle sue birre, tipo: “Sugar Free” – “Low Carb” – “Extra Taste ed Extrafit”…
Se ti devo dire la verità anche a me piacciono poco alcuni slogan. Però c’è il rovescio della medaglia: i prodotti sono completamente diversi e affiancabili. In portafoglio hanno diverse linee di prodotto di cui alcuni anche innovativi e molto interessanti: Birre Low Carb, Birre senza Glutine e poi la Linea 28 più giovane e se vogliamo sperimentale (White Oak tra tutte, birra con Chips di Legno, Kumquat e Bretta). Comunque il responsabile birre sarò io e ti assicuro ci sarà da divertirsi.

Cosa accadrà nell’immediato e nel medio termine?
Arriveranno nuovi fermentatori in autunno per poter sostenere gradualmente lo spostamento della produzione dal Belgio al nostro birrificio. In un paio di anni prevediamo di arrivare a quota 20.000hl grazie ovviamente ad adeguati investimenti. Considera che Caulier ha stretto rapporti in Messico e a Bruxelles per l’apertura di due birrifici, i progetti sono ambiziosi ed estremamente interessanti. 

Usciamo un secondo dalla questione nello specifico. Secondo te sono in molti in Italia i birrifici che rischiano?
Sì in tanti. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto. Poi dipende da tanti fattori, ma anche chi è ancorato bene nel territorio sicuramente si potrebbe trovare in difficoltà. Chi è particolarmente indebitato può soffrire molto in termini di liquidità, bastano due mesi che non vanno come dovrebbero… Rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle.

Pensi ci saranno cessioni importanti in Italia nel prossimo futuro?
Il valore dell’azienda non è dato dai macchinari, né dagli immobili, ma dalla reputazione del marchio e dal birraio. Se AbInBev ti vuole comprare è perché hai costruito un marchio e perché ti porti dietro una certa expertise, una reputazione e un know how. Sono poche le aziende in Italia che hanno queste caratteristiche, persone e birrai che hanno ottica imprenditoriale. Vedremo…