Ti sarà inviata una password tramite email.

California Beer Route: Port Brewing e Lost Abbey

Sulle strade birrarie della California

In questo itinerario californiano, che fossimo di fronte alla skyline di San Francisco piuttosto che in qualche sorniona cittadina affacciata sull’oceano, oppure immersi nella solitudine e nella libertà di una delle tante espressioni di natura selvaggia che questa terra può regalare, non si può certo dire che ci siamo fatti mancare tante ottime birre ed eccellenti locali dove immergerci nella cultura birraria locale. Abbiamo però tenuto in serbo il jolly per il gran finale ed in quest’ultima puntata del nostro report vogliamo parlare di una visita strepitosa ed appagante che da sola è valsa il viaggio.

Parliamo del birrificio Port Brewing – Lost Abbey, creatura di Tomme Arthur, vero e proprio guru della birra statunitense, che si trova una trentina di miglia a nord di San Diego nel cittadina di San Marcos. Contattato a tempo debito via email e confermata successivamente la nostra presenza, ci ha accolto a metà mattinata durante la nostra prima giornata di incursioni nel sud della California. Tomme ha rilevato il precedente birrificio di Stone alla periferia della città e propone le sue birre con due marchi distinti: Port Brewing con bottiglie dall’aspetto accattivante, semplice e diretto per gli stili tipicamente statunitensi e Lost Abbey con una veste un un po’ più ricercata e tappi a fungo con gabbietta per gli stili del belgio e per i suoi prestigiosi affinamenti in botte.

Tomme è uno dei birrai più ammirati ed influenti degli States e sa orgogliosamente di esserlo. Il birrificio è di media dimensione, che per l’Italia artigianale vuol dire quasi enorme, e impiega diversi ragazzi. Non è il genere di birraio espansivo ed istrionico che ama alimentare il proprio alone di leggenda, bensì un professionista serio – il che è molto americano – che ci ha offerto un’accoglienza birraria da lacrime, oltre a parecchi aneddoti tecnici. Uno di quelli che più ci ha colpito è stato l’utilizzo disinvolto del destrosio in praticamente in tutte le birre da lui prodotte, pratica piuttosto diffusa negli States ma non universale poiché altri produttori – ad esempio Stone – non ne fanno affatto uso. Ad un certo punto ci ha fatto notare che sotto al bancone poggiavamo i piedi su dei sacchi di destrosio quindi immagino non stesse mentendo alla maniera belga… Peraltro è una consuetudine il buon livello di trasparenza delle ricette dei birrifici americani e fanno sorridere al confronto i tanti birrai europei – belgi in prima linea ma anche qualche italiano – che custodiscono la propria come il Sacro Graal e confondono le idee con un improbabile controspionaggio di ingredienti farlocchi… Per fare la focaccia ci vogliono pochi e semplici ingredienti noti da secoli ed un po’ di olio di gomito, ma chissà perché per mangiarla buona bisogna per forza andare in Liguria da chi è capace di farla… Insomma, ci siamo capiti, il manico conta ancora qualcosa…

L’esaltante scalata di degustazioni inizia dalle spine con la buona Lost Abbey Witch Wit fatta con miele, pompelmo e spezie, incalzata da una Lost Abbey Devotion, una blonde belga di piacevole fattura. In tutta onestà, alla conclusione di questo viaggio, dobbiamo confessare che le migliori interpretazioni americane della tradizione belga come queste ultime sono sicuramente apprezzabili ma non arrivano mai ad avvicinare i migliori esempi delle Fiandre e della Vallonia.

Si procede quindi sterzando verso gli stili statunitensi con la Port Brewing High Tide IPA, eccellente esempio di IPA che “si beve da sola” prodotta con Simcoe fresco, stupenda. La Port Brewing Wipeout IPA caratterizzata – fra gli altri luppoli – da Centennial ed Amarillo è invece una IPA tradizionale californiana, quindi più muscolare pur conservando una buona beverinità. SI prosegue con la Port Brewing Hop 15, una Double IPA di circa 11° impegnativa ma appagante, ci abbiamo sentito anche un bel tocco di fragola.

Ennesima virata, stavolta verso birre dalla componente aromatica esplosiva. Una caratteristica comune delle birre di Tomme a noi è parsa essere una certa componente di “morbidezza”, un velluto che in queste ultime verrà esaltato fino all’oleoso ed al masticabile. La Lost Abbey Judgment Day è una quadrupel monumentale – sì, lo sappiamo, è uno stile che non esiste e si dice Belgian Dark Strong Ale… lasciateci pontificare un po’ anche noi… – di 22 plato di OG per 10.5° gradi alcolici, prodotta con uvetta – un ingrediente molto apprezzato da Tomme – e destrosio. Più etilica e viscosa e meno beverina delle sorelle del belgio, è una vera bomba di aromi tostati e di frutta rossa matura.

Questa birra è la base per la celeberrima Lost Abbey Cuvee de Tomme che viene prodotta mediante una maturazione in botte di bourbon con aggiunta di ciliegie e lieviti brettanomyces. Cominciano a scarseggiare gli aggettivi per descrivere questi prodotti… Ad una base alcolica, poderosa e complessa, con note cioccolatose e quasi catramose grazie al perfetto apporto della botte, aggiungete delle evidenti note di acidità e di ciliegia che richiamano le Fiandre Occidentali per avere un’idea della complessità del prodotto… Il passo successivo è la Port Brewing Old Viscosity, Dark Barley Wine di 10° poco lontano dalle Imperial Stout e davvero strepitoso, prodotto miscelando il 80% della birra base con un 20% precedentemente invecchiato in botti di bourbon. Si passa quindi alle bottiglie: la Lost Abbey Angel Share è un Barley Wine di 12.5°. Noi abbiamo provato la versione maturata in botti di bourbon di primo riempimento, appena carbonata, oleosa, con un perfetta fusione fra gli aromi vanigliati del legno, le tostature, il cioccolato ed il caramello, persistenza lunghissima per un prodotto divino. Ci viene da piangere solo a ripensarci… Esiste anche la versione maturata in botti di brandy, se possibile addirittura superiore di un’incollatura, che ovviamente non ci siamo lasciati sfuggire una settimana più tardi al festival di Denver. L’apoteosi finale è la Port Brewing Older Viscosity, la versione 100% bourbon barrel aged che viene usata nel blend della sorella minore e che riposa un anno nelle botti prima di essere imbottigliata. Disponibile come altri fra i prodotti degustati solo al birrificio ed in alcuni selezionatissimi pub degli Stati Uniti è densa come suggerisce il nome e presenta una clamorosa fusione fra i sentori tostati e quelli estratti dalla botte con un leggero ed elegante brettanomyces sullo sfondo. Standing ovation…

Tomme Arthur, nella maestria dei suoi barley wine più complessi, evidenzia a nostro parere la differenza che esiste fra alcune sperimentazioni maturate in una singola botte ed una produzione numericamente più consistente ma sempre costante e continuativa nell’elevata qualità: spesso  – ma mica sempre! – l’utilizzo del legno può dare una marcia in più nello sviluppo di un carattere peculiare in una birra “importante”, alcune volte dal cilindro può uscire addirittura una birra da leggenda, ma il raggiungimento stabile dell’eccellenza avviene solo grazie ad un adeguato “parco botti” e con una ricerca continua e professionale che richiede anni di lavoro e della quale oggi solo pochi pionieri possono fregiarsi. Non paghi dell’esperienza, con una discreta faccia di tolla, abbiamo azzardato l’ultima richiesta… “Sappiamo che tu produci anche delle sour ale che ricordano le birre acide del Belgio…”.

Tomme scompare e se ne torna dopo cinque minuti per omaggiarci con due bottiglie: la Lost Abbey Cable Car, prodotta in esclusiva per il Tornado di San Francisco – vabbé si trova anche nella filiale di San Diego – e la Lost Abbey Isabelle Proximus, una collaborazione fra Lost Abbey, Russian River, Avery, Dogfish Head e Allagash per celebrare il viaggio in Belgio alla scoperta del lambic compiuto nel 2006 e capitanato dal nostro Lorenzo Dabove aka Kuaska, principe del Pajottenland. Abbiamo visto la sera stessa queste bottiglie in vendita al Tornado SD per 90 dollari… Grazie Tomme per il dono e per l’accoglienza impareggiabile! Le abbiamo sacrificate nella nostra stanza di motel a conclusione di questa giornata epica. La Cable Car è una sour ale invecchiata in botti di rovere, morbida con piacevoli note lattiche ed un leggero sentore speziato. Più complessa ed appagante la Isabelle Proximus, dall’aspetto dorato, molto citrica, evidente l’apporto del Brettanomyces, note lattiche, di pompelmo e di crosta di pane. L’acidità decisa lascia spazio ad un finale di mandorla ed albicocca insieme a qualche nota di ossidazione data probabilmente dall’età della bottiglia. Si avvicina parecchio alla bevanda che vuole celebrare, il lambic, pur non raggiungendo la stessa intensità, complessità ed eleganza negli off flavours. Al di là della categorizzazione di stile, una bevuta esaltante.

In conclusione di questo lungo report desideriamo ringraziare Andrea “Harvey” Ardemagni, nostro precursore in California, che ha tracciato la strada e ci ha fornito alcuni preziosi suggerimenti. I luoghi e gli indirizzi segnalati rappresentano un’ampia panoramica dell’offerta californiana, ma sicuramente non esaustiva, e a tal proposito il web come sempre rappresenta una miniera inesauribile ed in costante aggiornamento. Fra le tante fonti, segnaliamo la funzione BeerFly del sito BeerAdvocate.com. Per chi fosse interessato a seguire le nostre orme lasciamo in eredità la mappa birraria del nostro percorso, creata da Harvey ed integrata successivamente da Stefano. La mappa in realtà riporta anche luoghi birrari che sono rimasti fuori dal nostro percorso o che non abbiamo avuto il tempo di visitare. Lasciamo a chi ci ha seguiti fino a qui il piacere della scoperta ed il compito di terminare l’opera di esplorazione…

altre tappe