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Frutta, birra e fantasia: le fruit beer italiane

L’Italia birraria continua a distinguersi, in positivo, su molti campi. Mentre nel mondo impazza la corsa ai luppoli più recenti e al “famolo strano” che fino a poco fa pareva proprio caratterizzare il Belpaese, i nostri birrai stanno dimostrando invece grande attenzione nel rientrare su binari coerenti e rispettosi di antiche tradizioni. Le evoluzioni di alcune birre alla frutta ne sono un perfetto esempio. Molti birrifici, da sempre o col tempo, si sono confrontati con l’uso della frutta per caratterizzare alcune loro birre o per celebrare il territorio attorno al birrificio. Rispetto al Belgio (o a qualsiasi altro paese) la biodiversità italiana permette di spaziare in modo clamoroso e pure i birrai sono influenzati dalla biodiversità: difficile trovare due modi simili di interpretare questo filone. Se non è per un frutto che cresce solo in quel dato posto, ognuno si differenzia o per la birra base, o per il momento di utilizzare la frutta, o ancora per la ricerca di contaminazioni nella fermentazione piuttosto che verso una birra estremamente pulita. Insomma, come per le Italian Grape Ale o ancora prima per le castagne, la fantasia produttiva non fa certo difetto ai nostri birrai. Quello che colpisce è però quanti birrifici hanno centrato il tema, esaltando tanto le birre, quanto i frutti e raggiungendo vette che raramente si trovano in Belgio o in altri paesi. Purtroppo ci sono anche casi di dubbio valore: fermentazioni selvatiche sgradevoli che paiono come un tentativo estremo di salvare una birra andata a male; o ancora birre dominate da sensazioni acetiche asfaltanti. Sicuramente la traccia principale è dettata dal mondo belga, dove l’uso della frutta ha antiche radici. La maggior parte delle ricette di base prendono spunto da blond ale, blanche e altre tipologie belghe, senza dimenticare il mondo della fermentazione spontanea. Ma non si vive di solo Belgio. Si iniziano a vedere anche interessanti interpretazioni di birre nord americane, IPA esaltate non solo dai luppoli, come normalmente accade, ma anche dalle sensazioni che il frutto si porta dietro. In alcuni casi ne nasce una birra assolutamente a sé, in altri un’esaltazione di sentori che coi soli luppoli si farebbe fatica a raggiungere. Insomma, come al solito con i birrai italiani in pista, è difficile, raccontare uno stile di appartenenza. Ed è praticamente impossibile crearne uno nuovo: ognuno ci mette molto di suo e ogni birra ha una storia a sé. Persino nel caso di scelte simili nella produzione, il frutto scelto porta poi a una birra che prende una strada tutta sua. Ma vediamo come si comportano, i principali protagonisti, alle prese con la frutta.

Non si può parlare di birre alla frutta italiane senza citare la Scires e la Cassissona del Birrificio Italiano. La Scires è nata nel 1999, quando ancora il mercato non era pronto e in pratica Agostino la produceva per sé e pochi amici. A partire dal 2005 è stata esportata, con un bel successo sul mercato americano, per poi finire anche nei bicchieri degli italiani, che lentamente hanno iniziato ad apprezzarla. La Scires nasce dalla Prima, la dunkel allora in produzione, accidentalmente virata sul lattico e messa in barrique, alla quale furono aggiunte le ciliegie di Vignola. Oggi la lavorazione prevede l’aggiunta delle ciliegie in prima fermentazione, quindi il compito di fermentare il mosto è lasciato al lievito a bassa normalmente usato in birrificio. Finita la fermentazione la birra viene trasferita in barrique dove matura a lungo. A volte la fermentazione lattica non parte subito e Agostino è costretto ad attendere, altre volte procede con il blend tra un lotto vecchio, non lattico, e quello dell’annata più recente se quest’ultimo è lattico. Agli albori del nuovo millennio, nacque invece la Cassissona. Oggi è sicuramente diversa, ma la filosofia di base di Agostino non è cambiata: le bacche di ribes nero vengono aggiunte in tino di acciaio durante la fermentazione primaria, finita la quale la birra viene trasferita e lasciata maturare, in questo caso in un altro tino di acciaio, per poi essere confezionata e rifermentata in bottiglia. Oggi esiste anche la versione Padosè, una metodo classico, che risulta più secca e tagliente della versione tradizionale.

Uno dei grandi precursori italiani delle birre alla frutta è sicuramente Riccardo Franzosi, di Birra Montegioco. Sin dai primissimi anni Montegioco si è presentato come un birrificio legato al territorio. Se è vero che la birra non ha, necessariamente, un terroir, è difficile scindere Riccardo e le sue birre dai luoghi in cui sono nati. A Montegioco basta mettere il naso fuori di casa per vedere – e spesso anche sentire i profumi – delle eccellenze locali. Protagonista, in queste lavorazioni, è la Runa, nella sua prima versione, una Belgian Blond Ale, definita da Riccardo la Bière de la Maison, in ottica belga, tradizione da cui si trae evidentemente ispirazione. La frutta è aggiunta in purea alla birra appena fermentata e resta per svariate settimane nella birra in maturazione, fino al confezionamento. La Quarta Runa utilizza le pesche di Volpedo, lavate e denocciolate in birrificio, non senza difficoltà, visto che il nocciolo è particolarmente appuntito e tagliente e anche affezionato alla pesca e lo si stacca con una certa fatica. Poi viene scaldata e mescolata, in pratica se ne fa una composta, che verrà poi aggiunta alla Runa appena finita la sua fermentazione primaria. Dopo almeno un mese inizierà la pratica del confezionamento, con una filtrazione grossolana, giusto per togliere i rimasugli di frutta che potrebbero intasare la linea di imbottigliamento. Ogni anno la birra cambia un po’, seguendo il corso naturale delle pesche: a volte più profumata, a volte più dolce, altre più aspra. Tra le altre birre alla frutta ricordiamo la Garbagnina, che deve il nome alla ciliegia utilizzata, la Bella Garbagna, e la Majuster, nata come collaborazione con il birrificio Toccalmatto di Fidenza (allora chiamata Folie à Deux), oggi una referenza fissa caratterizzata dall’uso delle profumate fragole di Tortona. La Draco è invece un barley wine, o quanto trae ispirazione alla tradizione britannica più che a quella belga, con aggiunta di purea biologica di mirtilli di montagna provenienti dal cuneese.

Un altro birraio maestro del genere è Valter Loverier del birrificio LoverBeer. Il rispetto del tempo e della natura sono alla base della sua filosofia brassicola. Questo vale anche e forse ancor di più per l’uso della frutta, scelta tra antiche qualità, a volte quasi scomparse. Cultivar che richiedono pochi interventi durante la coltivazione cosicché la frutta arriva in birrificio ancora ricca di flora sulle bucce. Questo perché Valter usa la frutta, anzi, lavora con la frutta, nel senso che questa deve guidare e condizionare una nuova fermentazione e non solo apportare aromi e sapori. Alla birra base, che fermenta e matura 12 mesi in barrique, viene poi aggiunta la frutta, per un ulteriore mese, durante il quale la fermentazione riprende, grazie agli zuccheri e ai lieviti di cui è ricca la frutta stessa. La recente Pruss Perdù nasce grazie all’aggiunta delle pere Burè Roca, un’antica cultivar piemontese, quasi scomparsa dopo la II Guerra Mondiale perché non abbastanza redditizia per il mercato moderno. In questo caso la frutta è pressata prima di essere aggiunta alla birra. La suggestione che la pera crea è quella di una via di mezzo tra una birra e un perry (fermentato di pera), grazie sia ai lieviti naturali presenti nel frutto e all’aromaticità di questa qualità di pere quasi scomparse. La BeerBrugna nasce invece con l’aggiunta della Ramassin della Valle Bronda, una piccola susina damaschina, particolarmente aromatica, presidio Slow Food. Per la For Fan si usa invece la Tonda di Costigliole, una piccola albicocca tonda. La Saison De l’Ouvrier è una birra ispirata alle antiche e tradizionali Saison belghe, quelle che oggi sono chiamate Farmhouse Saison, fermentata con un lievito selvatico isolato dalla fermentazione della BeerBera, che da vita ad una serie di etichette tra cui la Griotta, che prevede l’utilizzo di una qualità di ciliegie aspre, tipiche di Pecetto Trofarello. Le griotte restano per circa un mese nella birra già fermentata, contribuendo e condizionando una nuova fermentazione. Onestamente, all’assaggio, è difficile discostarla da un’ottima Kriek a base Lambic, ma ovviamente stiamo bevendo un’ottima birra prodotta sulle colline torinesi, a Marentino e non a Bruxelles o nel Pajottenland. Riassumendo, Valter usa la frutta come da tradizione, senza scadere in sciroppi o scorciatoie per avere solo sapori e profumi, ma per ricercare un contributo decisivo anche nella fermentazione.

Anche Gino Perissutti di Foglie d’Erba si è distinto per una fruit beer, nel 2012 per l’esattezza, creando un incrocio tra una Kriek e una Framboise, di chiara ispirazione belga, tra le migliori in circolazione, la Cherry Lady. Ciliegie e lamponi, di coltivazione locale (Dolomiti che sono a due passi dal suo birrificio), sono aggiunti alla birra a fine fermentazione primaria e danno vita a una nuova fermentazione, spontanea, grazie alla flora che apportano naturalmente (lieviti ma anche, evidentemente, batteri lattici). La base è una blanche sui generis, creata appositamente, senza spezie, con una buona percentuale di frumento maltato e una minore di fiocchi di frumento, e con un apporto, non eccessivo ma tuttavia interessante, di luppolo da amaro, per cercare un contrasto con la dolcezza della frutta. Tutta la lavorazione avviene in acciaio e la frutta vi resta per circa quattro settimane, finché Gino, dagli assaggi, decide che è pronta.

Tra le tante impossibile per me non parlare della Frambozschella del Birrificio del Ducato: una base spontanea, fermentata per 6 mesi in legno, con ulteriore aggiunta di batteri lattici e poi trasferita in tino dove sono stati aggiunti dei lamponi. Nata come collaborazione tra Giovanni Campari del Ducato e Sebastian Sauer di Freigest porta anche un pezzo del mio nome, visto che ero presente durante la cotta (il momento meno significativo di quella produzione a essere onesti). La birra, che mostra un carattere aspro, lattico ma anche uno spunto acetico (molto gentile soprattutto da giovane, il suo momento migliore, con la freschezza della frutta ancora ben evidente), ben rappresenta il lavoro di Giovanni, e oggi è una delle etichette stabili del birrificio delle terre di Verdi. Da menzionare, in casa del birrificio parmense, anche la Luna Rossa, altra fermentazione spontanea, tagliata con birra giovane, amarene e marasche e poi lasciata un ulteriore anno  a maturare in bottiglia prima di essere venduta.

Parlando di frutta non può mancare l’estro di Bruno Carilli del birrificio Toccalmatto, che ci ha abituati non solo ad un uso sfrenato del luppolo, ma anche a collaborazioni e a birre one shot dove sperimentare nuove ricette e altri ingredienti. Tra le birre oramai stabili, per il birrificio, si segnalano la Dr. Caligari e la Miss Molly. La prima è una Berliner Weiss, più alcolica e corposa dello stile originale, tanto che viene definita una Doppel Berliner Weizen, con una generosa aggiunta di lamponi freschi in maturazione. La seconda è una IPA di stampo americano in cui il frutto della passione, aggiunto in fermentazione primaria, è lasciato libero di esprimersi dettando tutti i passaggi della bevuta, dai profumi al sapore aspro, fino all’astringenza.

Anche Marcello Ceresa, birraio e fondatore del birrificio Retorto si è guardato attorno e ha deciso di utilizzare le Ciliegie di Villanova, della bassa piacentina, aggiungendole alla sua blanche, spezie comprese. La lavorazione è però molto personale e complessa. La Bloody Mario nasce dall’aggiunta delle ciliegie alla Latte Più in maturazione: la cotta viene divisa tra acciaio e botte di legno e in entrambi vengono aggiunte le ciliegie, dopo averle leggermente pressate. Dopo circa un mese avviene il travaso in un altro tino d’acciaio che riunisce insieme le maturazioni in acciaio e legno, a cui è stata tolta la frutta con una filtratura grossolana. La temperatura viene lasciata ancora alta, in modo che la fermentazione vada ancora avanti, finché Marcello è soddisfatto del risultato e inizia una maturazione a temperature più basse, fino al momento del confezionamento, che prevede rigorosamente la rifermentazione.

Anche Raffaele Longo del B94 ha scelto di valorizzare nella Malagrika, un sapore della sua infanzia, quello delle mele cotogne: si fa preparare una confettura appositamente da un artigiano locale, con un 70% circa di frutta e solo zucchero di canna aggiunto, evitando pectina, conservanti o altro che si allontani dalla sua filosofia. Siccome in questo caso l’obiettivo è quello di andare a ricercare i profumi della frutta, la confettura viene aggiunta durante la bollitura del mosto.

Anche Eraldo Corti di ‘A Magara lavora nella sua Calabria con frutta locale, creando una birra base ad hoc per ogni occasione, in modo da valorizzare al massimo la frutta, che viene sempre aggiunta, intera e fresca, appena la fermentazione primaria finisce. La frutta viene lasciata a contatto con la birra dalle 3 alle 5 settimane e poi viene trasferita in un altro tino, per finire la maturazione a temperature più basse e passare poi al confezionamento, che prevede la rifermentazione. La Frambueza nasce da una base con buona percentuale di grano Senatore Cappelli, coltivato in loco e lamponi da agricoltura sociale di Casa Nilla (un’azienda che si occupa di aiutare i ragazzi vittime di violenze). La Merendella ha un’altra base, semplice, per accogliere ed esaltare la pesca Merendella, sconosciuta ai più, tipica del centro della Calabria. La Zarzamora invece è una double IPA a cui vengono aggiunte more selvatiche.

Un altro birrificio che negli ultimi tempi si sta esibendo in un lavoro con la frutta di livello altissimo è sicuramente il birrificio Lariano. Fambrus ai lamponi, Marèn con amarene, Red Nuance con fragole e ciliegie e la Berries con frutti di bosco sono le recenti etichette dedicate ad un progetto che parte dalle botti di rossi di una certa importanza, come Chianti e Barolo, per farci maturare le birre e poi aggiungerci la frutta. Frutta che oltre all’ovvio sapore e aroma apporta anche una piacevolissima fermentazione lattica e, con i suoi zuccheri, un lieve aumento della gradazione alcolica. La birra di partenza prevede malto pils e frumento maltato, ma la volontà di Emanuele è appunto quella di arrivare a una birra lattica che esalti le note fruttate, secondo antiche tradizioni belghe da un lato, seguendo il suo gusto personale da un altro, ben più importante, punto di vista. Una per l’altra stupiscono per la freschezza, sottolineata dalla nota lattica, ben avvertibile, e dal basso grado alcolico. Diverso invece l’approccio della Tripè Albicocca, che usa come base la Tripel di Lariano, maturata in botte, con aggiunta di albicocche, per ben 7 mesi.

Mauro e Oreste Salaorni del birrificio Mastino sono nati e cresciuti all’interno di un’azienda agricola, hanno sempre avuto frutta e prodotti locali sotto mano, e non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di utilizzarla nelle loro birre. La Duchess de Saint Martin è una delle birre che esulano dal percorso classico del birrificio, famoso per le basse fermentazioni o comunque per fermentazioni molto ben controllate. Si tratta di una Flemish Red Ale che cerca un gentile contributo acetico nei due anni di fermentazione e maturazione. I primi esperimenti avvennero in botti di rovere, già usate per del vino, oggi si usano solo tini d’acciaio. Dopo 24 mesi alla birra vengono aggiunte fragole e marasche di coltivazione locale e dopo altri 3 mesi la birra è trasferita e confezionata. Il progetto sperimentale è finito, ora la “Cantina” del birrificio Mastino si sta dedicando a creare nuove basi per arrivare a dare il proprio carattere, la propria impronta, in modo definitivo. Le birre base cambieranno, seguendo maggiormente i dettami della tradizione belga, guardando ovviamente alla frutta di stagione del circondario (ciliegie, lamponi, marasche, albicocche, fragole e altro ancora) per far legare ancora di più al territorio queste birre. Con l’arrivo della prossima stagione fredda inizierà il lavoro che Mauro e Oreste hanno in mente, ma appunto servono basse temperature, come nella tradizione del Pajottenland.

Lisa Freschi e Andrea Signorini, i soci fondatori del birrificio Ofelia, conoscono molto bene il territorio circostante al loro birrificio e i prodotti che quell’angolo di provincia vicentina offre. L’idea di utilizzare la corniola, un frutto che può vagamente ricordare la ciliegia, poteva però venire solo a loro due: oltre alla difficoltà di procurarsi la frutta, lavorarla, l’impiego appare è piuttosto complicato. Andrea ha scelto di aggiungerla una volta finita la fermentazione primaria, sotto forma di una purea, stando molto attenti a non incidere il nocciolo che apporta immediatamente un eccesso di tannino e amaro. La Scarlett è nata così, per esaltare la corniola e dare libero sfogo a creatività e passione. Le note, anche vegetali, del frutto sono ben percepibili, così come la parte tattile, che apporta astringenza e regala ulteriore freschezza alla bevuta. La Rubens è invece una flemish red ale, che deve il suo spunto acetico proprio alla Scarlett e alla corniola: alla birra base lasciata per 24 mesi in una botte di rovere giù usata dalla cantina Masari per il suo Cabernet Sauvignon naturale, Andrea aggiunge un quarto di Scarlett acetificata naturalmente. Birra di grande complessità, che riprende però la freschezza della Scarlett.

Nel novero non possiamo dimenticarci di Donato Di Palma del birrificio Birranova che ha dapprima dedicato la birra di Natale, la Primatia, al suo territorio, aggiungendo il cotto di fichi in bollitura a un grist rei malti ricco e suadente, creando una connessione con i tradizionali dolci natalizi pugliesi. La Magic Key è invece un’Interpretazione sui generis delle India Pale Ale di stampo nord americano, con una generosa aggiunta di succo di mandarino in fermentazione. La mia preferita è però la Freestyler, una berliner weiss con bella acidità lattica, cercata come da tradizione con aggiunta di batteri lattici prima della bollitura, durante il mash, e una lunga pausa per attivarli. Durante la fermentazione, dopo l’inoculo del lievito, Donato aggiunge succo di melograno, per rafforzare la fermentazione, ma soprattutto per aggiungere i sapori e le sensazioni tattili del frutto, che si ritrovano nel bicchiere. Se vi piace il melograno, come piace a me, è da bere a litri. Da una collaborazione tra Birranova e Croce di Malto è nata invece la 19”72. Il nome è un omaggio al record dello scomparso Pietro Mennea e alla passata carriera atletica di Alessio Selvaggio (socio fondatore e birraio di Croce di Malto). La birra base è una Saison con frumento, segale, vari malti, cui è aggiunta di una purea di albicocca per un paio di settimane, prima della maturazione finale. Nata appunto come collaborazione è oggi prodotta stabilmente in Croce di Malto e più saltuariamente da Donato. Croce di Malto, per la frutta, ama partire dalle collaborazioni. Anche la Dhu It è nata a più mani, in questo caso oltre a quelle di Alessio e del suo socio Federico, anche quelle del friulano Gino Perissuti di Foglie d’erba e dello scozzese Malcolm  Downie di Fyne Ales. In questo caso parte da una base dry stout con aggiunta, a fine fermentazione, di lamponi. Alla frutta Alessio chiede un contributo per lo più aromatico, cercando di far lavorare i lieviti selezionati utilizzati per la fermentazione primaria anche sulla frutta ed evitare il più possibile il contributo di eventuali lieviti selvatici.

La Dike nasce dalle mani di Michele Santi del birrificio Pinerolese di cui è socio fondatore e birraio. Michele ha scelto tre antiche qualità di mele piemontesi, Presidio Slow Food: la Grigia di Torriana, la Runsè e la Magnana. E come avviene nei sidri, sono state scelte per l’aroma per l’acidità e per la dolcezza. Le mele sono aggiunte durante la fermentazione primaria per far sì che la flora presente sulle bucce delle mele possa, con il tempo, dare il proprio contributo e far maturare la birra nel lungo periodo verso nuove e suggestive sensazioni donate appunto dalle mele. La birra matura in tini d’acciaio per circa due mesi e poi ancora in bottiglia (o in fusto) dove avviene la rifermentazione.

Anche il lombardo Extraomnes, in tempi recenti, ha cominciato a confrontarsi con la frutta sia con l’obiettivo “semplicemente” di aromatizzare, sia con la volontà di far partecipare al banchetto lieviti presenti nella frutta stessa, innescando fermentazioni miste che caratterizzeranno la birra. In questo ultimo caso Luigi “Schigi” D’Amelio la frutta fresca la inserisce in botti che vengono messe a dimora in una zona ben separata dal birrificio, tenendo le altre birre al riparo da possibili contaminazioni. Con questi accorgimenti produce la Bloed, sangue in fiammingo, con una saison prodotta ad hoc con poco luppolo, che, quasi a fine fermentazione, viene trasferita in barriques di terzo e quarto passaggio. Con ancora i lieviti primari ben attivi, inserisce nelle botti il il 40/50% in peso di ciliegie e amarene in parti uguali, aiutando il raggiungimento del profilo aromatico desiderato con l’inoculo di un “cocktail” di Brettanomyces e batteri lattici (7,4° alc.). Stesso procedimento per la Z, una birra sour, molto alcolica (12,3° alc.) alla quale erano state aggiunte albicocche in una quantità di circa il 20%. Per le altre birre con frutta il procedimento viene condotto totalmente in acciaio, nei fermentatori di normale utilizzo, dove dopo una fermentazione tumultuosa, di solito affidata ad un lievito Saison nella sua versione “french”, quando ancora mancano 4/5 Plato alla totale attenuazione, finisce la frutta, in questi casi sotto forma di purea composta dal 100% di polpa senza zuccheri o conservanti aggiunti. Il lievito torna in vita restituendo una birra molto secca e con il netto aroma della frutta utilizzata. È così che sono state prodotte la Guld (prima versione con mango 100%, seconda con mango, ananas, passion fruit e guava), Mad Peach (30% di pesca e 6,1° alc.) e da ultimo la NME (acronimo che si presta a doppia lettura: EN-EM-Y o New Mango Experience), una ale con il 30% di mango, avena e lattosio (7° alc.).

In Veneto il team del Birrone – per la costruzione della loro Passion Man Go – trasferiscono, nel mosto di una Bock, del mango macerato, il cui insediamento batterico si fa carico della fermentazione, ricevendo quindi – ulteriore apporto di materiale trasformabile – un travaso di maracuja in purea. Nel filone di chi utilizza la frutta per le potenzialità aromatiche e gustative senza dar vita a fermentazioni non volute si inserisce il romano Jungle Juice che ha pensato ad una linea dedicata chiamata Fruit Jan, dove sarà associato ad uno stile una o più tipologie di frutta. Le prime a vedere la luce sono una Session ipa con ananas & mango (4,7° alc.) e una Blanche ai lamponi (4,9° alc.) . Tra i tanti esempi ricordiamo ancora in Toscana la Molesta del Piccolo Birrificio Clandestino che usa, a fine bollitura, sostanziose quantità di succo di pompelmo o la marchigiana Visciole al Sole di MC77, che prevede prima della bollitura, inoculo di batteri lattici, una fermentazione primaria affidata a lievito French Saison, per finire con una rifermentazione con ciliegie selvatiche aggiunte sotto forma di sciroppo, ottenuto lasciandole macerare al sole per un 45 giorni insieme a zucchero.

Le prime birre alla frutta italiane

1999
In quel di Lurago Marinone, grazie al Birrificio Italiano vede la luce la Scires, primo esempio di cui abbiamo memoria di birre caratterizzata dalla frutta.

2003
Teo Musso di Le Baladin vola al GBBF per un beer tasting sulle Kriek guidato da Lorenzo Kuaska Dabove: la birra presentata è la Wayan, la Saison del birrificio, cui Teo aggiunge le griotte, le ciliegie acidule locali, preparate da Maria, la mamma di Teo, e aggiunte in fermentazione. La Mama Kriek è tutt’oggi presente sul mercato e offre il meglio di sé dopo lunghi affinamenti in cantina.

2006
Arrivano le prime birre alla frutta, Draco e Quarta Runa, di Montegioco anche se sono la prosecuzione di esperimenti da homebrewer di Riccardo Franzosi iniziati sul finire del 1999.

2007
Nasce la Gelsobira di Bi-Du, nel brewpub di Rodero, con more di gelso bianche, cui seguirono la Lampogna, con lamponi e l’Inverno Nucleare, con purea di pere.

2008
In quel di Borgorose, a Birra del Borgo Leonardo Di Vincenzo produce la Rubus, su base Duchessa, con una generosa aggiunta di lamponi in maturazione.

2009
Vede la luce la prima Luna Rossa del birrificio del Ducato, con marasche e amarene, primi, interessantissimi, passi di Giovanni Campari nel mondo delle fruit beer. Sempre in quest’anno uscirono la Malagrika di B94 con le mele cotogne  e a fine anno la Aster del birrificio Pinerolese alle mele (poi diventata Dike dopo vari affinamenti della ricetta).

2010
Esce l’indimenticabile Martina di Pausa Café, geniale birra di Andrea Bertola, una sour con aggiunta di pere Martin Sec; più o meno in quel periodo nasce anche la Siwa, con datteri egiziani. Sempre durante l’anno arrivano le prime stupende creazioni con frutta del piemontese Loverbeer.