Ti sarà inviata una password tramite email.

Se la trappista Westvleteren 12 va al supermarket

westleteren 12Il marchio, un vero e proprio “scudo”, è ormai riconosciuto da tutti nella sua inconfondibilità. Sto parlando delle sette sorelle cistercensi, delle loro birre e del marchio Authentic Trappist Product. Una “regola”, un vero e proprio disciplinare, alla quale le comunità monastiche di Chimay, Westvelteren, Achel, Westmalle, Orval, Rochefort e La Trappe si attengono da decenni e che le ha fatte conoscere in tutto il mondo per la qualità austera dei propri prodotti. Ultimamente, però, il mondo produttivo monastico è attraversato da una certa tensione, portata da nuove esigenze e richieste che hanno smosso le acque in un mondo secolarmente e costituzionalmente tranquillo. Il sasso (grosso) nello stagno lo hanno gettato i monaci dell’Abbazia di St. Sixtus A Westvleteren, che di birra ne producono poca. Poca, ma ricercatissima perché di grande qualità: il top, a livello mondiale. Nelle classifiche annuali che Ratebeer, il sito internazionale di raters birrari, stila, la Westvleteren 12, una delle tre birre prodotte nel monastero belga, balla sempre fra il primo e il secondo posto fra le migliori 50 birre al mondo. Comprare le birre di Westvleteren è stato da sempre complicatissimo: tradizionalmente e rigorosamente prive di etichette, le si potevano acquistare solo presso la portineria del monastero previa prenotazione telefonica e in quantità limitatissima, oppure bere all’In de Vrede, il “pub monomarca” posto proprio di fronte al monastero. Qualcosa di sottobanco, per vie traverse, lo si trovava sempre, ma a prezzi spesso spropositati. Per pagarsi i lavori di ampliamento del monastero, non più procrastinabili, i monaci di Westvleteren hanno interrotto questa loro particolarissima e inveterata tradizione mettendo in vendita 558.000 bottiglie della loro birra più pregiata (la 12, ribattezzata XII per l’occasione) racchiuse in 93.000 box chiamati Coffret Pierre d’abbaye al costo di 25 euro l’uno nei punti-vendita della Colruyt, grande catena di distribuzione belga della GDO. Messi sugli scaffali la mattina del 3 novembre, esauriti nel giro di due giorni per un incasso totale di circa 2.300.000 euro. Non contenti dello scontatissimo successo di vendite i monaci belgi hanno già in previsione di esportare nel 2012 altri 10.000 coffret in America e di destinare ulteriori 76.000 boxes al mercato extra-Belgio, garantendo al contempo una produzione annuale extra di 4.000 hl, sempre della 12, da poter “ritirare” come di consueto presso l’abbazia.

I monaci di Westvleteren non sono stati i primi a far finire le proprie birre sugli scaffali della GDO: da tempo, anche dalle parti di casa nostra non è più così difficile acquistare bottiglie di birra trappista direttamente al supermercato. Quindi l’exploit commerciale di Westvleteren non ha creato nessuno “scandalo”, ma ha significativamente alimentato, almeno in Belgio, il gran parlare che attualmente, e insolitamente, si fa del mondo produttivo trappista e del fatto che delle loro birre , in giro, ce ne sono poche e che continueranno, forse, ad essercene poche. Il motivo? I motivi sembrano essere due: la crescita vertiginosa della domanda, e l’incapacità (voluta/strutturale) di rispondervi efficacemente. Queste le difficoltà materiali con le quali si trovano a fare i conti i monaci/birrai; quelle “strutturali” sono legate anche alla Regola di S. Benedetto, che struttura la vita dei monaci cistercensi.

WestvleterenTutto questo fino ad oggi, meglio fino ad ieri: la mossa di Westvleteren e la sua nuova strategia commerciale sembrerebbe aver aperto una breccia in questo mondo produttivo gelosamente attaccato alla propria storia e alle proprie tradizioni produttive. Staremo a vedere se le sirene commerciali, orgogliosamente messe a tacere in passato dagli abati belgi e olandesi, riusciranno, questa volta, ad avere la meglio. Vista dalla parte del consumatore/estimatore di questi superbi prodotti, non so se c’è da restare proprio tranquilli: di solito, quantità fa difficilmente rima con qualità.

 L’articolo completo è apparso sul nr 1 di Fermento Birra Magazine