Ti sarà inviata una password tramite email.

A caccia di birre in Canton Ticino

luganoAddio Lugano bella, o dolce terra pia… addio bianche di neve montagne ticinesi: così cantavano gli anarchici in fuga dal Ticino nel XIX secolo, ma oggi naturalmente simili versi hanno un sapore diverso e, a ben vedere e in tutt’altro senso, saperi e sapori sono ottime ragioni proprio per andarci nel Canton Ticino, scegliendo magari come bussola del viaggio la birra artigianale che qui è nuovamente di casa. Dopo anni di grigiore infatti è in corso una spumeggiante rinascita di produttori indipendenti, animati da buone idee e buone birre, da scoprire seduti al tavolo di un bistrot o direttamente in compagnia del birraio. Ho scelto di accompagnarvi in questo percorso birrario per due ragioni: la prima perchè per lavoro e famiglia sono legato da anni a questo Cantone della “Svizzera Verde”; la seconda perchè la produzione artigianale di birra locale è quasi completamente sconosciuta nel Bel Paese, ed è un peccato poichè tra stili classici e qualche volo ardito c’è davvero di che divertirsi.

Iniziamo da Lugano. Città giovane, anche grazie all’ottima Università (età media dei docenti: 37 anni!) e curata, con un piccolo centro storico mitteleuropeo e tutta proiettata verso il suo lago. Unico neo, almeno il più evidente, è lo scarso amore per arte e vestigia storiche. Come si dice qui: meglio un bel parcheggio di un vecchio castello: mah, Paese che vai usanze che trovi. Nonostante ciò, in città si trova una delle più prestigiose facoltà di tecniche di Restauro e Conservazione di Beni Culturali (il SUPSI). Ripeto, mah!

officinaPassando al lato birrario in Canton Ticino i birrifici artigianali degni di nota non sono molti, ma alcuni meritano veramente di essere raccontati per la loro qualità ed originalità. C’è da dire che quasi tutta la produzione di maggior rilievo si articola proprio nei dintorni di Lugano, ergo anche in chiave turistica è facile gestire un itinerario. Partiamo dall’Officina della Birra di Bioggio, piccolo centro a pochi chilometri dal capoluogo. Qui si realizzano buone birre fin dal 1999 ed oggi sono disponibili ben dodici etichette, tra cui spiccano una Belgian Strong Ale da otto gradi alcolici, chiamata Biplano e disponibile anche in una versione ambrata “light”, la Lisbeth, un’interessante APA sui 7,5 gradi, la Luna di Miele, una birra speziata e vegetale con note di miele, canditi e bocca appena fruttata e luppolata, con lieve acidità percepibile. Da provare anche la Stout di casa, la Occhio di Falco: 4,6° di alcol, classico colore nero quasi impenetrabile e note tostate e di liquirizia al naso, un poco addolcite in bocca da un gradevole senso di “cioccolatoso”. Altra nota di merito, almeno in occasione del mio ultimo assaggio, per la Strong Ale di stampo britannico Oro e Incenso,cche con i sui 6,4° si presenta fruttata e di buon corpo, malti in evidenza e una discreta luppolatura in bocca. Chiudo la carrellata delle mie preferite con la Punkale, una Strong Amber Ale robusta, corposa e caramellata, birra da 8° alcolici, decisamente invernale e adatta ai tradizionali piatti di cacciagione della zona.

san martinoNel borgo di Bioggio c’è poco da vedere e così passo subito alla seconda tappa del viaggio. Siamo a Stabio, anche in questo caso un piccolo centro a sud del lago di Lugano, dove sorge forse il più rappresentativo esempio di birrificio artigianale della regione. Sto parlando dell’arcinoto (per beer lover e addetti ai lavori ovviamente) Birrificio Ticinese. Una produzione nata nel 2010 dalla fusione tra il Birrifico di Apricale e la Birraria di Mendrisio. Dal progetto hanno origine alcuni marchi di tutto rispetto, se non di eccellenza come Birra San Martino e soprattutto Bad Attitude, guidato fino allo scorso anno da Lorenzo Bottone, birraio italiano conosciuto anche per l’esperienza al Piccolo Birrificio di Apricale (Liguria). Partiamo dal brand San Martino. Tre linee di prodotto, una più semplice e, per così dire, commerciale chiamata “Le classiche”, che comprende una Lager (La Helles), La Rossa, una Amber da 6,7° e una Weizen. Tutte corrette, precise e gradevoli, senza eccessi né grande identità, come coerenza vuole. La seconda linea prende il nome di “Premium” e comprende due etichette. La Ville, una Belgian Pale Ale sui 5° alcolici, dal colore giallo intenso e il naso floreale a richiamare il luppolo; bocca equilibrata e leggera senza cadere nel watery. Abbinamento consigliato: insalata di mare, piatti a base di verdure, anche crude, formaggi freschi. L’altra etichetta, la Saison, è organica allo stile belga di cui porta il nome. Sei gradi alcolici, spezie ed agrumi aggiunti in produzione, colore paglierino, schiuma abbondante e naso avvolgente. Buon bilanciamento in bocca senza strafare. La “Linea Special” propone invece birre a km0, prodotte con almeno un ingrediente locale. E’ il caso della Gold, una Bock con aggiunta del miele di Mendrisio, 5,6° la percentuale di alcol per questo esempio di “light honey beer”, nel senso che unisce rotondità e dolcezza ad una beva leggera. Bella prova anche per la stagionale Ego, birra spumante con aggiunta di mosto d’uva non fermentato delle locali cantine vitivinicole, 7,6° e una piacevole effervescenza. L’amarezza dei luppoli è ben integrata alla dolcezza dell’uva e la rende ideale per “sgrassare” formaggi stagionati e, perché no, qualche erborinato. Da provare.

twopenny-bad attitude Ma passiamo adesso al marchio sicuramente più celebre di zona: Bad Attitude. Grande comunicazione, grande marketing (basti pensare al progetto “Storie liquide”), approccio informale se non “maledetto” e baudelaireiano, ma sempre accompagnato da un’alta qualità del prodotto. Unito anche a scelte intelligenti, come la riduzione del vetro per realizzare le bottiglie ad esempio. Si parte con la Bootlegger California Common, chiara, con coriandolo e zucchero di canna, una piccola quantità di frumento unita all’orzo e luppoli aromatici. Alcol integrato molto bene nonostante i 7°, beva leggera e rinfrescante. Sempre buona anche la Hobo, IPA da 5,9° alcolici, facile e complessa al contempo, prodotta con aggiunta di segale e luppoli americani e neozelandesi. Buonissima la Two Penny, porter da 8,15° calda, articolata, di grande persistenza eppure non pesante, di ottima bevibilità. Note di spezie, caramello, tostato e balsamico. Perfetta con i dolci al cioccolato, ma anche con formaggi stagionati o carni a dominante dolce, non troppo salsate. Assolutamente da provare anche la Hipster, una birra dallo stile difficile da definire (ma è poi sempre così importante?) prodotta con ingredienti provenienti da agricoltura biologica e aggiunta di spezie. Si prosegue con la Rudolph, un ottimo esempio di winter wormer da 8,3° alcolici prodotta con aggiunta di ginepro, zenzero e cannella a partire da malti e luppoli inglesi. Chiudono la gamma due etichette confezionate in lattina, ma non per questo di minor qualità: la Dude e la Kurt.

ticino rekkingSpostiamoci adesso in montagna, per visitare l’ultimo birrificio del nostro viaggio. Siamo a Faido, centro della bellissima Valle Leventina, nel massiccio del San Gottardo. Terra di lavoro e guerre, fatica e meraviglie naturali. Qui nasce la Birreria San Gottardo, fortemente radicata nel suo territorio e decisa a portare avanti la bandiera della birra artigianale, seppur con una batteria decisamente limitata di etichette. Qui si produce infatti una sola birra: La Gottardo Premium, lager da 5° alcolici. Gradevole, corretta, lievemente speziata, caratterizzata dall’impiego di acqua della sorgente locale, malti di Bamberga e luppoli della regione di Hallertau.

In realtà non sarebbe finita qui. Potrei parlarvi del progetto di recupero dell’antico stabilimento della Birra Rosian, fondata da Luigi Rosian nel 1852 e venduta a Birra Bellinzona nel 1972. Oggi la proprietà è passata ad Eichhof ma gli eredi da circa due anni si stanno adoperando per riavviare la produzione di birra in chiave artigianale. Staremo a vedere. Quel che conta è che, se mi passate la battuta, in un modo o nell’altro, “gli anarchici” son tornati a Lugano, con buona pace di chi ispirò la celebre “Addio Lugano bella”. Vedete, c’è sempre speranza!

kkk
Articolo tratto da Fermento Birra Magazine n. 7