Il sapore della semplicità: in fondo la birra va solo bevuta!

Se invece puntiamo l’attenzione sulla scena artigianale il panorama cambia drasticamente. Fin dagli esordi degli anni ’90 i nostri artigiani hanno sfruttato ampiamente il cliché dell’italica fantasia ed hanno utilizzato, nella definizione delle loro ricette birrarie, davvero di tutto. Solo per fare alcuni esempi sono stati sondati cereali più disparati (oltre all’ovvio frumento e ai già citati mais e riso, anche farro, segale, avena, miglio, sorgo), altri amidacei come la castagna o il grano saraceno, frutti più diversi, spesso locali (pesche, ciliegie, mele, lamponi, ribes, mirtilli e via dicendo), spezie ed aggiunte varie, dai tradizionali coriandolo e scorza d’arancia amara ai più insoliti zafferano, lavanda, vaniglia, rabarbaro, genziana, mirra, curry, erba limonaria, camomilla, fino ad arrivare al caffè, al cacao, al cardo gobbo. L’elenco è ovviamente parziale perché moltissimi dei 434 birrifici oggi censiti da microbirrifici.org hanno sentito la necessità di personalizzare la propria birra, di legarla al territorio, di renderla in qualche modo unica, facilmente riconoscibile.
Oltre a questo il birraio ha spesso preferito la potenza e l’intensità alla scorrevolezza e alla facilità di beva, forse anche a causa dell’elevato (rispetto all’estero) posizionamento di prezzo che la birra italiana deve inseguire. Ed è del tutto comprensibile che in un mercato molto giovane, in grande espansione, in cui è necessario catturare rapidamente l’attenzione, sia più semplice proporre prodotti di grande ampiezza, di rottura rispetto al prodotto quotidiano conosciuto fino ad allora, piuttosto che giocare sugli equilibri sottili e sulla delicatezza gustativa. Ma oggi è ancora così? Le birre più vendute dai birrifici sono ancora quelle più alcoliche, più strutturate, con ricetta più elaborata? Sicuramente il mercato italiano della birra sta cambiando molto in fretta: lo dimostrano le continue aperture di nuovi birrifici (trend che ancora non sembra in calo) e il numero sempre maggiore di persone che consumano abitualmente birra artigianale.

Una birra chiara, di circa 5 gradi alcolici, non potendo affidarsi alla complessità dei malti tostati deve necessariamente lavorare sull’equilibrio. È un prodotto che potremmo definire scoperto, in cui ogni piccola nota stonata è più evidente rispetto alla complessità di una birra molto alcolica, magari con materie prime atipiche, cui anche il degustatore “permette” molto di più. Una birra semplice nella sua struttura deve rincorrere grande equilibrio olfattivo, dove le componenti maltate e luppolate, oltre alle eventuali note fermentative, devono essere perfettamente raccordate; gustativamente diventa essenziale la costruzione del mosto, l’equilibrio tra il corpo, che non deve essere pesante ma nemmeno troppo scorrevole, e l’amaro finale, da gestire con grande sapienza per bilanciare la parte maltata senza incorrere in spiacevoli note rustiche o addirittura astringenti. Se per il degustatore può essere facile descrivere la grande complessità gusto-olfattiva di una birra molto strutturata (come una trappista belga), dovrà essere più attento per cogliere i fini equilibri di una birra più semplice. Birre che andrebbero maggiormente valorizzate, perché quando fatte bene sono prova di grande capacità del birraio e perché quando raggiungono l’equilibrio perfetto sono delle compagne inseparabili, che si fanno bere a qualsiasi ora del giorno e della notte e non stufano mai. “La birra va solo bevuta” dice il claim di un famoso birrificio. Sono perfettamente d’accordo. Quando la birra è quella giusta, berla è un vero piacere “Slow”.



