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Beer Firm or not Beer Firm?

Recentemente ha fatto rumore la scelta dell’Akkurat, uno dei massimi “templi” della birra artigianale sito in Stoccolma, di eliminare dalla propria lista delle spine tutte le Beer Firm. Stene, patron del noto beerbar svedese, ha giustificato la decisione prendendo come esempio Mikkeller e la sua deriva assolutamente impersonale che lo ha portato nel 2011 a produrre (o a “disegnare”) quasi 100 birre diverse, tutte o quasi brassate da De Proef in Belgio. Ovviamente la cosa non è stata presa bene dal diretto interessato, con commenti decisamente piccati.

Cerchiamo di capire bene le motivazioni dell’Akkurat. Per un “novizio” della birra artigianale comprendere tale decisione non è semplice, soprattutto se le birre estromesse sono anche tra le sue favorite. Effettivamente è una scelta forte, che da addetto al settore sto ancora cercando di elaborare, tentato dal seguirla. Andrea Camaschella nel suo precedente articolo ha dato luce alla storia della Beer Firm in tutte le sue sfaccettature, una via che in molti stanno seguendo e che prescinde comunque dalla bontà o meno del prodotto finito. Il mercato che premia la scelta “artigianale” permette al momento alcune vie di fuga, una possibilità di improvvisarsi birrai seguendo le mode del momento. Tralasciando un attimo la situazione italiana, in Belgio si può trovare ormai una vera invasione di Beer Firm, basta recarsi allo Zythos Festival per rendersi conto della situazione. Cito sottovoce un nome a caso, che per ovvi motivi non posso fare, per cercare di dare una luce diversa alla situazione: il primo approccio personale con questo birrificio qualche anno fa fu disastroso, con le birre prodotte nell’impianto di proprietà assolutamente da dimenticare. Successivamente fu proprio l’amico Camaschella a consigliarmi l’assaggio di una nuova birra proposta dal suddetto “marchio” al Moeder Lambic St.Gilles: birra ottima, fragrante, pulita e ben fatta. Fu una grande sorpresa, subito mitigata dalla scoperta che la stessa era stata brassata non da loro direttamente (era come aver visto Kozak diventare Ibrahimovich in sei mesi) ma da De Proef, il cui tocco si sentiva eccome. I ragazzi tornarono successivamente a brassare in un loro impianto, e mi capitò di assaggiarne contemporaneamente una birra nella versione di De Proef e in quella autoprodotta: il confronto era stracciante in favore della prima, con l’altra veramente da lavandinare. Nel bicchiere mi si presentava una “fanga” imbevibile. Questo esempio può far chiarezza sul perché sia necessario sapere chi c’è dietro a una birra, un ragionamento che può sembrare romantico e non al passo con i tempi, forse dettato dalla personale amicizia con molti birrai che inevitabilmente trasmettono la loro personalità alla birra che producono, ma che deve comunque regalare uno spunto di riflessione.

Come infatti non riconoscere i tratti di un Riccardo Franzosi nelle sue birre di Montegioco, l’idea di Schigi dietro Extraomnes e il suo amore verso un certo Belgio, il tocco anglosassone di Pietro Di Pilato nelle Brewfist e così via, in un elenco ben noto agli appassionati e agli addetti ai lavori. Raccontare aneddoti su questi birrai e il loro modo di produrre è anche un buona maniera di fare comunicazione verso i “novizi” che si avvicinano alla birra artigianale: è inevitabile che solo conoscendoli di persona si viene in contatto con quanto detto e si potrebbero comprendere di più i dubbi sulla scelta o meno di proporre una Beer Firm nel proprio locale. Conosco molti Beer Firm, dietro alcune etichette spesso si nascondono personaggi realmente appassionati, pronti a lanciarsi nel mondo della produzione scegliendo una via economicamente meno pesante. Tante volte, però, si tratta di progetti “senz’anima”, che sfruttano semplicemente il momento, e mi accorgo purtroppo che sono la maggioranza. Infine, chi potrà ricordare il periodo De Proef di De La Senne avrà sicuramente in mente le loro Taras Boulba e Zinnebir completamente anonime: buone, per carità, ma senza personalità, senza possibilità di riconoscerci dentro la mano inconfondibile di Yvan e Bernard. Del resto De Proef, specializzato nel conto terzi, non può permettersi di sbagliare, e il più delle volte le birre sono belle come una Barbie, incapaci però di darti emozione. Ricordo un Yvan De Baets turbato che mi raccontava di come la porta di De Proef si chiuda dietro al birraio o al “designer” di turno, si consegna la ricetta, il laboratorio si chiude e al ritorno hai il tuo prodottino bello infiocchettato. Improvvisamente puoi dire ai tuoi amici di essere un birraio.