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Sacro e profano: salsiccia e fagioli con tripel d’abbazia

Avete presenti quelle ispirazioni repentine per certe situazioni provocatorie? In questo caso, galeotto è stato il risuonare in mente di alcune note e di alcuni passaggi provenienti dal ricordo di un brano immortale, Barbera e Champagne, tra i titoli più noti di una voce altrettanto immortale, quella di Giorgio Gaber. Il quale, nel testo, racconta la malinconia di due uomini, i quali, di opposta estrazione sociale ma uniti nella delusione d’amore, congiungono i loro tavoli, annegando il dolore rispettivamente in un vino proletario e in una bollicina d’alto lignaggio.

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Ebbene, trasferendo un copione del genere in ambito birrario, il fotogramma successivo è stato l’immagine di un accostamento altrettanto contrastante: il connubio tra una tipologia di elevata nobiltà (pur di carattere ecclesiastico) come quella delle Tripel trappiste o abbaziali; e un pasto, invece, dalla connotazione strapopolare, quale il sanguigno tandem salsiccia e fagioli in umido. Un piatto sulla cui preparazione non è il caso di scendere in dettagli; solo una precisazione ci spetta: sottolineare come semplice non equivalga a banale né ad implicitamente privo di grazia. Anzi, la nostra ricetta contiene in sé la virtù del gusto senza sofisticherie; e dunque una sorta di aristocrazia dell’animo che ben si addice a birre di alto rango e di provenienza monastica. Un ambito nel quale la ricchezza vera coincide (o dovrebbe coincidere) con quella dei valori intrinseci, non con quella esteriore. Peraltro, di contenuti la portata di cui ci occupiamo ne ha eccome: un solido crossover di grassi e proteine (con carboidrati essi stessi in bella evidenza); una densità sensoriale (intensità e persistenza) da Champions League; una tendenza sapida e dolceacidula, talvolta piccante e speziata che danno al morso non solo sostanza, ma decisa incisività.

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Da gestire come? Ma ovviamente con l’austera potenza di una Tripel: il cui alcol, la cui effervescenza e la cui secchezza sapranno ammansire le pinguedini lipidiche del boccone, portando pace nel cavo orale; le cui amaricature dosate non entreranno in conflitto con le salinità dell’insaccato, né con le acidità del pomodoro; le cui pepature finali richiameranno invece quelle già evidenziate nella masticazione. E eccoci ai consigli conclusivi. Fra le rappresentanti estere della tipologia, non potrebbe mancare la capostipite, la belga Westmalle Tripel (9.5 gradi); e accanto ad essa, proponiamo, sembra dal Belgio, un nuovo classico come la Dulle Teve di casa De Dolle (10 gradi). In campo tricolore possiamo optare per la Tentatripel di Montegioco (8.5 gradi), la Tripel di Extraomnes (8.6 gradi) o la Atman del Birrificio degli Archi.