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Birra vs politica: quando l’etichetta diventa satira

Chissà se il fresco neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump prenderà provvedimenti contro quelli della 5 Rabbit Cervecería di Chicago. I quali in effetti, agli occhi dell’inquilino entrante della Casa Bianca, sono autori di uno sgarro che non deve apparire di poco conto: quella di averlo ridicolizzato in un’etichetta delle loro birre, la Chinga tu pelo.  Tempo fa il marchio di Chicago ricevette un contratto con il gruppo guidato dal nuovo presidente americano, per la produzione di una birra, la Trump Golden Ale. Ma quando durante la campagna elettorale il candidato repubblicano se ne uscì col definire gli immigrati clandestini dal Messico come “criminali e stupratori”, il birrificio (che non a caso si definisce Cerveceria e il cui fondatore si chiama Andrés Araya, nome e cognome di ascendenza lampantemente latina), decise di sciogliere il rapporto economico, ribattezzando anzi quella stessa birra appunto Chinga Tu Pelo, ovvero “fanculo ai tuoi capelli”. In etichetta il faccione del magnate, con, in evidenza, la sua discussa acconciatura a ciuffo. Per inciso, parte dei proventi delle vendite della sono stati donati all’International Latino Cultural Center di Chicago.

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La cui entrata in scena, nel luglio scorso, ha alimentando una tendenza che si sta affermando, da alcuni anni, con grande decisione: utilizzare il packaging di Ale e Lager per assumere posizione, di solito con intento polemico, rispetto a un argomento d’interesse pubblico. Il titolo di primogenitura, in tal senso, spetta forse a una delle (miriadi di) prodotti sfornati dall’inarrestabile fucina di BrewDog: la quale nel 2014, giusto nell’imminenza delle Olimpiadi Invernali 2014 (disputate in Russia), fece uscire la Hello, my name is Vladimir, un “omaggio” al presidente Putin, campeggiante sulle bottiglie col profilo del suo volto stampato in riquadri di vari e sgargianti colori (un format ispirato ai quadri di Warhol), unitamente all’avvertenza “Non per i gay”. Il senso della provocazione? In quei giorni Mosca aveva vietato la pubblicizzazione di contenuti relativi a rapporti sessuali non convenzionali; e la birra in questione – appartenente appunto alla serie “Hello, my name is”, che prevede l’utilizzo, di volta in volta, di ingredienti tipici di un Paese o un territorio – venne brassata con bacche di limonnik (schisandra chinensis, una pianta fiorente nelle foreste dell’Asia orientale), le quali nella cultura popolare sono considerate uno stimolatore delle prestazioni amorose. Il successo dell’operazione fu clamoroso; e segnò un precedente, da lì in poi ripreso a ritmo crescente. Nel 2011 sempre gli scozzesi di BrewDog tirarono fuori la The Royal Virility Performance, brassata per il matrimonio del Principe William, come goliardico e canzonatorio incoraggiamento, con viagra, peperoncino (noto afrodisiaco) e una particolare erba di campo (Horny Goat Weed, all’anagrafe scientifica Epimedium), essa stessa ritenuta uno stimolante sessuale.

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Merita segnalazione anche la Unknown Brewing di Charlotte (North Carolina) che ha messo in commercio la Dirty Commie Heathen (sporco comunista senzadio) con una veste grafica nella quale un altro volto ben noto nella storia russa, quello di Stalin, viene riprodotto in una variante con mustacchi sgargianti di un elettrico color verde neon. Anche in quel caso la “boutade” fece parlare, e molto, specie sul web: con valanghe di messaggi d’approvazione, ma pure di disapprovazione (sia da parte dei sostenitori di “baffone”, rimasti offesi; sia da parte di chi, invece, aveva frainteso l’intenzione di quella scelta, scambiandola per apologia).

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Meno equivocabile il messaggio lanciato dalla beerfirm di Stoccolma Omnipollo e dagli inglesi di Buxton nel firmare, in collaborazione, la Yello Belly: nome il cui riferimento cromatico allude al significato psicologico del giallo, considerato in occidente il colore della codardia. Destinatari dello sbeffeggiamento coloro che, in Svezia, sostengono il partito fascista senza peraltro ammetterlo in pubblico; un atteggiamento schernito dalla confezione stessa delle bottiglie di questa birra militante: un incarto bianco (con due cerchi neri) avvitato in una punta drizzata verso l’alto, a evocare il cappuccio bianco dotato solo di due fori per gli occhi indossato dai membri del Ku Klux Klan proprio per non farsi riconoscere.

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Nella carrellata di birre di protesta non poteva mancare un personaggio discusso della politica italiana come Berlusconi. La frecciata stranamente parte dalla Danimarca, dove un birrificio artigianale, che lo crediate o meno, ha deciso di chiamarsi “Stronzo brewing company”. Ecco allora che se la birra si chiama Berlusconi il gioco di parole è fatto: così accanto ad etichette come White Stronzo, Proud Stronzo, Golden Stronzo troviamo anche quella di Berlusconi Stronzo.

birrificio-dada-sciliporterE in Italia? Nell’arena politica, ha fatto la sua parte la Sciliporter, sarcasticamente dedicata dai ragazzi del birrificio Dada a Domenico Scilipoti, deputato dalla dubbia morale eletto nel 2008 con l’Italia dei Valori, e famoso per aver votato nel 2010 contro la sfiducia al governo Berlusconi (un’operazione politica che diede vita ad indagini da parte della procura).