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Marco Valeriani: perché è un vincente e i rumors sul nuovo birrificio

Finisce come doveva finire, Marco Valeriani è Birraio dell’Anno 2018 e porta a casa il premio la seconda volta in tre anni, due successi intervallati dal secondo posto dell’anno precedente. Mai nessuno aveva vinto il titolo due volte, non di rado il concorso veniva interpretato, per scherzo o forse no, come una sorta di premio alla carriera, una specie di rassegna perpetua del panorama italiano dove sì, il migliore poteva coincidere col vincitore, ma destinato quindi a non ripetersi più.

Invece è stato l’anno della rottura degli schemi, delle malelingue e dei pregiudizi sull’esito, quelli che vogliono (per esempio) un vincente simpatico o onnipresente sui social network. Marco invece non ha tempo per queste cose, ma nel mondo reale difficilmente si tira indietro quando c’è da far baldoria e bisboccia. Il suo approccio lo possiamo riassumere nella frase che lui stesso pronuncia quando da tutta Italia gli chiedono serate, partecipazioni, presentazioni: “Il mio lavoro è fare birra”. Dalla arcinota 22 La Verguenza (per chi ancora non lo sapesse: Verguenza sta per Vergogna, e 22 è il posto, l’ultimo, che venne affibbiato a una birra di Marco iscritta ad un concorso perché ritenuta fuori stile, prima di approdare a Menaresta e riproporre la ricetta che avrebbe segnato un momento storico per le luppolate italiane) al trionfo di ieri non è passato nemmeno un decennio, abbiamo visto la scena birraria del paese cambiare, trasformarsi, prendere, perdere e ritrovare coscienza, subire l’attacco diretto dell’industria. Ma se vogliamo tracciare un percorso del mondo brassicolo in Italia non si può fare a meno di parlare di Marco Valeriani e del contributo che ha dato, disegnando e realizzando un ponte immaginario tra noi e la migliore tradizione contemporanea della California, con l’impressione di essere a San Diego o a Santa Rosa quando bevi Wave Runner o Killer Queen, solido come la costanza della qualità cui ci ha abituato, e rispetto a tutto questo parlare fa specie la sua capacità di fregarsene delle critiche, rispondendo coi fatti, con l’impegno, con le birre.

Quando gli diedero le chiavi del birrificio da Hammer, qualcuno delle mie parti disse: “È come il Paris Saint-Germain che compra campioni”, non si capiva cosa volesse intendere, ma evidentemente aveva una scarsa conoscenza del pallone, dove soldi e investimenti non si traducono necessariamente in titoli e imprese, figuriamoci per la birra. Nonostante ciò Marco ha scavalcato andando oltre, e quando la gente ha cominciato a postulare che fosse bravo soltanto su determinati stili si è rimesso in discussione alla sua maniera: assaggiando, viaggiando e studiando, dando via a un lento e rigoroso ampliamento della linea produttiva, e inizialmente non è nemmeno bastato. Un anno fa probabilmente si aspettava di bissare subito la vittoria a Birraio dell’Anno ed Elvo gli ha strappato il trofeo, si dice per pochissimi punti, e anche lì ha preso e incassato, quasi tradito dalle sue birre preferite – le lager – ha fatto tesoro di una sconfitta rimettendosi subito a lavoro. È (ri)tornato in Franconia andando non per moda o per compiacersi e compiacere le illustri personalità del bancone dei nostri pub, a uso degli ultimi arrivati, arrivisti e/o drogati dell’attenzione altrui, ma spinto da quel desiderio di conoscenza con l’approccio della curiosità di chi non perde mai l’occasione di entusiasmarsi. Quello stesso impulso che lo porta ad assaggiare e abbracciare le altre culture nel segmento culinario, altra sua grande passione: ha bevuto, ha visto, ha analizzato e ha capito i segreti dell’acqua, come metterli in pratica e come migliorarsi per scalare la montagna delle basse fermentazioni. Rivoluziona la Bundes, facendone una lager rustica, fresca, finalmente libera dalle catene della luppolatura, per farla orbitare attorno al fattore “crisp” – come direbbero gli americani -, aggiunge una nuova Workpiece, categoria che fa da personale banco di prova finché la ricetta non è quadrata, perfetta, centrata e pronta all’evenienza per passare nella produzione regolare, e poi ancora la Schwarz che a Firenze era forse la migliore birra del festival: decisa, intensa, esuberante, ricca, una cosa che non ti spieghi come faccia a fare cinque gradi e mezzo e mentre cerchi la risposta il bicchiere è vuoto.

Si arriva quindi a domenica pomeriggio, Marco è sul palco e viene proclamato vincitore, con un finale degno dei migliori epiloghi cinematografici congegnati ad arte per le stagioni delle serie TV moderne: neanche qualche minuto dopo il successo partono le voci secondo cui lascerà o ha già lasciato Hammer per aprire un piccolo brewpub a Seregno, nella bassa Brianza. Un colpo di scena riservato ai campioni che sono diventati leggenda nel calcio – Platini che si ritira all’apice della carriera o (meglio ancora) Zidane che molla il Real dopo tre Champions vinte -, e non me ne frega di sapere i particolari, se fa bene oppure no, cosa è giusto dire o commentare a riguardo, conta solo la faccenda in sé che lo consegna alla storia della birra italiana con quel tratto epico, da predestinati veri, e io lo so, ne sono convinto, che mentre la gente è lì a parlare e a discutere e a chiacchierare, Marco Valeriani sta già pensando alla prossima birra, alle prossime ricette, a migliorarsi, ripetersi, confermarsi, pronto a stupire e a stupirsi di nuovo, con la capacità che caratterizza i grandi di far sembrare lo straordinario una cosa semplice, come in fondo la birra che beviamo tutti i giorni.