Ma cosa bevi? Dialogo semiserio tra bevitori di nuova e vecchia generazione

V = bevitore nostalgico di vecchia generazione
N = bevitore appassionato di nuova generazione

V – Ma cosa ne sapete voi giovani del piacere viscerale che può dare una lager dorata, coronata da una maestosa coltre di candida schiuma, limpida – mica come i vostri succhi d’ananas – con i suoi delicati profumi rilasciati dai luppoli nobili. Che poi se si chiamano così ci sarà pure una ragione, o no?? Il saggio birraio Agostino Arioli del Birrificio Italiano diceva anni or sono: per giudicare la mia birra bisogna berne almeno un litro! E aveva ragione, sia perché il litro è la minima quantità civile di bevuta per la sua Tipopils, sia perché birre di questo tipo sono la più alta e sublime espressione birraria, con buona pace dei geek di oggi che devono inventarsi i bottle sharing per poter finire una delle loro mappazze più viscose del petrolio, con n-mila gradi alcolici e una lista di ingredienti speciali più lunga della wish list di una fashion blogger. Per chi ha mente aperta e sensi all’erta nulla è più soave di un lungo sorso dal calice alto, che direziona la birra verso il fondo del cavo orale e permette di apprezzarne l’intensa fragranza erbacea che trascolora in note balsamiche, sempre ben supportata dai malti, capace di spegnere anche una sete lunga generazioni. Quante soddisfazioni ci hanno regalato le birre da bere dei primi produttori come Bi-du, Orso Verde, Lambrate- perché ricordatevi che le birre vanno bevute non sniffate!  

N – Sì, abbiamo capito che le lager sono buone, e in fin dei conti ci sono sempre piaciute, è solo che questo atteggiamento a metà tra sudditanza e logiche commerciali (pensate che non afferriamo certi concetti?) è spesso insopportabile. E poi comunque, diciamoci la verità: molte si assomigliano fra loro e, se prodotte nel paesino sperduto tedesco con impianti e condizioni al limite del rustico, puzzano pure una volta su due. Non è molto meglio una bella NEIPA con quel suo mouthfeel avvolgente, ricco di sfumature dal tropicale al citrico? Come dite? Sono zuppe, brodaglie, non c’è bevibilità? Ma l’avete mai assaggiate le interpretazioni di Crak, Vento Forte, MC77? Ma che ne potete sapere voi, fermi alle birrette senza carattere!

V – Ma che discorsi sono? Che poi diciamoci la verità, voi vi vergognate a bere Baladin ma vi siete persi le caleidoscopiche spezie della Nora, la secchezza della Elixir, per non parlare della Brune o della Niña sorseggiate direttamente al pub di Piozzo. Oggi vi fate asfaltare da quei carri armati neri che sparano colpi speciali da finta pasticceria e non avete provato la semplice felicità che procurava una buona BK dell’Olmaia servita a pompa, la Motor Oil di Beba, la Porter Wagoner di White Dog.

N – Ma quale birre Disneyland! Siete fissati! Rimanete perplessi per un’imperial stout appena osa uscire un po’ dal seminato del vostro piccolo cortile; lo capite che ci vuole corpo, decisione? Prendiamo Brasseria Della Fonte con le varie pastry sperimentali, i passaggi in botte, i suoi lavori su Barley Wine e Imperial Stout stanno alzando l’asticella in Italia: potete negarlo? La valorizzazione dell’adjunct, quella vaniglia e caffè persistenti che fanno schioccare la lingua sotto al palato! Ah, già, ma siamo noi che abbiamo i palati asfaltati, quindi sono birre pensate per un pubblico ben preciso che non capisce. O sarete mica voi che vi siete stancati, vi siete dimenticati che la birra contemporanea è fatta di continui mutamenti, modifiche, passaggi, e perché no, anche birre sorprendenti che possono imitare gelati, merendine e succhi di frutta? 

V – Ohé, giovinastro! Gelati, merendine e succhi di frutta? Ma dove credi di stare, al minimarket di quartiere, quello dietro la sede della Circoscrizione Comunale? Eh beh, sì: proprio lì pensi di essere, dove poter fare man bassa di ingredienti la qualsiasi e cacciarli da qualche parte tra bollitura, fermentazione o maturazione. Così avete fatto scempio del genere acido: come prendere una Berliner Weisse o una Gose e imbastardirla con valanghe di luppolo ammerigàno, se non con la polpa del più bizzarro frutto del Brasile. Ma le basi, per la miseria, le basi! Capire uno stile significa conoscerlo e apprezzarlo nella sua essenza. 

N – Ma basta con la caccia alle streghe. Vecchi acidi che non siete altro. Noi, l’acidità, la preferiamo nelle sour e per fortuna in Italia non mancano fulgidi interpretazioni: provate una Invernomuto o una Piè Veloce di Ca’ del Brado, per non parlare della sua Carteria, davvero un lavoro da culmine di intenti. E per la frutta, rivolgetevi a Bionoc’: il progetto Asso di Coppe ha in linea delle bombe incredibili, come la Maraska, l’Impombera o l’Albicoppe. Utilizzo del frutto magistrale. Ma sono solo parole sprecate, a volte ci dimentichiamo che a quest’ora sarete già rinchiusi nel vostro pub retrò a rimembrare i tempi andati…