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Birra e torta alle castagne? Perché no!

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Ricetta ovviamente stagionale e tipica del Piemonte (dove dall’Ottocento in poi le usanze familiari lo han visto servire in special modo a Pasqua e, pur meno solitamente, a Natale), la torta alle castagne ha tuttavia messo radici e prodotto filoni tradizionali in numerosi angoli d’Italia, dove il marrone e le altre varietà consimili hanno avuto e hanno una presenza stabile in svariati territori e un ruolo forte sulle rispettive tavole regionali. Utilizzato in modo assai versatile (consumato in solitaria o per preparare polente, minestre, creme, pasta e puree da condimento anche per carni), il frutto dei boschi è qui primo attore di un dessert nutriente e golosissimo: tra le molteplici ricette esistenti (nel cui novero peraltro non sembra essercene una più autorevole delle altre), abbiamo scelto quella – peraltro classica – che ha come coprotagonista il cioccolato; e per confezionare la quale – come noto alle massaie navigate – occorrono anche zucchero, uova e latte.

Insomma, un bel dna di carboidrati (la spina dorsale: presenti nelle castagne quasi al 50% del peso) e in seconda battuta di grassi, con le proteine a sostegno. La struttura e la densità del morso richiedono una birra di corpo parimenti attrezzato; che abbia effervescenza, acidità o in alternativa alcol per esercitare una provvidenziale funzione di ripulitura del cavo orale dal residuo che i già citati grassi inevitabilmente lasciano. E poi occorre considerare le peculiarità gusto olfattive dei marroni e del cacao, che evidentemente ci portano verso le torrefazioni dei malti scuri (utili anche per apportare l’acidità poc’anzi invocata), con il loro carico di tematiche organolettiche nel cui ventaglio, accanto a caffè, orzo in tazza, liquirizia, frutta secca e caramello brunito, gli stessi toni del cioccolato e della castagna compaiono in modo esplicito.

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Dove andiamo a parare, allora? Un paio (almeno) le direzioni possibili: quella, direttamente coinvolta, delle Chestnut Beers (tra i primi stili precipuamente associati al brassare italiano); e quella dell’area Stout, con tutti i rivoli tipologici che ben conosciamo.

argo aranPartiamo da qui, con due spunti. Il primo, a bassa gradazione (4.5%) ma ugualmente forte densità sensoriale, riguarda la Aran, setosa Dry Stout firmata dagli emiliani di Argo (Lemignano, Parma); il secondo – con il quale facciamo un salto in alto (in senso etilico: si passa a quota 8%), pur non spostandoci molto in termini geografici – si riferisce alla Tenebra, corposa Imperial Stout da 8 gradi, della scuderia Vecchia Orsa (Bologna). Mentre tra le birre alla castagna, citiamo la toscana e perentoria Bastarda Doppia, storica etichetta di Amiata (Arcidosso, Grosseto), il cui tenore alcolico è del 7% in volume; e l’altrettanto rappresentativa Strada San Felice, dei piemontesi di Grado Plato (Chieri), con la quale la lancetta etilica torna nuovamente a 8.