Trading: 10 consigli per diventare esperti di scambi birrari

Finalmente ci siamo. A questo giro vi sveleremo le arti e i segreti di una delle pratiche più oscure, temibili e da cui non si torna indietro del mondo della birra: il trading! Se il mondo che si cela dietro quell’insieme di acronimi astrusi come ISO, FT, IP, $4$ e tanti altri vi ha sempre incuriosito, non potrete trovare articolo migliore.

Partiamo allora da una questione esistenziale: perché il trading? La risposta più ovvia è anche la più innocua: una persona si mette d’accordo con un’altra per ricevere una o più birre impossibili da reperire localmente, inviandone altrettante in cambio. Un meccanismo semplice e basilare: io ti procuro qualcosa che mi è facile acquistare, tu fai altrettanto e ci organizziamo per scambiare. Fu un fenomeno che nacque alla fine degli anni novanta in America, quando il proliferare dei nuovi microbreweries cominciò ad avere una sostanziale impennata verso l’alto. Attraverso internet, il tam-tam della comunità virtuale degli appassionati fece sì che molte birre divenissero presto oggetti di desiderio. Però questi nuovi nomi erano piccoli e dalla reperibilità risicata: confinata al più entro gli stati limitrofi o alla città di provenienza, se non al solo birrificio. In Italia non sarebbe stato certo un problema, data l’estensione territoriale non enorme, ma dobbiamo proiettarci nella dimensione statunitense: da Santa Rosa (California) a Munster (Indiana) ci sono circa quattromila chilometri, non è proprio dietro l’angolo. Ho scelto le due città perché sono rispettivamente la collocazione di Russian River (leggi: Pliny the Elder, Pliny the Younger, Blind Pig) e Three Floyds (leggi: Alpha King, Dreadnaught, Dark Lord), due dei più “vecchi” nomi per i quali il trading iniziò a diventare la risorsa principale di accesso per i non autoctoni. Una persona normale, naturalmente, avrebbe fatto spallucce e sperato di bere suddette birre in un futuro più o meno prossimo, non importa se e quando. Un geek, naturalmente, no.

Capirete bene che, con un simile background, il trading divenne abitudine comune, e non solo per i geek d’oltreoceano. La gente si adoperava (principalmente, ma anche altrove in newsgroup e chat come IRC) sui forum dei due più famosi centri nevralgici per gli appassionati dell’epoca: Ratebeer e Beer Advocate. C’erano – ci sono ancora, anche se quella di Beer Advocate è aperta soltanto a chi risiede negli Stati Uniti – sezioni apposite in cui la maggior parte dei thread si aprivano con le paroline magiche ISO (In Search Of) e FT (For Trade), seguite dalle birre che si ricercavano e da quelle messe a disposizione per uno scambio. Chi manifestava interesse rispondeva, dopodiché il discorso tendenzialmente finiva per spostarsi in privato, dove si chiudeva l’accordo (deal) e si procedeva infine ad una reciproca spedizione. Tutti felici e contenti. O no?

Messa così, i trade sembrano una faccenda tranquilla per ampliare il raggio della propria conoscenza, vero motore immobile per noi geek. Una manna dal cielo. Lo erano. E per molti – me compreso – lo sono ancora. Presa nella sua accezione più pura, la pratica è tuttora imprescindibile per poter bere birre rare o materiale luppolato in condizioni di freschezza ineccepibili. A meno che non vogliate recarvi sul posto, e nemmeno così potrebbe riuscirvi se si parla di release speciali, one-shot, di quelle la cui vendita esaurisce le scorte in pochi giorni (se non uno), o immergervi in qualche festival ad altissimo tasso geek come il MBCC (Mikkeller Beer Celebration Copenhagen) – dove le rarità si sprecano. Niente, però, supera la bellezza di riceverle in un pacco consegnato direttamente al proprio indirizzo, per poi poterla bere in tranquillità a casa.

A questo punto, molti avranno già abbandonato la lettura per catapultarsi sulla rete e cominciare ad offrire bottiglie improbabili, secondo loro gemme rarissime, chiedendo in cambio birre di Toppling Goliath o 3 Sons. Ecco, vi consiglio di continuare a leggere; di gente che ha scatenato l’ilarità generale ne ho vista, e presentarsi nel mondo del trading con una figuraccia non è il migliore biglietto da visita. Per cui, cercherò di introdurvi a questa singolare pratica con dieci consigli che spero possano darvi i rudimenti per procedere a qualche scambio.

Decidete cosa cercare. Informatevi, spulciate la rete, stimolate e alimentate la vostra curiosità leggendo, leggendo, e ancora leggendo, e capendo quali sono le birre che potrebbero interessarvi. Quand’anche non abbiate in mente dei nomi di birre ben precisi, citate almeno dei birrifici. Cercate di non tenervi sul vago, mai. Potete anche farlo, cercare stili in generale (ISO: IRS o ISO: wild ales), ma vi precluderete le risposte di tutti coloro che non hanno il tempo o la voglia di farvi domande più approfondite. Inoltre, rischierete di apparire inesperti. Non ve lo consiglio: là fuori è pieno di falchi predatori.

Cercate una o più comunità dedicate al trading. Mentre prima ci si doveva barcamenare nella comunicazione differita dei forum, oggi i social network ci offrono una miriade di canali diversi. Il forum di RateBeer è ancora bello attivo per chi rimpiange i tempi dell’Internet che fu, ma ormai Facebook la fa da padrone. Ai gruppi principali vi si accede tramite iscrizione, e i più popolari sono BeerTrader ISO:FT, Beer Trading 101, e Rare Beer Seeker per il trader in cerca di chicche. Ne esistono di sicuro tanti altri, privati, segreti, a numero chiuso; e come il Fight Club, non se ne deve parlare mai.

Studiate i thread o post altrui. Leggete, leggete, leggete ancora e riflettete. Prima di perdere la vostra verginità e procedere al battesimo del fuoco con una proposta di trade, seguite in modo silenzioso. Siate lurker per un po’. Seguite le tendenze che i geek fanno e disfano quasi all’ordine del giorno, distinguete la “your rare stout of the week” (IRS la cui rarità dura poco tempo, per poi finire nel dimenticatoio) dalle birre che hanno sempre e comunque un certo valore, inquadrate la loro reperibilità, il loro prezzo, il loro invecchiamento. Adocchiate i commenti, approfondite. Attenzione: non dovete perdere mesi e mesi a documentarvi e a stilare liste. Vi sto solo dicendo: frenate le dita per un paio di settimane e fatevi un’idea vostra.

Offrite qualcosa che sia di reale interesse. Se scambiate con italiani, magari abitare non distanti da Hammer, Elvo, Extraomnes  – nomi di esempio – può essere un punto a vostro favore; se volete organizzarvi con gente entro i confini europei magari pure, chissà; se invece parlate agli americani, non siate supponenti e non stupitevi o fatevi gioco della mancanza di interesse verso i nostri migliori birrifici: non è che li snobbano, semplicemente non li vorrebbero provare accollandosi lo sbattimento e il costo di una spedizione oltreoceano. Preferiscono sfruttare il trade per qualcosa che nella loro nazione nessuno è in grado di produrre e che viene importato a prezzi molto alti. Ovvero, ci sarete già arrivati: il lambic.

Informatevi bene su ciò che offrite. Se è vero che dovete cercare di non apparire ridicoli, offrendo vecchi vintage ritenuti preziosi solo da nostalgici e boccaloni facilmente influenzabili, in maniera del tutto speculare dovreste cercare di non passare per polli. Ricordate che il trading nasce come scambio tra birre che ciascuna delle due persone in gioco va a comprare comodamente nel proprio bottleshop o birrificio di fiducia. Oggi è un mondo diverso, distorto, malato se vogliamo: per le birre si sta ore in fila (ne abbiamo già parlato), si organizzano aste, lotterie, vendite private sui mercati underground. Per farla breve: il rischio è di dar via bottiglie rare per delle cosiddette shelf turds (lett.: birre che restano a lungo sugli scaffali dei beershop e/o di facilissima reperibilità), presto potrebbero addirittura andare a finire su tutti i principali webshop europei. Non vi tireranno letteralmente un bidone, siccome magari parliamo sempre di ottime birre, ma perché non puntare più in alto se si può? Insomma: valutate sempre anche l’esclusività di ciò che offrite e cercate.

Non abbiate paura di chiedere informazioni. Se masticate un po’ di comunicazione orientata alla vendita, sapete che la domanda più stupida è quella che non viene fatta.  Fermo restando che i gruppi e i forum più largamente frequentati sono dotati di disclaimer in cui si spiega come muoversi, ci potrebbero essere acronimi o termini poco chiari. Ve ne spiego in breve qualcuno: $4$, ovvero “dollar for dollar” stabilisce che lo scambio è basato sul valore di acquisto delle birre retail e non su parametri come la rarità o il prezzo nel mercato underground. IP vuol dire In Person: è uno scambio che non prevede la spedizione, ma un incontro di persona. Per label si intende l’etichetta per la spedizione. CONUS sta per CONtinental US, ovvero limitato al territorio continentale statunitense. Il Proxy è una persona che riceverà le birre per conto vostro. Per altro: andate tranquilli e domandate cosa non capite.

Non siate MAI avidi. Se possedete bottiglie di indubbio alto valore oggettivo, tenetele piuttosto che chiedere il mondo intero con, ad esempio, proposte 1:5 (una bottiglia in cambio di cinque) che prevedono combinazioni in cui sono incluse una o più tra Derivation, Anabasis, SR-71, KBBSSummation, eccetera. Apparirete cupidi, ingordi, il che è molto peggio di sembrare ridicoli e strappare qualche risata ai più. Certo, potreste trovare il folle e fare bingo, ma, oltre a citarvi un famoso film sul poker con la frase “puoi tosare una pecora molte volte, ma scuoiarla una sola”, vi attirerete l’antipatia dei trader migliori e farvi una reputazione da stronzi. Meno persone vorranno scambiare con voi. Siate, allora, fair. Corretti. Ragionevoli.

Coltivate i contatti. Solitamente, i geek che si danno al trading sono entusiasti quando trovano birre di loro interesse. E se si crea una certa empatia, possono essere una risorsa costante se hanno facile accesso a nomi per cui vi siete sbattuti a lungo. Inoltre, forse non diventeranno i vostri migliori amici, ma se vi doveste recare nelle loro zone vi stupirà la generosità con cui vi offriranno e divideranno bottiglie con voi. Senza pretendere nulla in cambio. D’altra parte, non è forse la condivisione il principio numero uno della birra?

Non siate MAI approssimativi quando spedite un pacco. Casomai avete pensato che il grosso è fatto, una volta chiuso il deal, e invece sottovalutare la cura con cui preparate una spedizione può essere un errore madornale. Per il mio secondo trade, ormai otto anni fa, inviai un pacco congegnato, devo ammettere, un vero schifo, e due bottiglie su tre arrivarono a destinazione spaccate. La lezione che imparai fu: massima attenzione. Una cantinetta (styrofoam shipper) in polistirolo per bottiglie di vino, da 6 o da 12, è il top assoluto. Altrimenti, munitevi di: chips, carta a bolle, scotch marrone da imballaggio, giornali, cartoni da riciclare. Sbizzarritevi, ma non improvvisate. Io per fortuna distrussi una Zona Cesarini e una stout al caffè di un birrificio delle mie parti, che riuscii a recuperare senza problemi. E se invece fosse stata una 50N4E del 2007? Siate sempre molto accurati. Fare un giro in più di carta a bolle, aggiungere più chips per attutire, vi potrà costare circa dieci minuti. Arronzare, potrebbe scatenare conseguenze molto più disastrose.

Mai dichiarare il contenuto. Avete il vostro bel pacco completo, ben preparato, perfetto, che nessun nerboruto e rozzo magazziniere potrà mai scalfire anche giocandoci a calcio. Dovete adesso tenere presente un dettaglio finale fondamentale se spediamo fuori dai confini europei: mai dichiarare il contenuto in alcolici. Così come il reale valore di quanto stiamo inviando. Ciò che vogliamo evitare, sono controlli che potrebbero ritardare o compromettere il trade per eccesso di zelo da parte di qualche impiegato durante lo sdoganamento o il passaggio tra i vari Stati americani. Usate allora la fantasia. C’è chi indica “yeast samples”, chi ha inviato materiale per “bbq sauce competition”, io consiglio il più classico “glassware” per tagliare la testa al toro. Ora siete pronti per conquistare il mondo. 

 

Vi saranno restati ancora parecchi interrogativi circa la convenienza o meno del lato economico necessario a realizzare tutto ciò. Abbiate fede, di prezzi, e tanto altro, per addentrarci ancora di più nel Lato Oscuro della Birra, ne parleremo nella prossima puntata.