Mastro Birraio: Leonardo Di Vincenzo del birrificio Birra del Borgo

 

Nome: Leonardo
Cognome: Di Vincenzo
Nato a: Roma
Il 17/08/1976
Vive a: Roma
Birrificio: Birra del Borgo
Mastro birraio dal: 2005
Birra preferita: dipende dal momento
Hobby: un tempo pianista
Musica: Jazz, il pianista Bill Evans
Cinema: non sono un appassionato
Piatto: ostriche

 

Nella primavera del 2005 a Borgorose, piccolo paese della provincia di Rieti al confine tra Lazio ed Abruzzo situato nella Riserva Naturale dei Monti della Duchessa, Leonardo Di Vincenzo comincia a produrre birra artigianale. Tutto nasce per gioco durante gli studi universitari di Biochimica quando, cimentandosi nella produzione casalinga, scopre la sua vera passione. Con il passare del tempo fare birra diventa sempre più un lavoro e sempre meno un hobby: ecco allora i viaggi in giro per l’Europa alla scoperta degli antichi stili birrari, dove Leonardo conosce i mastri birrai tedeschi e gli estrosi belgi. In Inghilterra entra invece in contatto con la cultura della birra tradizionale anglosassone, le “Real Ale”, ed è subito amore. Quando l’amico Mike Murphy gli chiede di sostituirlo per un lungo periodo nel suo birrificio di Roma (lo Starbess) Leonardo capisce che, da grande, farà il birraio. Partito con sole quattro tipologie vanta oggi una gamma che sfiora le venti unità, considerando le birre stagionali e quelle legate all’estro del momento. E molte sono le novità in arrivo…


Borgorose è un piccolo centro sperduto tra i monti. Cosa ha portato un romano Doc come te ad aprire un birrificio così distante dalla capitale?
I miei nonni sono originari di un paesino vicino Borgorose e mio zio abitava qui. Inoltre non volevo che il mio birrificio nascesse in una periferia, preferivo avere intorno verde e aria pulita. Sono scappato dal caos di Roma e anche dai costi elevati di affitto.

Adesso però, dopo l’apertura di bir&fud, ti troviamo spesso anche a Roma.. Come sta andando questa scommessa?
Sta andando molto bene.. Abbiamo aperto un locale che serve soltanto birra artigianale e cibo di qualità, riscontrando molta curiosità e anche un certo successo in termini di pubblico.

Ultimamente stai promuovendo la tua birra anche all’estero. Che giudizi danno sulla nostra realtà birraria?
Qualche anno fa all’estero nessuno sapeva che si producesse birra artigianale in Italia. Con il tempo, grazie al passaparola tra gli operatori, al lavoro di diffusione di Kuaska e ad una qualità in crescita si stanno accorgendo di noi. Naturalmente in quei paesi tipo gli Stati Uniti dove c’è una
maggiore esportazione siamo più conosciuti.. al contrario in Inghilterra, dove è presente il prodotto industriale italiano ma manca la realtà artigianale, facciamo fatica a farci notare, anche se il CAMRA ci sta aiutando molto.

Esporti una percentuale elevata all’estero?
Sì, nel 2006 era intorno al 60%, nel 2007 al 30%. Nonostante la percentuale si sia ridotta per l’ingresso nel mercato estero di altri birrifici italiani, in volume è aumentata.

Questo ha influito in qualche modo sul tuo modo di fare birra? Hai dovuto ad esempio cercare di produrre una birra più longeva e stabile o venire incontro ai gusti del consumatore americano?
Sinceramente i miei gusti sono molto vicini a quelli americani.. Sono innamorato degli aromi dei loro luppoli e delle speziature quindi non ho dovuto mai piegare la mia creatività. Per quanto riguarda la longevità devo dire che nell’ultimo anno abbiamo investito molto per mettere a punto una birra che fosse il più stabile possibile, senza
naturalmente perdere di qualità ed evitando tecniche nocive come la filtrazione o la pastorizzazione.

Viaggi molto per promuovere la tua birra. Qual’è il tuo paese birrario preferito e cosa gli invidi?
Sono due: il Belgio per la sua cultura secolare e l’Inghilterra per la cura del servizio e l’eleganza di alcune tipologie tradizionali.

Quali sono gli stili che ami di più?
Tra le birre belghe adoro le Saison e le Lambic, tra le inglesi Real Ale, Porter e Stout

Quale birra preferisci in assoluto?
Non ho una birra preferita in assoluto in realtà.. se dovessi sceglierne una in questo momento mi berrei una Goldihops del birrificio Kelburn.

Una domanda che ci piace fare.. Se la tua birra preferita fosse una donna come sarebbe fisicamente e caratterialmente?
Non so…

Dato il tuo essere eclettico sarebbe forse più indicato un Harem?
Eh sì (ride), mi sa che hai ragione…

Reputi che nelle tue birre ci sia un’impronta, un marchio di fabbrica?
Sì, credo sia la pulizia nel gusto e l’eleganza.

Ormai la lista delle tue birre è sempre più lunga. Hai in mente qualche novità per il futuro?
Al Salone del gusto di Torino presenterò una nuova birra affinata in Barrique, che sosta un anno in botti di rovere francese di primo passaggio. Avrà 16° alcolici e
per produrla utilizzerò del lievito Champagne.

Si narra della tua birra segreta “Ziofa”… puoi raccontarci qualcosa a riguardo?
Ci sono birre che ogni tanto saltano fuori in birrificio, sono senza etichetta e io le metto da parte. Ogni volta che le apro è una sorpresa… Naturalmente non sono in commercio.

Torniamo a parlare di cose serie: sei tra i fondatori del Consobir… quali problematiche secondo te devono essere affrontate con urgenza?
Dobbiamo offrire dei servizi validi ai consorziati, di natura commerciale e culturale. Dobbiamo inoltre lavorare per creare un disciplinare, che sarà pronto prima dell’estate, in cui oggettivamente vengano individuati dei parametri per potersi fregiare del pentagono scelto come simbolo di qualità.

Puoi darci qualche anticipazione?
Beh, stiamo valutando la possibilità di fare dei controlli, prelievi di campioni a sorpresa nei birrifici aderenti in modo da valutare due aspetti: la qualità e la costanza del prodotto.

Che cosa intendi precisamente?
La birra deve essere cruda e genuina, ovvero non contenere additivi. Inoltre dobbiamo garantire al consumatore che se compra una bottiglia di un birrificio che conosce dentro ci ritrovi la stessa birra che aveva assaggiato. Ovvio che ci saranno delle differenze tra due lotti, produciamo birra artigianale, ma dobbiamo evitare cambiamenti eccessivi. Se ci sono il birraio cambia etichetta e non la chiama più con lo stesso nome.

Per quanto riguarda le materie prime italiane?
In futuro il disciplinare potrebbe contenere anche l’obbligo di utilizzare solo ingredienti di origine nazionale. Certo c’è prima bisogno di assicurare materie prime di qualità..

La cosa può forse lasciare un po’ titubanti.. E’ vero che l’Italia paga lo scotto di non avere una lunga tradizione, ma questo si traduce anche in una libertà totale per il birraio, che può dar sfogo alla sua creatività..
Sì, ma in un futuro si potrà continuare a creare, però con materie prime italiane.

Grazie Leonardo, un saluto da Fermento Birra!
Grazie a voi e un saluto ai vostri lettori!