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In Bulgaria con Kuaska: la sorprendente scena birraria di un un paese emergente

 

Se c’era una nazione europea con la quale non avevo mai avuto rapporti, né in campo birrario né extra-birrario, era proprio la Bulgaria. Ben consapevole di come la Craft Beer Revolution stesse contagiando tutto il pianeta, avevo avuto riscontri da tanti paesi, ex-deserti birrari, ma mai nemmeno un accenno dalla Bulgaria. Tutto cambiò grazie all’edizione 2016 del Brussels Beer Challenge dove, nel ruolo di capotavolo, ho avuto la fortuna e l’onore di avere nel mio team, una persona speciale che rispondeva al nome di Ludmil Fotev, protagonista della crescita culturale in tema birrario del suo paese, la Bulgaria.

Stessa passione, stessa missione di conversione, io in un paese che, da emergente, aveva assunto una posizione da leader e lui, in un paese in ritardo di oltre quindici anni. Non poteva non nascere un’amicizia spontanea consolidatasi, in seguito, ancor di più per la passione comune per il jazz (Ludmil conduce per la radio nazionale un programma storico) e per una visione anticonformista che ci portiamo dentro da sempre. Ludmil, da me invitato a Rimini a febbraio, in giuria di Birra dell’Anno, confermò la sua competenza e la sua simpatia nel socializzare, con ugual trasporto, con colleghi dai grossi nomi o con giovani debuttanti. Ebbi così l’occasione di poterne sapere di più, da una voce autorevole, sulla misconosciuta scena artigianale bulgara. Accettai con grande piacere e molta curiosità il suo invito a recarmi in Bulgaria in concomitanza della tappa bulgara del campionato homebrewers, data perfetta anche per farmi fare un bel tour dei microbirrifici locali. Subito dopo l’atterraggio, fui portato al Beer Box, elegante e moderno gastropub, dove ricevetti la prima delle calde accoglienze con un magnifico pranzo a base di sfiziosità locali cucinate direttamente su di un geniale grill incorporato in ogni tavolino, accompagnate da un gran numero di bottiglie di piccoli birrifici bulgari, selezionate dal mio squisito anfitrione. L’impatto con questa nuova realtà fu per me davvero inaspettato per la varietà, l’eclettismo e il livello medio-alto delle birre di questa prima tornata.

Dopo il check-in allo Slavyanska Beseda hotel, nei pressi della cattedrale, lasciammo Sofia per andare a Gorna Banya dove ci stavano aspettando trepidanti i giovanissimi birrai del minuscolo birrificio Blek Pine. Piano piano aumentavano gli appassionati, per lo più homebrewers, che giungevano da ogni parte e che occupavano il ristretto spazio dell’informale tap room del birrificio. Passione pura sgorgava dai loro occhi e voglia di imparare tanto che mi fecero sentire come un professore, per fortuna poco formale ed istituzionale, davanti a studenti della prima media, ogni volta che, assaggiando un’impressionante numero di birre, anche ma non solo IPA “brewdogghine”, davo alcuni suggerimenti nella fase soggettiva dopo aver quasi sempre promosso la fase oggettiva. Da lì, poi tutti insieme appassionatamente, birrai, homebrewers ed entourage, verso la cantina della nonna di uno dei birrai dove riposavamo pozioni impolverate e fermentazioni spontanee degne del film Shining. Gran finale a casa di Ludmil con birre che saltavano fuori da tutte le parti tamponate da piattini di carne cucinati alla bulgara (non chiedetemi come) dal padrone di casa e con il tasso alcolico che saliva senza mai però favorire quelle sbornie “cattive” che a volte sfociano in casini vari. Quelle erano invece sbornie “allegre” immortalate in un video, subito girato a Schigi, con un birraio di Blek Pine, chiaramente in preda ai fumi dell’alcool, che canta “Juventus, mio grande amore”. Il giorno dopo, il consolidato trio formato dalla moglie di Ludmil al volante, lui alla consolle (chiavetta usb trasmetteva in continuazione il suo programma musicale) e io, ospite esploratore, in viaggio verso Plovdiv, capitale della cultura assieme a Matera nel 2019.

Dopo un paio d’ore di panorami cangianti, eccoci a Pazardzhik al birrificio Rhombus, più grande e più organizzato del Blek Pine ma con la stessa passione, entusiasmo e coscienza di far parte dei “rivoluzionari”. Infatti qui incontro colui che possiamo definire, con le dovute proporzioni, il Charlie Papazian bulgaro, alludo a Temelko Pampov che nel 2013 creò, con un pugno di homebrers, l’Associazione degli homebrewers bulgari (Асоциация на Домашните Пивовари в България) in contrapposizione all’appiattimento del gusto tanto caro alle multinazionali che pure qui dettano legge. Vengo anche qui accolto con un calore e affetto commoventi da lui, dal figlio Stoycho e dalla nuora Gabriela. Le birre erano, in media, di buona qualità con una sorprendente Flemish Sour che mai avresti immaginato trovare in Bulgaria. Prima di partire Temelko mi ragguagliò sul “modus operandi” che avrei dovuto adottare nel concorso del giorno dopo a Sofia chiedendomi di mettere la mia lunga esperienza di giudice al servizio dei degustatori e dei birrai, chiamati in giuria, che, sotto la sua ala, stanno crescendo anche nel campo della degustazione e della valutazione. Raccomandazione rivelatasi un po’ esagerata ma conferma di quanto Temelko tenesse al concorso e, di conseguenza, all’evoluzione del “suo” movimento. Dopo un faticoso e allo stesso tempo defaticante giro turistico nella splendida città vecchia di Podvliv, prima di ripartire per Sofia, Ludmil mi portò allo Jagerhof, un posto da incubo, un enorme carrozzone bavarese, proprio per farmi toccare con mano quanto sia dura la battaglia e quanto ci sia ancora tanto da fare.

Il giorno dopo non vedevo l’ora di partecipare alla quinta edizione della Bulgarian Homebrew Competition che si teneva nel pub Vitamin B, il tempio del craft dell’intera Bulgaria. Dopo avermi presentato birrai e homebrewers provenienti anche da Rep. Ceca, Slovacchia, Croazia e Romania, cominciai il mio lavoro di giudice. Mi fu affidata, tra l’altro, la categoria sour (of course) nella quale trovai birre di più che discreta qualità, segno del buon livello generale raggiunto dai produttori casalinghi dell’est. Aneddoto simpatico: alla prima birra giudicata al secondo tavolo cui avevo partecipato assegnai lo stesso punteggio (non solo totale ma con identici punteggi parziali) all’americano, di stanza in Croazia, Matt Holllingsworth che, ne fu così colpito dal dirlo ripetutamente a chiunque avesse incontrato. La competizione, in rapida crescita tanto che furono raggiunti nuovi record sia nel numero di birre in gara (137) che per i partecipanti (121), aveva riscosso un meritatissimo successo e una più ampia visibilità presso i media. La cerimonia di premiazione, presentata, davanti ad una folla entusiasta ed interattiva, da un giustamente orgoglioso Temelko, si tenne nell’enorme discoteca del Club Terminal 1, proprio davanti al Vitamin B. Io ebbi l’onore di premiare i vincitori mettendo loro al collo le medaglie e consegnando premi e attestati. Lasciato il club, dopo infinite richieste di foto e di selfie, Ludmil mi ha portato in un piccolo locale dove, all’aperto, abbiamo dato vita al mio ultimo atto in terra bulgara cioè mangiare carne e formaggio fritto e soprattutto assaggiare due birre prodotte in Belgio da Anders e da De Proef per una beer firm bulgara! A questo punto avevo provato, nel giro di soli tre giorni, birre bulgare di diversa estrazione e concezione. What else? Con persone come Temelko Pampov e Ludmil Fotev, vedo un futuro roseo per un movimento artigianale che sappia andare nella giusta direzione. Grazie a loro, ho toccato con mano una realtà poco conosciuta ma che, credetemi, può svilupparsi e portare a risultati esaltanti come quelli che stiamo vivendo oggi noi, partiti con 20 anni di anticipo.