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Come sono cambiati gli eventi birrari in Italia

In principio era Pasturana. Non solo perché Artebirra, la gloriosa manifestazione che irriga di produzioni artigianali italiane le colline novesi fin dal 2003, ha un’indubbia priorità cronologica su pressoché tutti gli eventi birrari nazionali, ma anche perché la sua identità, fortunatamente ancora inalterata dopo tre lustri, è la perfetta immagine di ciò che era un evento birrario nei tempi pionieristici che non torneranno più. Naturalmente il festival, che era la naturale filiazione della realtà artigianale dell’epoca, plasmava anche i partecipanti, che si davano appuntamento di anno in anno o, più spesso, non avevano nemmeno bisogno di accordarsi (WhatsApp e Facebook erano di là da venire) perché sapevano che in quel weekend di metà giugno nell’alessandrino avrebbero trovato tutti gli altri grandi appassionati quantomeno del nord Italia.

Come appariva, nei primordi, un evento dedicato alla birra artigianale italiana? Una via di mezzo tra una sagra paesana e un raduno di amatori sconfinanti nel nerdismo basato su pochi ed essenziali ingredienti: una dozzina di birrifici, prevalentemente del nord, una location agreste, alla buona e sufficientemente lontana dalle abitazioni per evitare lamentele dai residenti, un servizio di cucina ruspante ed essenziale, la possibilità di pernottare a costo zero e senza rischi per la patente piantando una tenda nel campo da calcio, i laboratori-fiume di Kuaska, in cui si assaggiavano assieme agli artefici sempre più birre di quelle inizialmente programmate e, last but not least, l’indispensabile aiuto di un’associazione locale (nel caso di Pasturana: la Confraternita della Grande Schiuma) che forniva lavoro volontario per la cucina, la spillatura e la pulizia. Tutto ciò esiste e resiste ancora, ma probabilmente coloro che si sono appassionati alle birre in anni più recenti sorrideranno al pensiero che ogni anno si cercasse di sapere il prima possibile la data di Artebirra per organizzare eventuali altri impegni in modo da non perdere l’appuntamento, o magari penseranno che chi scrive stia semplicemente esagerando. Posso assicurare che era esattamente così. Cos’è cambiato così radicalmente in questi lunghi e tumultuosi quindici anni? In primo luogo, l’esplosione del movimento artigianale nazionale ha portato sempre più persone ad avvicinarsi al mondo craft e, di conseguenza, a una crescita esponenziale dell’offerta di occasioni per metterne in vetrina i prodotti, al punto che oggi siamo arrivati al punto di saturazione o probabilmente l’abbiamo anche già superato: il calendario è talmente fitto di festival, microfestival ed eventi a tema che se un appassionato volesse seguirli tutti dovrebbe prendersi un anno sabbatico dalle proprie occupazioni. Il risvolto più prosaico di questo surplus di appuntamenti è che può bastare una sovrapposizione di date, un’ondata di maltempo (in caso di eventi all’aperto) o una anche lieve defaillance nella comunicazione per determinare il flop economico di un festival.

Oltre alla crescita numerica di appassionati ed eventi, che, parafrasando una cinica massima del mondo del lavoro, ha reso tutti i festival utili e piacevoli ma nessuno indispensabile, l’esplosione dei social network ha creato una tipologia di consenso molto liquida e dispiegata ad ondate di tendenza. Ciò non riguarda solo le recensioni e i commenti negativi in tempo reale, che possono dissuadere altri potenziali partecipanti e in tal modo azzoppare o ammazzare un evento, ma anche la focalizzazione dell’interesse dei più accaniti beer geek su uno stile birrario piuttosto che su un altro. In altre parole, se cinque o sei anni fa un evento dedicato alle Black IPA o Cascadian Dark Ale che dir si voglia avrebbe mosso gli appassionati più sensibili al fascino di ciò che è trendy, oggi rimarrebbe probabilmente deserto, così come se l’edizione italiana dello Zythos Beer Festival belga fosse stata organizzata nei primi anni Duemila sarebbe probabilmente diventata un grande classico al pari del Villaggio della Birra: arrivato invece nel secondo decennio del Terzo Millennio, lo ZBF in salsa trevigiana si è arenato nel 2015 e non è più stato riproposto perché, purtroppo, il Belgio e le sue birre (Lambic escluso) oggi non sono più al centro dell’attenzione degli appassionati di casa nostra e lo testimonia lo stesso Villaggio di Buonconvento, che negli anni ha dato sempre più spazio ai birrifici italiani e ad ospiti provenienti da altre nazioni. Lo stesso discorso, a rovescio, può essere fatto per un’occasione da anni in cima all’agenda degli amatori più esigenti come l’Arrogant Sour Festival: senza il paziente e continuo lavoro di formazione sulle caratteristiche organolettiche e degustative delle birre acide compiuto da divulgatori e publican negli ultimi due decenni, un evento del genere raccoglierebbe probabilmente ben pochi partecipanti e dubito che il successo che ottiene in Italia potrebbe essere replicato in Paesi come la Gran Bretagna o la Germania, dove si beve molta più birra ma non c’è stato, se non in tempi recentissimi, un interesse per le fermentazioni spontanee e miste paragonabile a quello coltivato con tanta pazienza e tenacia nel nostro Paese. Come sono cresciuti quindi gli eventi birrari e in quale direzione stanno andando? La dinamica iniziale, come è ovvio e naturale che fosse, è stata schiettamente quantitativa: i primi grandi eventi come l’IBF milanese si facevano giustamente vanto di offrire ogni anno più birrifici e birre presenti, ma l’ampliamento numerico arriva fatalmente ad un punto di non ritorno quando l’eccessivo numero di partecipanti non garantisce un adeguato “cassetto” a tutti. Oggi infatti i produttori di già solida fama pongono come espressa condizione agli organizzatori degli eventi la presenza di un numero limitato di birrifici. La vastità dell’offerta è in un certo senso data per scontata (chi farebbe più centinaia di chilometri per un evento con solo una decina di birrifici presenti, come avveniva nei tempi pionieristici?) e la causa di ciò è ancora una volta da ricercare nella moltiplicazione di produttori ed occasioni di incontri avvenuta nell’ultimo lustro. Ma per altri versi un’offerta sterminata può essere addirittura vista come un ostacolo alla possibilità di assaggiare un numero di birre sufficiente a far comprendere l’identità e l’anima dell’occasione a cui si sta partecipando.

In effetti ciò che premia maggiormente un evento ai nostri giorni è proprio la sua identità, che dev’essere il più possibile forte e riconoscibile ma può derivare da fattori molto diversi tra loro. Ad esempio si può puntare sulla focalizzazione di uno stile o di una tipologia birraria ben precise: oltre al già citato Arrogant Sour pensiamo al successo che non ha mai smesso di arridere al Pils Pride, anche negli infausti anni in cui le basse fermentazioni erano follemente considerate fuori moda, o, ancora, al recente boom del Frankenbier Festival. Altro aspetto centrale è la credibilità e la fama di chi garantisce la selezione: se EurHop è diventato il festival più importante in Italia, la garanzia evocata dal nome di Manuele Colonna non ha avuto sicuramente un ruolo secondario. Un movente che può caricare a molla è l’organizzazione di un evento da parte di un produttore che ha un posto importante nel cuore degli appassionati più desiderosi di essere sempre sul pezzo: le code chilometriche al Mikkeller Beer Celebration Copenaghen, la polverizzazione istantanea, dovuta in gran parte ai geek d’oltreoceano, dei biglietti per la Quintessence di Cantillon, che ancora nel 2007 accoglieva solo famiglie belghe e qualche sparuto italiano, l’eco suscitato dal Tripel Pride di Extraomnes, manifestazione dedicata a uno stile non certo di moda, il pienone che contraddistingue ogni evento organizzato in birrificio da Hammer. In misura diversa sono tutte certificazioni che il produttore che lo organizza è entrato nel gotha di coloro che godono dell’apprezzamento e dell’ammirazione delle comunità birrarie più attive sul web. Altro aspetto vincente è sicuramente quello di essere al posto giusto al momento giusto: se è vero che gli eventi nelle grandi città stanno un po’ fagocitando l’attenzione che in passato veniva concessa più facilmente a occasioni organizzate in location più periferiche, va detto che anche un piccolo evento con un’intelligente selezione di spine e organizzato in un luogo e momento dell’anno strategici può suscitare interesse e dare soddisfazioni, com’è accaduto ad esempio al Varazze Beer Festival, organizzato in riva al mare a maggio. Ovviamente un evento, come un pub o un birrificio, non può pensare di avere successo solo con la presenza dei geek, che sono una quota nettamente minoritaria degli interessati alla birra artigianale e di qualità, quindi il bravo organizzatore dovrà pensare anche a tutto ciò che serve a far stare a proprio agio il pubblico più generalista. È essenziale, a questo proposito, curare a dovere la parte didattica: laboratori, una mini brochure che illustri brevemente le birre presenti, una segnaletica efficace e un’accurata selezione delle persone che, dietro le spine, andranno a raccontare e proporre i prodotti ai clienti. Non c’è nulla di peggio, per un partecipante occasionale o un aspirante appassionato, che ricevere l’impressione di trovarsi catapultato in una comunità chiusa, che non vuole includerlo, né interagire in alcun modo con lui o addirittura accoglie con fastidio o sarcasmo le sue legittime curiosità.

Come già accennato, inoltre, sono irrimediabilmente passati i tempi dei pionieri duri e puri che temevano per la sopravvivenza dei pochi eventi allora esistenti e scrollavano le spalle se il bicchiere non era di foggia ottimale per la degustazione, il cibo era così così, l’intrattenimento musicale fuori tema o addirittura un po’ molesto. Oggi il publican/birraio/organizzatore di turno sa che vive circondato da migliaia di critici enogastronomici diplomati all’accademia di Tripadvisor e quindi la cura per ogni singolo dettaglio va moltiplicata, con inevitabile dispendio di energie e risorse. Se il tema musica dal vivo è sempre stato aspramente dibattuto all’interno della comunità dei frequentatori dei festival e, in generale, si può dire che interessi e piaccia molto più al pubblico generalista che partecipa all’evento per divertirsi che a coloro i quali sono interessati a degustare con attenzione le birre presenti, il versante gastronomico è inevitabilmente destinato ad assorbire sempre maggiori cure e investimenti da parte degli organizzatori, sia perché in Italia l’attenzione alla buona cucina è maggiore che in altre nazioni, sia perché è effettivamente un controsenso che in un’occasione dedicata a birre di qualità e che quindi richiama un buon numero di palati allenati ed esigenti il versante “solido” sia ridotto a cibo da fast food. La proposta può essere anche semplice e basata su materie prime “povere”, ciò che fa la differenza è la qualità delle stesse e della preparazione, che inducono il partecipante a pensare che anche l’aspetto culinario sia stato adeguatamente pensato. L’ultima tendenza proveniente dal nord Europa, a questo proposito, è quella di affiancare una selezione di caffè cold brew a quella birraria, una sciccheria che risulta particolarmente gradita ai beer geek sia perché le stesse persone si sono non di rado, nel frattempo, anche appassionate ai caffè monorigine e di qualità, sia per il salutare effetto corroborante della caffeina che va a contrastare quello sedativo dell’alcol.