La prima volta non si scorda mai

kuaska giovaneMetà anni Settanta, mamma fa un pesto spaziale, ravioli di borragine che parlano e un flan di spinaci da orgasmo. Mia sorella adolescente chiede timidamente di avere a pranzo wurstel e crauti, richiesta esaudita malvolentieri un paio di volte l’anno, e solo in una di quelle occasioni compare una bottiglia di birra sulla nostra tavola. Ricordo il suo nome, Champigneulles, la sua origine, la Lorena, e dove la si comprava, dal salumiere di fiducia che aveva solo roba di qualità e che ci vendeva pure i wurstel, naturalmente!

Fine anni Settanta, sabato mattina. La svolta è in agguato in uno spaccio aziendale dove, ignaro, entravo di tanto in tanto a comprare panettoni milanesi storti, buoni come quelli dritti ma che costavano la metà (eravamo pur sempre una famiglia ligure in esilio). Vedo un angolo da poco creato dedicato a delle “delikatessen” provenienti principalmente dalla Francia e dal Regno Unito, con fois gras, champagne, biscotti, dolciumi e alcune birre inglesi. Attratto da una bottiglia di birra, tale Windsor Ale, me la porto a casa e me la tengo per il giorno dopo (una volta pranzavo a casa alla domenica, bei tempi..).

windsor aleLa apro e la verso in un bicchiere qualsiasi, e con sommo stupore mi accorgo come sia “marrone”, mentre pensavo che le birre fossero “gialle”. L’assaggio e non dico nulla, non so se mi piace o no, per il momento ne prendo solo atto. La volta dopo ne scelgo una nuova, la volta dopo pure e poi ancora e ancora. Staccavo le etichette e le incollavo su un quaderno nero, scrivevo le mie impressioni in un block notes per stenografia: eh sì, ormai la scimmia si era impadronita di me! Scoprii un bar lussuoso del centro che vendeva birre britanniche (a memoria ricordo Mc Ewans Tartan, Goldie, Eldridge Pope, Royal Oak, King & Barnes barley wine), costavano troppo e le compravo col contagocce, ma un pomeriggio piovoso e uggioso feci il colpaccio.

Entrai e, al posto dei soliti titolari, un taciturno e scontroso barista e la sua bella ma insipida moglie bionda, vidi una vecchia ossuta (sembrava la Teresa dei Legnanesi) che brontola. La avvisai che avrei dato un’occhiata alle birre per poi comprarne, ma lei mi disse: “fai pure, poi dimmi tu il prezzo perché mio genero, il professore (detto con ironia) mi ha spiegato tutto per ore e ore ma io non ho capito niente, guarda un po’ se alla mia età devo tornare a scuola”. Non l’avesse mai fatto! La mia riconosciuta onestà mi abbandonò per una ventina di fatidici minuti e mi portai via, a prezzo delle Dreher, due borse di plastica con una trentina di birre raccolte, tra le altre, nella separata area “da collezione”, come diceva il cartello apposto dal “professore”.

La mia prima volta con le birre belghe fu amore a prima vista. Avvenne a Parigi nel beer shop “La Cave de Gambrinus” in rue des Blanc-Manteaux, dietro l’angolo di Rue des Archives, vicino all’Hotel de Ville. In Italia era più dura ma me la sapevo cavare. Effettuavo sistematicamente sempre più frequenti puntate a Torino all’enoteca Danilo, angolo via Berthollet e via Goito, dove pescavo birre mai viste prima, la maggior parte delle quali si presentavano in irresistibili bottiglie da 75 cl col tappo di sughero, mentre da Woodstock in via Ludovico il Moro a Milano facevo incetta di Faro Lindemans, per il quale presi una cotta tremenda e che oggi non berrei nemmeno sotto tortura. Il resto è storia più recente con interviste, articoli, libri, eventi e viaggi. Una storia cominciata col libro del Maestro comprato con lo sconto, a fine anni Settanta, nella libreria dove lavoravo sotto le feste natalizie e la scoperta, prima iconografica e poi “carnale” delle “wild beers”, che segnò per sempre la mia esistenza.

Articolo estratto dal nr 7 di Fermento Birra Magazine