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Orgoglio lattina: storia e rinascita di un formato dimenticato

Vado dal Barone ma non gioco a dama / bevo birra chiara in lattina / me ne frego e non penso a te. Nel 1974 Rino Gaetano dedica alla birra in lattina questo significativo passaggio della sua ironica e rassegnata Tu, forse non essenzialmente tu: non occorre essere fini esegeti per cogliere il modesto valore che il grande cantautore crotonese sta qui attribuendo alla bevanda e al suo contenitore. In questo brano, infatti, il nettare di Gambrinus riveste il ruolo di semplice mezzo di alienazione, inadeguato e triste divertissement per stordire la mente e anestetizzare provvisoriamente il sanguinante cuore innamorato dell’artista. La scelta della lattina, percepita come sineddoche di un prodotto industriale di bassa qualità, rinforza ulteriormente l’inadeguatezza del rimedio alcolico a buon mercato come farmaco per le pene d’amore. 

Gli anni Settanta del secolo scorso sono del resto la decade in cui, dall’altra parte dell’Atlantico, l’industria birraria statunitense arriva a toccare il fondo della propria involuzione qualitativa, il punto di non ritorno che un grande divulgatore come Randy Mosher esemplifica attraverso tre icone: il continous fermentation system per abbattere i tempi di fermentazione e maturazione, inventato in Nuova Zelanda e adottato dal gigante di Milwaukee Schlitz nel 1973 ma presto (per fortuna) abbandonato a causa della sovrapproduzione di diacetile, l’acquisto del marchio dormiente Lite da parte di Miller nel 1975 e il conseguente lancio, imitato poi da tutti i principali concorrenti, di una birra così “leggera” da essere totalmente priva di aromi e sapori, e, l’immagine più estrema e potente, la General Generic Beer, la famigerata lattina bianca ornata con la sola scritta beer in caratteri neri maiuscoli messa in commercio sempre da Miller alla fine dei Seventies e rimasta sugli scaffali dei supermercati statunitensi fino al 1987.

Il fatale incontro, determinato dallo spirito del tempo, con birre industriali concepite e realizzate tenendo come punti cardinali il prezzo più basso possibile e una platea di consumatori potenzialmente universale a causa della totale assenza di gusto del prodotto (“l’unica bevanda che piace a tutti gli esseri umani in tutto il mondo è l’acqua”, ripete spesso, a questo proposito, il mio amico e maestro Stefan Grauvogl) si è dunque rivelato un autentico bacio della morte per la lattina, che, al pari di altri ritrovati dell’industria alimentare come i surgelati e i cibi liofilizzati, è passata dall’immagine positiva di modernità e praticità, acquisita nella temperie dell’ottimismo post bellico, allo stigma come emblema di prodotti di massa sciapi, poco autentici e per nulla genuini, esattamente come il tetrapack per il vino. A differenza del “vino in cartone” e dei cibi precotti, però, la birra in lattina sta ora avendo una seconda possibilità di mondarsi dal peccato originale e far nuovamente valere i propri indubbi lati positivi grazie al suo rilancio da parte dei birrifici artigianali, dapprima statunitensi, in seguito britannici e ora di tutto il mondo, Italia inclusa. Per capirne meglio potenzialità e pregi occorre fare un passo indietro e risalire alle origini: chi e perché ha pensato per la prima volta di mettere una birra in un cilindro di metallo? Morfologicamente, la lattina può ricordare la miniatura di una botte o di un cask, quindi un designer potrebbe risponderci che era nel suo destino quello di incontrare la nostra bevanda preferita. La storia ci dice però che i genitori ufficiali del connubio sono stati la Gottfried Krueger Brewing Company, azienda birraria omonima del suo fondatore, un immigrato tedesco che la aprì a Newark, in New Jersey, nel 1858 e la American Can Company (abbreviata in CanCo) di Pacific Grove, in California, fondata nel 1901. In definitiva East e West Coast sono state dunque compartecipi della prima canning revolution.

La CanCo iniziò nel 1909 le prime sperimentazioni con la birra, presto interrotte a causa delle problematiche emerse. La birra confezionata in un pesante cilindro di latta saldata e dal vertice piatto poteva raggiungere infatti una pressione di 80 libbre per pollice quadrato, pari a 5,52 bar, il doppio di quanto il contenitore potesse reggere in sicurezza, con il conseguente rischio di perdite o scoppi. Inoltre, la latta era sprovvista di rivestimento interno, quindi la reazione tra il pH acido della bevanda e il metallo generava uno sgradevole gusto ferruginoso; last but not least, il prezzo delle bottiglie in vetro, specie quelle con vuoto a rendere, era all’epoca troppo conveniente per sperare di insidiarlo. L’azienda californiana però non abbandonò mai l’idea e nel 1921 riprese le ricerche, arrivando in due anni sia a trovare un efficace rivestimento interno che a risolvere il problema dell’eccesso di pressione. Il Proibizionismo entrato nel frattempo in vigore rendeva però il mercato assai poco appetibile, pertanto la nuova tecnologia rimase nel cassetto per dieci anni allorché, abolito il Volstead Act, la CanCo trovò in Gottfried Krueger il primo cliente. Così il primo lotto di sole 2000 lattine di Krueger’s Finest Beer, una sorta di Export Lager, venne dunque messo in vendita nel 1933. L’accordo tra le due aziende prevedeva una prima fase di pura prova. Se le lattine fossero state un flop, il birrificio non avrebbe infatti dovuto pagare la CanCo, inoltre, l’elevato timore che i consumatori non accettassero il nuovo recipiente, spinse a mettere in vendita i primi duemila esemplari a Richmond, in Virginia, città distante oltre 500 km da Newark, perché la Krueger Brewing Company temeva di rovinarsi la reputazione nel proprio mercato, che, al pari di molti birrifici americani dell’epoca, era eminentemente cittadino e regionale. Il successo arrise invece al progetto oltre le più rosee aspettative: una serie di sondaggi post vendita testimoniò infatti che il 91% degli acquirenti aveva dato un giudizio positivo al nuovo recipiente e che l’85% riteneva addirittura il gusto della birra in lattina più fedele a quello del prodotto alla spina rispetto alla bottiglia. Il birrificio proseguì dunque sulla strada intrapresa e il 24 gennaio 1935 vide la luce il primo lotto di grandi dimensioni di Krueger’s Cream Ale, un’economica birra con solo 3,2% di alcol in volume che rivoluzionò la percezione delle lattine negli Stati Uniti. Da quel momento l’escalation non conobbe più soste. Krueger nel giro di due anni quintuplicò il proprio volume d’affari rispetto all’epoca pre-lattine, Pabst divenne nell’agosto 1935 il primo birrificio di dimensioni nazionali ad adottare una canning line seguito a ruota da Schlitz, mentre nel dicembre del medesimo anno apparve la prima birra in lattina al di fuori degli USA, ad opera della Felinfoel Brewery Company di Llanelli, in Galles.

L’evoluzione tecnologica del recipiente compì nel tempo ulteriori passi avanti. Nel 1937, grazie alla Crown Cork & Seal Company arrivarono infatti le lattine con collo alto in acciaio e tappo a corona seguite nel 1958 dalle prime latte in alluminio, lanciate alla Hawaii Brewing Company, e nel 1965 dall’aprilattina incorporato ad anello rimovibile, che eliminava la necessità di utilizzare un apribottiglie.  Quattro anni dopo, nel 1969, le vendite di birre in lattina superarono per la prima volta quelle in bottiglia negli Stati Uniti. L’acme di popolarità ebbe però un prezzo salatissimo, come abbiamo visto all’inizio, dal momento che la modesta qualità del contenuto proiettò il suo effetto alone, come dicono gli psicologi, sul recipiente rendendo la lattina sinonimo di birra scadente per almeno tre decenni. Ci volle il coraggio di un visionario artigiano di successo come Dale Katechis, patron del birrificio Oskar Blues in Colorado, per ribaltare nuovamente la percezione dei consumatori e degli esperti riguardo al cilindro in metallo. Lorenzo “Kuaska” Dabove racconta spesso della sorpresa generale della giuria e del pubblico quando vennero annunciati i risultati della World Beer Cup 2004, la prima a cui Lorenzo partecipò da giurato, e la Dale Pale Ale, confezionata in lattina fin dal 2002, risultò la vincitrice dell’ambita e affollatissima categoria delle American Pale Ale. Lorenzo giudicò tra le altre, anche la finale di quella categoria e rammenta di essersi innamorato a prima vista della freschezza ed esplosività aromatica della Dale. Katechis non fu il realtà il primatista assoluto nel mondo artigianale, perché la Midcoast Brewing Company di Oshkosh in Wisconsin aveva già nel 1991 inlattinato una birra chiamata Chief Oshkosh Red Lager, ma il birrificio aveva poi chiuso nel 1994. La falsa partenza, analoga a quella del primissimo craft statunitense New Albion, sopravvissuto solo dal 1976 al 1980, non scoraggiò il babbo di Oskar Blues, che della diffusione della lattina ha poi fatto una vera e propria missione organizzando dal 2009 il Burning Can Festival, decisivo per coinvolgere sempre nuovi produttori e consumatori.

Oggi gli operatori del mondo birrario artigianale si approcciano alla lattina in modo lucido e razionale, notando gli indubbi vantaggi costituiti dall’eliminazione del rischio di lightstruck (quel difetto provocato dall’esposizione ai raggi solari), dalla minimizzazione del pick up di ossigeno a causa del più efficiente riempimento (effetto variabile a seconda della qualità della macchina acquistata), dalla maggiore rapidità di raffreddamento (ma anche di riscaldamento: una lattina maltrattata nel trasporto e nella distribuzione può soffrire anche più di una bottiglia). Senza considerare l’aspetto ambientale, considerato l’elevato tasso di riciclo e la migliore efficienza del trasporto (in un stesso mezzo è possibile caricare molte più lattine che bottiglie, senza contare il quasi totale annullamento del numero di esemplari persi per rotture dovute a urti e cadute nel trasporto). L’alone negativo suggerito dall’emotività sta gradualmente svanendo pure tra i consumatori. anche in una città italiana di provincia quale quella in cui lavoro come publican, la barriera di diffidenza degli appassionati verso la lattina, ancora forte sino a due-tre anni fa (ricordo distintamente un cliente che vedendo per la prima volta nel frigo alcune referenze in lattina esclamò: “ma come? Non avevi dichiarato di vendere solo birre buone?”), si sta decisamente sciogliendo. Il futuro pare quindi sorridere al contenitore cilindrico, quantomeno per birre fresche e luppolate da bere nel più breve arco di tempo possibile dalla produzione, mentre il ruolo della bottiglia per le birre caratterizzate da una lunga rifermentazione o particolarmente inclini all’invecchiamento sarà difficilmente scalfito.