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Dietro le quinte dei concorsi homebrewing

Molti anni fa iniziai a produrre birra in casa. I soliti pentoloni, tanta fatica, una vagonata di entusiasmo. All’epoca ero già da molti anni appassionato di pub, viaggi e birra, ma non ne capivo granché di stili birrari e ancor meno di produzione. Autodidatta, appassionato più che altro di Guinness e Kilkenny, non avevo solidi strumenti per valutare ciò che avevo nel bicchiere. Spesso mi barcamenavo tra nomi di stili che non facevano altro che crearmi una gran confusione nella testa.

Così, dopo aver prodotto in casa qualche ricetta e aggiustato per bene la prima, una Porter, con un paio di ulteriori prove cercai un concorso per homebrewer a cui iscrivermi. Ne trovai uno a Roma organizzato in quattro tappe annuali, come un campionato, con una struttura molto simile a quello che organizza MoBI (Movimento Birrario Italiano). Con grande sorpresa, mi piazzai al quarto posto nella tappa dedicata alle Porter, a un soffio dal podio, su una base di circa 25-30 concorrenti. Fu un’emozione enorme, accompagnata da ansia e agitazione, ma anche da tanta soddisfazione. All’epoca non avevo la più pallida idea di come funzionassero i concorsi per homebrewer: quali fossero i criteri di valutazione, come avvenisse la scelta dei giudici o quali fossero le linee guida di riferimento. Oggi, dopo aver partecipato a diverse competizioni, averne organizzate alcune ed essere stato parte di molte giurie, ho appreso dettagli e retroscena che in quegli anni mi erano completamente ignoti.

Ci sono stati anche giudizi che non ho preso bene, soprattutto quando ritenevo che i giudici chiamati a valutare le mie birre non fossero all’altezza. Non tanto delle mie birre, che spesso e volentieri non erano granché — specialmente agli inizi — ma della responsabilità della valutazione. Gli homebrewer, comprensibilmente, sono sensibili: possono anche accettare giudizi negativi, ma devono essere generati con cura e dedizione, mostrando la giusta attenzione all’assaggio e rispettando le fatiche, i sogni e le aspettative di chi ha messo impegno e cuore nel portare quella birra fino al bicchiere del giudice.

Come si organizzano i concorsi per homebrewer? Quali sono gli snodi critici? Cos’è che spesso non funziona come dovrebbe? Proviamo a capirlo.

Le linee guida

Anche chi non è del mestiere è probabilmente cosciente degli innumerevoli stili birrari che esistono attualmente nel mondo. Gli stili sono quei tratti rappresentativi della birra modellati nel corso del tempo fino a diventare patrimonio comune: sperimentazioni ed evoluzioni che possono affondare le radici in secoli di storia birraria. Esistono chiaramente anche stili recenti, alcuni dei quali hanno fatto capolino per poi cadere nel dimenticatoio alla velocità della luce (qualcuno ricorda le Brut IPA?).

Anche se molti homebrewer sono allergici agli stili, rifiutandoli in parte o del tutto, una classificazione di riferimento su cui valutare la riuscita di una birra è fondamentale in un concorso. Senza linee guida chiare, l’assaggio si ridurrebbe a un “mi piace / non mi piace”, lasciando spazio a giudizi totalmente soggettivi che possono andar bene per parenti e amici, ma non per stilare una classifica in base alla quale assegnare dei premi. Ogni concorso è libero di scegliere le linee guida che preferisce: volendo, se le potrebbe anche scrivere da solo. L’importante è che siano note e definite prima della gara, per garantire la maggiore oggettività e uniformità possibile nel giudizio.

Per gli homebrewer questo aspetto è particolarmente importante, poiché spesso la bravura e lo sforzo produttivo sono volti proprio a ricreare un determinato stile con la maggiore fedeltà possibile. Riuscirci ed essere premiati per questo è un traguardo fondamentale per un birraio casalingo. Lo è anche per chi produce e vende birra nel mondo professionale, ma in quel caso la riuscita della birra è forse meno legata alla coerenza con lo stile di riferimento e più alla capacità tecnica di produrre una birra piacevole e senza difetti, che piaccia al pubblico. Se poi sia perfettamente riuscita come IPA o sia sbilanciata verso una APA importa meno.

Tra le tante linee guida disponibili, le più diffuse sono senza dubbio quelle del Beer Judge Certification Program (BJCP), un’organizzazione no-profit nata negli Stati Uniti che si pone come obiettivo la standardizzazione dei metodi di valutazione e la certificazione dei giudici. Nata soprattutto per i concorsi amatoriali, oggi le sue linee guida vengono usate in tutto il mondo, anche in competizioni professionali. Nonostante le indicazioni del BJCP non vengano aggiornate molto frequentemente (ogni 3 o 4-5 anni) e nonostante contengano qualche semplificazione eccessiva di mondi stilistici complessi (si pensi al mondo delle Keller tedesche o delle Lager cceche), è ad oggi il documento di riferimento più utilizzato nei concorsi per homebrewer, grazie al livello di approfondimento dedicato a stili, ingredienti e cenni storici. Ciascuna birra viene iscritta in un determinato stile e i giudici la valuteranno in base all’aderenza alle linee guida e alla tecnica di produzione, che per vincere deve essere di alto livello.

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La scelta degli stili

La maggior parte dei concorsi per homebrewer è a stile libero. Il riferimento è l’intero BJCP, che nella revisione del 2021 conta oltre 100 stili. Lo si fa principalmente per dare spazio a tutti e ricevere un numero maggiore di iscrizioni. Troppo spesso l’importanza e il prestigio di un concorso vengono valutati in base al numero di birre iscritte, piuttosto che su criteri più solidi come la competenza della giuria o la qualità delle schede rilasciate ai partecipanti.

La scelta degli stili ammissibili può variare: da un concorso monostile (o quasi, come quelli dedicati alle birre monastiche belghe) a competizioni incentrate solo sulle Imperial Stout. Così facendo si riduce il bacino dei potenziali iscritti, a favore però della specificità del giudizio, che vedrà sfidarsi birre più facilmente confrontabili. Non è facile, infatti, quando si valutano le birre nella finale di un concorso a stile libero, scegliere la vincitrice tra un’Imperial Stout e una Munich Helles.

Negli ultimi anni è un po’ venuto meno quell’effetto “wow” delle birre ad alta gradazione alcolica, che in passato tendevano a prevalere. La preparazione media dei giudici è cresciuta: oggi non ci si fa incantare dalla sola forza gustativa, ma si valutano con attenzione le sfumature stilistiche. Capita ormai spesso che concorsi con 100 o 200 birre in gara a stile libero vedano trionfare Munich Helles, Schwarzbier o Berliner Weisse. In tutto ciò è fondamentale che chi gestisce le iscrizioni ponga la massima attenzione alla chiarezza degli stili selezionabili. Mi è capitato diverse volte di trovarmi al tavolo giudici con generiche “Pils”, “Lager” o “Stout”, senza una precisa indicazione di stile: un errore che rischia di lasciare troppo spazio alla soggettività e di far giudicare una birra a sensazione.

Anche i concorsi a tema (incentrati su Belgio, Inghilterra, basse fermentazioni o luppolate americane) offrono spunti interessanti sia per chi giudica sia per chi partecipa. Più si restringe il focus, minori saranno gli iscritti, ma una giuria focalizzata su un gruppo ristretto di stili può restituire risultati decisamente più accurati.

La selezione della giuria

Questo è un argomento delicato e complesso. Ricordo nettamente un concorso monostile dedicato alle Dark Mild inglesi a cui partecipai tanti anni fa. Ricevetti una valutazione che mi fece perdere la testa: la mia birra non era granché, ma la scheda era compilata in modo svogliato e laconico, con evidenti lacune sullo stile da parte di chi scriveva. Ci rimasi molto male. Sembrava che al giudice non importasse nulla di ciò che aveva davanti e che fosse lì solo per farsi un paio di birre. Da lì compresi il valore e l’impatto delle schede di valutazione che arrivano nelle mani degli homebrewer.

Con il tempo, conoscendo altri giudici e partecipando a giurie anche per birrifici professionali, ho compreso che l’approccio verso le produzioni casalinghe deve essere diverso. Per un homebrewer, la precisa rilevazione dei difetti, l’analisi dell’equilibrio e i consigli pratici per rientrare nello stile sono essenziali. I birrai professionisti guardano giustamente al piazzamento e alle medaglie per motivi commerciali; gli homebrewer cercano un feedback dettagliato e costruttivo.

È proprio questo che il BJCP insegna ai suoi giudici: la corretta compilazione delle schede e la conoscenza approfondita degli stili sono oggetto di esami rigorosi. L’attenzione ai dettagli richiesta dal BJCP sfiora talvolta la pignoleria, ma la filosofia di fondo è condivisibile e perfetta per lo scopo. Questo significa che servono solo giudici BJCP in giuria? Non necessariamente. Esistono eccellenti degustatori non certificati che lavorano con rigore e rispetto per il concorrente, così come esistono giudici BJCP che affrontano le giurie con un pizzico di supponenza o poco rispetto per il lavoro altrui.

Non esiste una formula esatta per selezionare i giudici. È un processo di prova ed errore: si affianca un nuovo giudice a una figura di esperienza per valutarne l’operato. Se dimostra accuratezza e rispetto, lo si richiama; in caso contrario, no. In questo serve coraggio e chiarezza da parte dell’organizzatore: di fronte a schede deludenti o approcci superficiali — anche da parte di degustatori blasonati — occorre affrontare il problema e, se necessario, non rinnovare l’invito per le edizioni successive.

L’iter di valutazione

Come funziona nella pratica la giornata di un concorso? Un approccio classico consiste nel dividere le birre tra vari tavoli per far avanzare gradualmente le migliori. In un concorso con 30 birre iscritte, ad esempio, si possono formare 3 tavoli da 2-3 giudici, con 10 birre ciascuno.

  1. Compilazione individuale: Ogni giudice assaggia la birra e compila la propria scheda in modo indipendente, assegnando un voto.

  2. Voto di consenso: Dopo la compilazione, i giudici al tavolo discutono brevemente per concordare un “voto di consenso” (spesso la media dei singoli voti o un valore condiviso).

  3. Invio schede: Le schede originali, con i singoli voti e le note degustative, verranno poi spedite all’homebrewer.

  4. Accesso alla finale: Il voto di consenso serve a selezionare le prime due birre del tavolo da mandare al Best Of Show (BoS), la fase finale.

In un concorso da 30 birre, al BoS arriveranno indicativamente 6 birre. Spesso si impone anche una soglia minima (ad esempio 35/50) per accedere alla finale: se in un tavolo nessuna birra raggiunge quel livello, passerà solo quella con il punteggio più alto o nessuna, evitando di portare al BoS prodotti qualitativamente scarsi. Al tavolo del BoS siedono di solito i giudici con maggiore esperienza. In questa fase non si compilano più schede individuali: i giudici riassaggiano le birre finaliste e le posizionano in graduatoria comparativa in base alla qualità organolettica e all’aderenza allo stile. La prima classificata vince il concorso.

Se i numeri sono elevati, si organizzano dei mini-BoS intermedi per operare una prima selezione, poiché gestire più di 10-15 birre in un’unica finale diventerebbe dispersivo. Servono fortuna e un pizzico di sorte? In parte sì. La composizione dei tavoli avviene in genere in modo casuale (pur cercando di distribuire le birre ad elevato tenore alcolico per non affaticare i palati). Può capitare che un tavolo contenga 4 birre eccellenti e un altro presenti una media più bassa.

Per ovviare a questo problema, il presidente di giuria e l’organizzatore possono decidere di far passare alla finale una terza birra meritevole da un tavolo particolarmente competitivo. L’assaggio collegiale al BoS, svincolato dai numeri, serve proprio a riallineare i giudizi e a far emergere le birre davvero migliori. I concorsi per homebrewer rappresentano un ingranaggio fondamentale per la crescita della cultura birraria di un Paese.

Che si vinca o si perda, l’obiettivo principale deve rimanere sempre lo stesso: offrire ai partecipanti uno strumento concreto per capire la propria birra e fare quel passo in più verso la cotta successiva.