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Le birre belghe con una storia di fantasia

Molti birrifici hanno una bella storia da raccontare sulle loro birre. A volte tutto nasce da un episodio, da una data, da un ingrediente, da una ricetta e dalla sua origine, e poco importa se la verità a volte è alquanto lontana. L’importante è che la storia sia buona. C’è da dire che i birrai belgi in alcuni casi hanno elevato a forma d’arte il racconto della propria birra.

Penso al birrificio Achouffe, ad esempio, che alimenta la leggenda di una birra prodotta dagli gnomi. Altri esempi interessanti includono Stella Artois, che cita l’anno 1366 come anno di nascita, mentre il primo lotto è stato prodotto solo nel 1926. Oppure Leffe che riporta l’anno 1240 in etichetta, mentre le birre come le conosciamo ora iniziano ad essere prodotte solo nel 1952. Altri esempi? Boelens ha creato Waase Wolf nel 2001, perché alcune persone ritenevano che un lupo fosse responsabile dell’uccisione e della mutilazione delle pecore nella zona in quell’anno. Abbiamo dovuto aspettare fino al 2018 prima che un vero lupo fosse avvistato in Belgio.

Caves si definisce come la birra di Lier, ma viene prodotta da decenni a Vichte. La famiglia Maes rilevò la De Halve Maan nel 1856 e tutti i birrai al tempo si chiamavano Hendrik. Si dice che quando le persone ordinavano la loro birra speciale, chiedessero: “De straffe, Hendrik” (“Una forte, Hendrik”). Da qui il nome della birra. Tuttavia, la prima Straffe Hendrik è stata creata solo nel 1981 come birra per onorare Saint-Arnold, il patrono dei birrai di Bruges. Il nome deriva dal fatto che tutti gli Hendrik erano personalità forti, e il nome è nato solo dopo che la birra è stata prodotta, non prima come narra la storiella.

Mort Subite in francese significa “morte rapida”. Si dice che il nome risalga agli anni ’20, nato in un pub di Bruxelles dove si giocava a un particolare gioco di dadi. Per assicurare che tutti i partecipanti tornassero al lavoro in orario, un uomo astuto inventò una nuova regola, che determinava il vincitore nell’ultimo tiro: o vita o morte, ovvero à la mort subite. Un’altra versione della storia dice che i giocatori erano principalmente proprietari di negozi della zona circostante, e quando uno vedeva un cliente entrare nel proprio negozio aveva l’interesse che il gioco finisse rapidamente. Ad ogni modo, quella versione del gioco prese piede e il proprietario del pub pensò bene di chiamare il suo locale così e la birra servita Mort Subite.

Van Den Bossche ha una birra chiamata Buffalo dal 1907. La storia dietro questa birra narra che un giorno nel 1907 un circo piantò le sue tende a Sint-Lievens-Esse. Come tutti gli altri abitanti del paese, anche i birrai volevano andare a vedere lo spettacolo allestito nella piazza. Così anche l’addetto alla produzione del mosto andò a vedere lo spettacolo, facendo così bollire il mosto per un tempo più lungo del solito. Il risultato fu una birra più forte e più scura del previsto. In origine la storia riportava che il circo fosse in realtà il Wild West Show di Buffalo Bill, ma questa non è davvero credibile, visto che BB ha girato il Belgio solo una volta, e correva l’anno 1906. Inoltre, il villaggio non aveva molti abitanti (circa 2000) e questo avrebbe reso poco allettante per un grande spettacolo come quello esibirsi.

Tra i grandi artefici di storie “sospette” troviamo Bosteels, ora parte dell’impero AB InBev. Durante le celebrazioni di Rubens nel 1977, 400 anni dopo la nascita del famoso pittore, la divisione Artois/Lootvoet realizzò una birra speciale chiamata Rubensbier. Wielemans rispose con La bière du Maitre, e Bosteels, di fronte al calo delle vendite dei suoi marchi Bost Ale e Salamander, cercò di conquistare un posto nel mercato della birra speciale producendo la Pauwel, utilizzando il secondo nome del famoso pittore. Ma Hugo Bosteels trovo difficoltà a vendere questa birra, così la storia si concluse alla fine di quell’anno. Hugo in seguito recuperò però il nome accostandolo allo stile “Kwak”. L’ispirazione gli venne dall’incisione di Eugene Loose del 1839 (che potete trovare su internet) “Faro régale ses amis à l’occasion de la paix – Faro houdt feset ter gelegenheid van den vrede”. Tutti i personaggi nel quadro sono chiamati con il nome di birre: Pauwel Kwak, Luppe Diesters, Sussen Lambiek, Janneken Kavesse, etc., tutte personalizzazioni di stili in voga in quel momento. In quell’incisione Pauwel Kwak è legato alla città di Dendermonde/Termonde. Purtroppo ci sono poche informazioni disponibili sullo stile Kwak. Viene citato in alcuni dizionari del 18° secolo come “tipo di birra di Termonde”. Ma il capolavoro di George Lacambre “Traité complet de la fabrication des bières” del 1851 (disponibile anche su books.google) non menziona la tipologia Kwak. Quindi già alla metà del XIX secolo questo stile doveva aver perso notorietà. Tuttavia, per Bosteels che possiede la litografia, esisteva un legame storico e così nacque una nuova birra. Hugo Bosteels girò molto Bruxelles per vendere la sua birra Pauwel visitando regolarmente l’Auberge du Chevalier, tra i primi locali a servire una gamma di birre variegata che venivano servite in bicchieri particolari dalla forma di ampolla allungata posti sul tavolo in un supporto in legno chiamato “Chevalier”. L’effetto di bere birra da un bicchiere del genere era ovviamente che il bevitore non abituato si versava della birra in faccia, per la gioia degli astanti. In passato, bicchieri simili si potevano trovare in molti bar, ma di solito sotto forma di stivali di vetro. Ora, come Hugo Bosteels abbia trasformato la figura inventata di Pauwel Kwak in un cocchiere e il bicchiere “chevalier” in un bicchiere da cocchiere, non è lecito saperlo, ma probabilmente è nato tutto dalla sua fervida creatività. Anche se potrebbe esserci un fondamento storico in tutto questo. In effetti, di recente ho trovato un articolo del 1967 di Joseph Philippe, direttore del museo di Namur e specialista del vetro, che scrive che i bicchieri da cocchiere sono stati popolari nel Regno Unito in un certo momento storico. Ma non sono riuscito a trovare nessuna foto su internet. Grazie a Tim Webb ho ricevuto informazioni su alcuni bicchieri da cocchiere del Regno Unito provenienti da una casa d’aste, e che confermerebbero l’esistenza di questi particolari formati prodotti per la prima volta negli ultimi decenni del diciottesimo secolo. Come suggerisce il nome, venivano utilizzati nelle locande di sosta per carrozze che erano situate a intervalli regolari lungo le strade principali, ed erano pensati in particolare per le diligenze che dovevano cambiare i cavalli e ristorare i passeggeri in tempi veloci. A quel tempo questa procedura veniva espletata rapidamente, impiegando dai tre ai cinque minuti dall’arrivo. Con tempi di sosta così brevi diventava sempre più difficile per i passeggeri usufruire dei rinfreschi offerti. Quindi i locandieri, non volendo perdere questo prezioso momento di incasso, pensarono bene di servire le bevande direttamente alla carrozza. I bicchieri da cocchiere venivano portati ai passeggeri su un grande vassoio appositamente studiato. I bicchieri venivano così consegnati ai passeggeri che desideravano farsi una bevuta. I passeggeri che volevano da bere prendevano il bicchiere e lo tenevano fermo mentre veniva riempito da un inserviente. La bevanda era così consumata e il bicchiere vuoto veniva riposto nel vassoio. I bicchieri da cocchiere non potevano essere riposti all’interno della carrozza in quanto erano altamente instabili, ma questo era voluto così da aumentare le probabilità che venissero restituiti una volta svuotati. Creato il bicchiere, Bosteels sentì il bisogno di aggiungere alla storia anche una locanda. Secondo il birrificio, la locanda si chiamava “Il corno” ovvero “De Hoorn” ed esisteva già in epoca napoleonica. Ma dalle mie ricerche non risulta nessuna locanda con quel nome, e anche il birrificio tituba alla richiesta di prove.

Dopo Hugo, anche suo nipote Antoine Bosteels volle ripetere l’operazione inventando la Tripel Karmeliet nel 1996. Leggendo alcuni libri sulla produzione della birra, Antoine notò come molte volte tra gli ingredienti non figurasse solo l’orzo ma anche altri cereali, come farro, grano e avena, talvolta anche il grano saraceno. E così creò una birra forte realizzata con tre cereali, da cui il nome “tripel”. Nel suo caso, i tre cereali erano orzo, grano e avena. Il nome Karmeliet è stato aggiunto solo più tardi, dopo la creazione vera e propria della birra ai tre cereali, legando la storia a quella dei Carmelitani di Dendermonde/Termonde, che producevano una birra ai tre cereali nel XVII secolo. Tuttavia, Roel Mulder (lostbeers.com) ha trovato la ricetta carmelitana originale dove venivano usati tre cereali, ma erano orzo, grano e farro, e non avena. Inoltre la ricetta non prevedeva spezie, ma ora ci sono (è un segreto ma prima si parlava di coriandolo, scorza d’arancia e pepe bianco). Quindi Antoine ha utilizzato una certa licenza poetica riguardo la sua ricetta. Anche per questa birra si pensò ad uno speciale bicchiere, elegantemente decorato con un giglio francese stilizzato. Si dice che derivi dallo stemma dell’abbazia carmelitana di Termonde, esposto sia sulla bottiglia che sul bicchiere. Si compone di tre stelle e un giglio. Le tre stelle sono la vera base per qualsiasi stemma carmelitano, ma è impossibile verificare se l’abbazia avesse davvero questo stemma con un giglio, poiché non si trovano prove a testimonianza.

Che ti piacciano le birre menzionate o meno, non è così importante, perché bisogna riconoscere la bravura nell’aver saputo inventare storie così originali e di successo. E del resto una birra ci rimane molto più impressa se riesce a nutrire anche la nostra mente con racconti avvincenti.