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Hybrid mode: scopriamo gli stili a fermentazione ibrida americani

What goes up must come down. Espressione talmente usata da trovarsi disseminata in numerose pagine di musica pop; dando il titolo, ad esempio, a due brani degli anni Settanta: quello pubblicato nel 1974 con la voce di Tyrone Davis e quello uscito nel 1978 a firma di The Alan Parsons Project. Sostanzialmente, una legge naturale condensata in un principio di buon senso, la cui ineluttabile meccanica newtoniana sembra calzare a pennello sulla vicenda storica che ha interessato la pratica delle fermentazioni ibride negli Stati Uniti.

Dove, in una sorta di bilanciamento spontaneo, troviamo storicamente una duplice presenza. Da un lato, tipologie birrarie in cui i lieviti Lager (Saccharomyces pastorianus) sono spinti “in alto”, lavorando al di sopra dell’intervallo termico ideale per il loro metabolismo (grosso modo 7-13 °C). Dall’altro lato, tipologie dove i lieviti da Ale (Saccharomyces cerevisiae) sono portati a “planare in giù”, operando nella fascia inferiore della loro finestra termica (delimitata in basso dai 13-14 °C). In questo saliscendi, ecco una carrellata degli stili più rappresentativi che, nel Nord America, popolano la terra di mezzo tra top e bottom fermentations.

Cream Ale: la delicatezza al potere

Le fonti storiografiche non consentono di identificare la birra capostipite di questa tipologia ibrida. Tuttavia, inquadrano la sua origine nella seconda metà dell’Ottocento, quando la maggioranza dei produttori statunitensi subiva la concorrenza delle nuove birre lager d’ispirazione europea (dalla Pilsen in avanti).

Come arginare l’avanzata delle basse fermentazioni? Si scelse di sperimentare procedimenti in grado di riprodurne le caratteristiche organolettiche: nello specifico, il ricorso a un’alta fermentazione “schiacciata” verso temperature più basse per limitare le esterificazioni.

Oggi la letteratura tecnica, accanto alla formula ibrida (condotta a 16-20 °C), attesta sia l’uso di lieviti Ale a impronta neutra, sia il coinoculo di lieviti da alta e da bassa fermentazione. Per la ricetta ci si avvale di malto chiaro (Pils e/o Pale), ma anche di mais e zucchero (fino al 20%); i luppoli sono impiegati con dosi contenute, pescando sia dal paniere americano che da quello europeo classico.

Le interpretazioni italiane:

  • Cream Ale – Canediguerra (AL)
  • Cream Heli – Birrificio di Cagliari (CA)
  • Nunenapils – Okorei (NA)

Nel bicchiere: Colore chiaro e gradazione medio-leggera (attorno al 5% vol.). Al naso emergono note maltate (cereale fresco, crosta di pane, un quid di granturco), sfumature prative (fiori, erba tagliata) e delicate componenti fruttate (mela). Il sorso è asciutto, ben carbonato e morbido, privo di astringenze o amari eccessivi.

california common
 

California Common: l’arte di arrangiarsi

Anche l’alba delle California Common si colloca nella seconda metà del XIX secolo, ma con riferimenti storici ben precisi. Il punto di riferimento assoluto è la celebre Steam Beer della Anchor Brewing Company, storico marchio di San Francisco fondato nel 1896 da Ernst Baruth e Otto Schinkel (passato al gruppo Sapporo nel 2017, chiuso nel 2023 e rilevato nel 2024 dall’imprenditore Hamdi Ulukaya per il rilancio).

Anchor detiene dal 1981 l’esclusiva sul marchio Steam Beer, ma la tecnica ha radici diffuse: nel secondo Ottocento, i birrai del sud-est degli USA si trovavano a birrificare con lieviti Lager senza disporre di impianti di refrigerazione artificiale. La soluzione adottata a San Francisco fu quella di condurre la fermentazione in vasche basse e aperte posizionate sui tetti dei birrifici: la fresca brezza dell’Oceano Pacifico raffreddava il mosto in modo naturale, generando colonne di vapore condensato (steam).

In quelle vasche, la temperatura non scendeva ai livelli ottimali per il Saccharomyces pastorianus, costringendo il lievito a lavorare tra i 13 e i 18 °C e generando sottili esterificazioni. Ancora oggi lo stile prevede l’uso di ceppi da bassa ad alte temperature, miscele di malto Pale con piccoli tagli di tostati o crystal, e luppoli dalle note legnose e balsamiche applicati con moderazione.

Le interpretazioni italiane:

  • California Common – Porta Bruciata (BS)
  • Serpe – Chianti Brew Fighters (SI)
  • BearAway – Eastside Brewing (LT)
  • Frisco – La Villana (VI)
  • Calabrifornia – Birra Bellazzi (BO), con l’aggiunta di bergamotto

Nel bicchiere: Nel bicchiere si presenta ambrata. I profumi rivelano toni boschivi, maltati (biscotto) e levemente fruttati (mela). La bevuta è fluida, con corpo medio, carbonazione vivace, gradazione contenuta (circa 5% vol.) e una chiusura pulita con una vena amaricante incisiva.

birra artigianale dorata

Blonde Ale: birra al popolo!

Facciamo un salto temporale fino all’ultimo quarto del Novecento. Gli Stati Uniti vivono l’esplosione della rivoluzione artigianale avviata nel 1978: i microbirrifici necessitano di una birra d’assalto, facile da bere, pensata per conquistare il grande pubblico e competere con i colossi industriali.

La Blonde Ale nasce in questo contesto. Sotto il profilo microbiologico si tratta di una tipologia “ibrido-fermentativa facoltativa”: le ricette prevedono l’uso alternativo di lieviti da bassa, ceppi da alta poco esterificanti (americani o inglesi) o selezioni da tecnica ibrida (come i ceppi da Kölsch). I luppoli sono usati con mano leggerissima, mentre nella griglia dei carboidrati sono ammessi piccoli contributi di frumento o zucchero.

La storia individua la prima interprete moderna nella Catamount Gold, lanciata nel 1987 dalla Catamount Brewing (primo microbirrificio del Vermont, i cui marchi sono stati successivamente rilevati da Harpoon Brewery).

Le interpretazioni italiane:

  • Snap – Extraomnes (VA), un’interpretazione filologica di estrema bevibilità.

Nel bicchiere: Colore dorato chiaro. L’aroma è prevalentemente maltato, con sottili venature fruttate o luppolate. Il profilo gustativo è scorrevole, con corpo leggero, gradazione contenuta (attorno al 4,5% vol.), bollicina guizzante e un finale ben bilanciato tra morbidezza e toni amaricanti.


Cold IPA: Generation Alpha

Figlia del XXI secolo, la Cold IPA rappresenta la declinazione moderna degli stili birrari ibridi. Il primo esempio risale al 2018, con la Relapse IPA ideata da Wayfinder Brewery a Portland (Oregon).

L’obiettivo della ricetta era duplice:

  1. Creare un profilo sensoriale opposto alle NEIPA (più western di una West Coast IPA), esaltando luppolo e amaro senza ingombri palatali o rotondità da glicerina.
  2. Evitare le note solforate tipiche di alcune India Pale Lager (IPL).

Il protocollo produttivo prevede l’impiego di malto Pils associato a un 20-40% di riso o mais per spingere la secchezza ed evitare note caramellate. La fermentazione è affidata a ceppi da California Common fatti lavorare tra i 14 e i 16 °C, portando l’attenuazione fino all’82-88%.

Il dry-hopping viene eseguito a temperature warm (circa 25 °C) durante le fasi di krausening o spunding, favorendo le biotrasformazioni dei luppoli (di matrice nuovomondista) ed evitando l’ossidazione. Una decisa filtrazione e un’elevata carbonazione completano il processo.

Le interpretazioni italiane:

  • P’Ipa Cold – Birrificio Rurale (MB)
  • Arctic Terror – Wild Raccoon (UD)
  • Demon Cleaner – Nama Brewing (BG)
  • Pura Vida – Beer Belly (MO)

Nel bicchiere: Colore chiaro e luminoso (dal paglierino al dorato leggero). Gli aromi vedono le note maltate e gli esteri in secondo piano rispetto all’esplosione del luppolo (frutta tropicale, agrumi, resina). In bocca il corpo è medio-leggero, la gradazione medio-robusta (6.5-8% vol.), la bollicina sostenuta e l’amaro incisivo ma privo di ruvidità.