Luppolo tricolore: a che punto è la coltivazione in Italia?
Coltivare luppolo in Italia non è mai stato semplice. Salvo rare eccezioni, in passato i birrifici italiani preferivano valicare le Alpi e reperirlo direttamente in Baviera o nel resto d’Europa, piuttosto che coltivarlo nel Belpaese, dove le condizioni climatiche di molte aree sembravano, a prima vista, scoraggiarne la coltivazione. In realtà qualche sparuto tentativo c’è sempre stato, con risultati non troppo deludenti che hanno successivamente spinto i più audaci homebrewer, gli attuali microbirrifici e i coltivatori moderni a non mollare la presa e a continuare a provarci.

L’esperienza di Mr Hops
Coltivare luppolo è un affare abbastanza delicato. Senza scendere nei dettagli agronomici, per mantenere le caratteristiche varietali il luppolo viene propagato per via vegetativa, ad esempio attraverso i rizomi: fusti sotterranei provvisti di gemme che, prelevati da piante adulte e interrati, possono dare vita a nuove piante.
Una generazione di homebrewer underground (me compreso) più di un decennio fa si era già lanciata in questa avventura coltivando luppolo in giardino o in piccoli appezzamenti. In quegli anni si seguivano istruzioni ed esperienze di qualche pioniere qua e là, tanto che erano celebri i rizomi del signor Pedrini, inviati dopo accordi e scambi di indirizzi sui forum di homebrewing. Ora per fortuna non è più così e ci sono alcuni produttori come Mr Hops che fin dal 2014 vendono piante direttamente a chi vuole avviare una coltivazione, sia appassionato sia professionista.
«La produzione e la vendita di piante in contenitore, con la riproduzione in vitro da noi scelta — spiega il titolare Enrico Carlon — si scontrano ancora oggi in Europa con l’utilizzo di rizomi a basso costo trapiantati in campo, con tutte le problematiche sanitarie e l’altissima mortalità che ne conseguono. Ci sono dei bei progetti di coltivazione in corso, e i veri birrifici agricoli sono quelli che con più coraggio e in maggior numero si affacciano alla coltivazione, anche su piccole superfici.
Sono al massimo una ventina le varietà che si adattano molto bene ai diversi suoli e climi delle varie zone d’Italia, come le inusuali varietà Triple Pearl, Alpharoma, Newport, Tahoma e Triumph, che vanno alla grande e che accompagnano i classici Cascade, Chinook, Comet, Vanguard, Brewer’s Gold, Magnum, Yeoman, Olympic, Density e Columbus.
La nostra penisola non è paragonabile alla Yakima Valley, alla zona dell’Hallertau o ad altre zone di produzione intensiva d’Europa e degli Stati Uniti. Tuttavia, in questi anni abbiamo potuto accertare che la maggior parte delle selezioni americane non solo si adatta bene, ma risulta anche molto produttiva, se ovviamente ben seguita da un agronomo competente. Comet, ad esempio, se coltivato in zone calde, aumenta notevolmente il suo sentore di pompelmo, a differenza di quello coltivato in Germania, che sa per lo più di frutti rossi. Questo vale anche per altre tipologie. Per cui, contrariamente a quanti pensano che vendiamo solo piantine di luppolo agli homebrewer, possiamo affermare di essere stati i fornitori di circa il 90% dei luppoleti attualmente presenti in Italia».

Piccoli luppoleti crescono
Negli ultimi anni si è assistito a un moltiplicarsi di piccoli produttori di luppolo, localizzati in aree montane o pedemontane, da nord a sud. Alcuni luppoleti avviati nel tempo hanno avuto vita breve o una produzione discontinua, sufficiente a sfamare i fermentatori dei birrifici dei proprietari o degli amici: citiamo I vizi del luppolo a Cori (LT), Luppoleto Agrilab a Campagnano di Roma (RM), Aimara River Hops a Subiaco (RM), Matesa’s Hop Farm a Francavilla in Sinni (PZ), Scola Azienda Agricola a Castelbianco (SV), Lup Farm a Piombino Dese (PD) e chissà quanti altri.
Qualche volta la gestione del rampicante dai profumati coni è andata anche oltre le aspettative, come nel caso di The Green King, azienda conosciuta qualche anno fa anche come Luppolo Fabriano. «Abbiamo avviato il luppoleto nel 2018 — precisa Andrea Cantori — partendo da un ettaro e incrementando ogni anno la produzione e l’estensione della coltivazione di luppolo. Nella zona appenninica delle Marche abbiamo notato che sono soprattutto varietà come Columbus, Magnum e Cascade quelle ad ambientarsi meglio a un clima con forte escursione termica e sbalzi tra le stagioni.
Quello su cui abbiamo puntato fin da subito è il processo di essiccazione e confezionamento, coprendo interamente la filiera dalla coltivazione alla vendita diretta e fornendo a homebrewer e birrifici i classici pacchetti di luppolo sottovuoto. Se da un lato abbiamo compiuto molti sforzi per venire incontro alle richieste del mercato, dall’altro ci accorgiamo che proprio i birrifici artigianali, anche quelli più piccoli e perfino i più vicini, fanno fatica a prestare attenzione al luppolo locale, nonostante le condizioni vantaggiose rispetto alla distribuzione su più larga scala».
In effetti è quello che si sta verificando. Gli anni passano, il comparto craft si consolida, ma a questo consolidamento non corrisponde un dialogo fitto tra birrifici e luppoleti per la fornitura diretta dei pellet. Le eccezioni riguardano soprattutto il periodo di raccolta del luppolo fresco, qualche sporadica iniziativa individuale o la produzione di birre collaborative.
I motivi di questa diffidenza potrebbero risiedere nell’ancora giovane età dei luppoleti, nelle difficoltà di accesso alle varietà più moderne protette da diritti e nei limiti alla sperimentazione di nuove selezioni. Altri limiti potrebbero essere l’incostanza dei raccolti e la variabilità delle caratteristiche di una stessa varietà da zona a zona rispetto a una certa standardizzazione attuata dai grandi produttori internazionali, capaci di dare regolarità a raccolti, scelte e lotti. Ma forse c’è anche una diffidenza di fondo piuttosto radicata.

Luppolo e ricerca: il percorso di Italian Hops Company
Il fenomeno delle Harvest IPA, invece, è curioso: nel periodo di raccolta, che in Italia cade solitamente tra agosto e fine settembre, la volontà di produrre con luppolo italiano viene solleticata dalla possibilità di inserirlo fresco, quindi non essiccato, in whirlpool o in dry hopping e di tirare fuori qualcosa di stagionale, fresco e invitante dal punto di vista organolettico. Non mancano, però, incognite e problematiche sulla shelf life e sulla necessità di consumare rapidamente la birra, a rischio di decadimenti organolettici nei mesi a venire.
A incentivare questa tendenza è sicuramente Italian Hops Company, forse il produttore di luppolo che più riesce ad arrivare nelle celle frigo dei birrifici artigianali. Tutto parte da Marano sul Panaro, località storica per il luppolo italiano, dove viene organizzata annualmente la Festa del Luppolo Autoctono. La Provincia di Modena fa risalire al 1876 la prima coltivazione locale documentata, nella tenuta del marchese Montecuccoli.
La realtà emiliana, per voce di Francesco Catellani, parla così delle proprie attività in luppoleto, dove sono state anche riprese alcune varietà spontanee locali: «Nel nostro campo sperimentale sono oggi coltivate circa 80 varietà selvatiche italiane selezionate, oltre a diverse varietà straniere (americane, britanniche, polacche e tedesche). Anche le varietà selvatiche sono state analizzate e confrontate con quelle commerciali, riscontrando risultati positivi e molto incoraggianti.
Nel 2014, grazie all’esperienza e alle conoscenze maturate nel campo sperimentale, è stata avviata la prima parcella di produzione da 3 ettari, estesa negli anni fino ai 7,5 attuali. Ma già nel 2018 sono stati piantumati altri 3,5 ettari, riuscendo così a coprire molte delle varietà commerciali americane, tedesche e inglesi, oltre che le nostre varietà italiane: Mòdna, Æmilia e Futura.
Nei primi anni di sperimentazione su coltivazioni estese sono stati valutati più approfonditamente la resa e il profilo aromatico e chimico delle varietà inizialmente testate, riuscendo a identificare quelle più adatte al nostro territorio. Abbiamo anche realizzato una serra indoor di 25 m² allo scopo di velocizzare le attività di breeding e raggiungere il terzo step del progetto di ricerca: incrociare le prime genetiche autoctone per ottenere strain nuovi.
Ultimamente abbiamo una nuova sede di lavorazione, un luogo progettato ad hoc per ospitare e rendere il più efficienti possibili i passaggi di raccolta, separazione dei coni, essiccazione, pellettizzazione e refrigerazione, veri nodi cruciali per la qualità finale. Abbiamo l’obiettivo di raggiungere una superficie di 20 ettari di luppolo coltivati per una produzione complessiva di 30-35 tonnellate di luppolo secco a stagione. Si tratta di un progetto ambizioso che si inserisce nella grande crescita, culturale ed economica, che il movimento birrario sta determinando in Italia e che, se adeguatamente supportato dalle istituzioni locali, potrà dare grandi frutti».
Il lavoro di Italian Hops Company è stato visto di buon occhio anche dal mondo della birra industriale italiana: dal 2018 Poretti collabora con l’azienda per la fornitura di luppolo Cascade italiano, utilizzato nella 4 Luppoli. Italian Hops Company rappresenta così quasi un unicum, in grado sia di dialogare con i piccoli produttori sia di essere attrattiva nei confronti dei colossi della birra italiana.

Fare rete per costruire una filiera italiana
Sono ormai diversi i consorzi e le reti di imprese che, unendo le forze, cercano di superare le difficoltà legate alle dimensioni ridotte delle coltivazioni e di interagire più agevolmente con i birrifici artigianali in Italia. Sono attive realtà come il progetto Luppolo.it e l’Associazione Luppolo Italiano, mentre qualche altra è in fase embrionale, da nord a sud, dalla Lombardia alla Sicilia.
Uno dei progetti che sta crescendo in questo settore è Luppolo Made in Italy, unione di piccole imprese nel campo della coltivazione del luppolo, che punta sull’Umbria come luogo ideale per passare dagli iniziali 3,5 ettari ai 100 ettari previsti come obiettivo a lungo termine e creare così l’ossatura per una birra che possa definirsi più italiana alla luce anche di questo ingrediente.
«La birra che si propone come italiana deve essere prodotta al 100% con materie prime italiane — afferma il presidente Stefano Fancelli — non solo con il malto d’orzo, ma anche con il luppolo italiano. È un’opportunità unica di fare crescere il valore della birra come eccellenza del Made in Italy agroalimentare. Abbiamo completato l’intera supply chain del prodotto, dalla raccolta al T90, fino ai metaprodotti di nuova generazione. La crescita della filiera del luppolo sarà trainata dal sostegno delle risorse di promozione europee e regionali dedicate all’agricoltura».

Dai luppoleti dei birrifici alle Harvest Ale
Molti birrifici hanno impiantato un proprio luppoleto su qualche centinaio di metri quadrati, un po’ per gioco e un po’ per seguire da più vicino le evoluzioni della coltivazione. Così nascono e si diffondono le Harvest Ale, a cui Unionbirrai dedica anche un concorso, organizzato dopo la raccolta.
Ci sono birrifici che fanno più sul serio, come Baladin e pochi altri, che hanno propri luppoleti di estensione significativa, con tanto di macchinari per gestire in autonomia raccolta ed essiccazione. Lo scenario è ancora abbastanza magmatico, ma sicuramente la situazione è meno confusa degli anni passati e finalmente si è compreso che, con le opportune conoscenze e la scelta dei territori migliori, si può coltivare e lavorare luppolo di qualità anche in Italia.



