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Pianeta Birra 2008, impressioni e critiche

Lo so benissimo che non si giudica una fiera da un singolo stand così come non si giudica un produttore di birra da una singola bottiglia. Ma attraversare i padiglioni di Pianeta Birra, conclusasi lo scorso martedì 26 febbraio, e restare inghiottiti da quel “buco nero”, una sorta di “grotta di Polifemo” che forse doveva ricordare l’ambiente della discoteca Pineta di Milano Marittima (non lo so, non ci sono mai stato), mi ha dato una spiacevole sensazione di vuoto allo stomaco. Una percezione sfumata poi dall’incontro con la chiassosa, rutilante atmosfera assorbita tra i ministand dei birrifici artigianali, ma tornata all’assalto una volta iniziato il mio peregrinare tra gli spazi delle grandi o medie aziende. Molte le assenze importanti in termini di rappresentatività sul mercato e le impressioni raccolte, da Menabrea a Forst, da Radeberger a Interbrau, così come le voci riportate, tipo Carlsberg, suonavano come un bollettino di guerra composto da feriti e caduti in azione. Per stare nella metafora, il rischio che si corre l’anno prossimo è quello di parlare, in termini birrari ovviamente, di Mia, ma non intesa come Mostra internazionale dell’alimentazione ma piuttosto come Missing in action. Esattamente come ai brutti tempi del Vietnam.

La fiera, comunque, il suo bollettino l’ha rilasciato a spron battuto: 88.087 visitatori contro gli 87.943 dell’edizione 2007. Un bel +144 persone che sinceramente non mi sembrano un valido motivo per fregarsi le mani più di tanto. Ma così stanno le cose e bendarsi gli occhi pensando che tanto non cambierà nulla assomiglia ogni anno di più alla tipica tattica dei kamikaze giapponesi. Il fatto è, per dirla tutta, che Pianeta Birra mi sembra si sia impantanata in mezzo al guado tra una fiera commerciale e professionale e un evento mediatico e di pubbliche relazioni. Essere tutte e due le cose è impossibile allo stato del mercato e dei suoi principali protagonisti. Nella stessa fiera non possono convivere ragazzini sbronzi, mamme con passeggino e relativo marmocchio, insieme a manager più o meno rampanti e gestori di locali a caccia di novità. Il rischio che si corre è quello di diventare l’ennesima festa della birra, magari la più grande di tutte, ma buona solo a dare da bere a da mangiare a torme di assetati e affamati. Sarà anche evangelico come messaggio, ma visto che i venditori di arancini e di dolci siciliani vendevano esattamente come al mercato, mentre le birrerie regalavano il loro prodotto come da copione, forse qualcuno si è pure incazzato. E allora Rimini dovrà scegliere e comunque ripensarla questa benedetta fiera, nel tentativo di dare una speranza a un settore che, una fiera, se la merita davvero. Staremo a vedere…

L’importante, quanto meno, è che la grotta di Polifemo scompaia dalla vista. Bastava semplicemente chiudere uno dei padiglioni estremi e concentrare le presenze al “centro” che le cose sarebbero apparse diverse. Un “trucco” questo è vero, ma il fatto che gli organizzatori non ci abbiano nemmeno pensato è, a mio parere, leggermente inquietante.

 di Maurizio Maestrelli