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Beerstar! Se il birraio diventa un divo

Difficile trovare un inizio, un punto preciso nella cronologia del movimento craft globale in cui si è cominciato ad andare oltre la birra, oltre il birrificio ed il marchio, alla ricerca di umanità e di un volto. Sicuramente una buona dose di merito è da attribuire a Michael Jackson, antesignano di tutti i guru, che con i suoi libri e soprattutto con la sua serie televisiva ha cominciato a presentare gli uomini capaci di compiere il Rinascimento birrario. La sua opera è stata presa in consegna da Kuaska, il quale già in precedenza non solo ha voluto e saputo conoscere personalmente – prima in Belgio e poi in Italia – i protagonisti di capolavori unici, ma ne ha anche saputo cogliere l’arte, l’interpretazione degli stili quanto delle innovazioni, fino a comprenderne i meccanismi sensoriali con cui si partoriscono ricette e produzioni. Di qui la sua ormai famosa teoria a proposito di talune birre intese come “prolungamento della mano del birraio”, espressione ormai talmente assorbita da risultare oggi quasi scontata. Questo ha fortificato molto la libertà d’espressione dei birrai italiani delle prime sfornate, concedendo anche in alcune occasioni certe licenze poetiche che ne avrebbero poi rappresentato il tratto professionale, nonché caratteriale.

Da trasgressore del bere mainstream a rappresentante di un nuovo modo di intendere la birra, il passo è stato breve ed ha portato con sé quella ventata di indipendentismo, di rivoluzione, quasi di anarchia, finora più naturalmente incarnati da protagonisti di (altre) forme d’arte con grande seguito, quali la musica rock, lo spettacolo, il cinema d’autore. L’autorità di poter e dover divulgare la cultura birraria appresa per studio ed esperienze di viaggio, i conseguenti fari sempre più puntati addosso ed il crescente esercito di seguaci ed apostoli, molto spesso homebrewer tanto affascinati quanto estasiati nel vedere realizzato in bottiglia ciò che in casa si cerca di imitare, le velleità artistiche del voler riprendere o stravolgere vecchi stili mettendoci la propria firma, hanno fatto il resto in questo processo di consolidazione della figura del birraio al centro del movimento, ponendolo a tratti quasi al di sopra della birra in sé grazie a fiumi di nozioni, aneddoti, racconti o giustificazioni accompagnate al lancio di una nuova birra, di una nuova tecnica produttiva, di una nuova etichetta. Arnesi fondamentali di divulgazione ed, allo stesso tempo, autoreferenziali ami di proselitismo talvolta difficili da sfilare di bocca perché spesso legati anche ai rapporti umani. Il “birraio star”, soprattutto colui che sa incarnare e successivamente comunicare con riconosciuto successo una precisa idea di produrre ed intendere la birra di qualità, è oggi una conseguenza semplice ed a tratti inevitabile della grande ed incondizionata fiducia che un popolo di bevitori incuriositi ha riposto nelle mani di un manipolo di visionari senza grossi problemi di imbarazzo. Esiste perché esiste un popolo che lo segue, ne studia le mosse, ne ha imparato ad amare lo stile di vita. Forse è proprio questo il punto: il birraio è diventato la nuova rock star da quando gli appassionati ne hanno cominciato ad invidiare lo stile di vita: una quotidianità fatta di cotte e sperimentazioni, di bevute continue per studiare le birre proprie ed altrui al grido di “qualcuno deve pur farlo”, il viaggio intrapreso per beer hunting o per partecipare alla tale manifestazione. Una vita fatta di sacrifici che si trasformano in approvazione da parte del cliente e che torna indietro sotto forma di gratificazione. Ma pur sempre una vita di lavoro in cui il divertimento non è lo scopo, semmai lo è quello del suo consumatore finale.

Gli anni del grande exploit, quelli più recenti, hanno visto anche un più solido assembramento nazionale attorno alle grandi occasioni quali le presentazioni di nuove birre in locali di riferimento, festival nazionali più o meno imperdibili e l’aggregazione tra colleghi birrai con cui condividere gioie e dolori, ed infine complicità ed amicizie: è qui che l’incontro più massiccio con il pubblico, quello con gli appassionati cronici, è diventato prima sfiziosamente curioso ed intrigante, poi sempre più centrale nella fidelizzazione con la birra di bandiera quanto nella proposta della nuova one shot stagionale. Al birraio è utile il parere di chi gli ronza attorno e per l’appassionato è bello avere una via preferenziale con chi la birra la produce. Forse il rapporto è cambiato decisamente da quando il movimento birrario ha capito di non poter fare a meno dei social network, non solo per fini divulgativi ma anche per promuovere, raccontare, informare e raggruppare community più o meno legate al singolo marchio, spargendo il verbo viralmente e più efficacemente. Qui qualche meccanismo si è fatto più sottile, facendo un sol boccone di complimenti ed ammirazione, trasformando quella specie di venerazione da parte dei fedelissimi in una acquisita notorietà, che seppur potenzialmente legittima forse non è strettamente legata a questa professione, se non per qualche vero talento della fermentazione.

Il successo di alcune birre nel tempo, la divulgazione del proprio lavoro e la narrazione della sua filosofia attraverso tutti i canali possibili, ha di fatto reso il birraio un riferimento per diversi mondi come quello dell’impresa, dell’agroalimentare, delle tendenze e del mondo del beverage a tutto tondo. Complici sono anche gli operatori di settore, va detto, che sull’onda di un ulteriore protagonismo riflesso hanno spinto sempre più in alto le figure migliori, a volte anche solo le più sfrontate e complici, sostenendo e supportando anche sulla base di empatia e forse simpatia. Tra dichiarazioni lanciate qua e là sul web ed energie tolte alla produzione (delegate all’aiuto birraio di turno) per concentrarle sulla promozione della propria azienda attraverso la propria storia personale che più facilmente spiega all’avventore i sacrifici e la dedizione verso la birra rispetto alle sfumature gustative più nascoste, il ruolo del birraio di un birrificio di successo medio-alto è diventato quasi il cardine, non solo della scena italiana ma anche di quella internazionale. Questo non sarebbe un male in senso assoluto, però di eccessi in giro ce ne sono, secondo me: gli annunci di nuove birre o di progetti in momenti fintamente improvvisati (celebre l’episodio del lancio dello stabilimento tedesco di Stone); il fenomeno delle collaboration concepite come vicendevoli scambi di fette di geek ma veicolate e comunicate come occasionali cotte tra amici di una vita, prontamente fotografate in barba alla spontaneità predicata; ed ancora – passando da una scala macroscopica ad una microscopica – l’ospitata nel pub di turno come evento al pari di un live; la benevolenza verso il consumatore a suon di roboanti slogan e selfie e sullo sfondo la velata ricerca di una comunicazione distinguibile, agglomerante, caratterizzante. Il copione dell’identificazione del birrificio con il birraio è ormai talmente scontato che si scade poi in scenari impensabili: il crollo della popolarità di un birrificio se il birraio cambia casacca ed il conseguente hype per il nuovo produttore, l’attribuzione di meriti (e colpe) al solo birraio anche se la squadra in birrificio è numerosa e composta da gente capace, con compiti precisi ma meno spigliata nel rapporto con il mondo esterno. Sembra proprio l’identikit del frontman di una band, o anche di un allenatore di calcio, allo stesso tempo vittima e carnefice del bisogno aziendale di diffusione e visibilità. E come un frontman, è l’unico che salta in mente quando si pensa al collettivo, l’unico che viene considerato, l’unico che dà un senso alla degustazione se ha un microfono. Pazienza se qualche cotta vien fuori male, se qualche fusto non è come dovrebbe, se non tutte le birre sono reperibili: la presenza, reale e per qualcuno ancor più virtuale, può venire anche davanti a tutto il resto, secondo un modello che si sta allontanando da quello di un artigiano nudo e crudo, con qualche somiglianza con quello che sta accadendo su più largo spettro anche nella categoria dei cuochi. Ho sempre piacere nell’incontrare ed imparare qualcosa in più da un birraio, ma credo il ruolo possa essere ancora più considerato se si ripulisse da un eccesso di protagonismo tutt’altro che indispensabile nel complesso. La tradizione europea non fa a meno dell’attaccamento e della fidelizzazione del cliente pur non spingendo la figura del birraio; in Italia forse ce n’è stato bisogno in fase di partenza, ma imprevedibilmente ora che non è più così essenziale sta diventando ancor più rappresentativa. In realtà si dimentica che, in fin dei conti, si tratterebbe non di musica, di alta moda o di cinema impegnato, né di scienza medica che salva vite, ma solo di buona birra che, se bevuta all’oscuro di nomi, marchi e facce donerebbe piacere e appagamento ancor più spontanei, slegati da quella sindrome da applauso incondizionato.

 

articolo apparso su Fermento Birra Magazine