L’onda artigianale contagia Guinness: in arrivo Dublin Porter e West Indies Porter

Guinness-responds-to-beer-landscape-with-Brewers-ProjectLa tentazione artigianale (o quantomeno “artigianaleggiante”) contagia marchi industriali di taglia via via crescente. In questi giorni è Guinness ad annunciare il lancio di due nuove etichette, “basate – recita il battage promozionale – su ricette riportate in documenti del diciottesimo e diciannovesimo secolo”; un massaggio che, evidentemente, pone forte enfasi sul lignaggio storico, e dunque sulla caratterizzazione tradizionale, delle ultime nate alla St James Gate Brewery. Ma la tinteggiatura “craft” sembra non essere solo marketing: entrambe le new entries sono frutto dell’utilizzazione di un impianto pilota, nuovo esso stesso, installato all’interno dello stabilimento dublinese e parte integrante di un programma, denominato “Brewers Project”, il cui obiettivo è quello di mettere lo staff dei birrai della compagnia nelle condizioni di poter sciogliere le briglie al proprio estro, sperimentando strade mai battute o recuperando (appunto) sentieri in passato già esplorate.

L’ottica, chiaramente, è quella di aumentare la propria capacità competitiva in un contesto di mercato in cui il “micro” ha sempre più appeal. Ma veniamo al dunque e presentiamo le due neonate in casa Guinness: si chiamano Dublin Porter (3,8%), dichiarata risalente a una ricetta del 1796; e West Indies Porter (6%), che invece avrebbe visto la luce nel 1801 e che avrebbe rappresentato una sorta di “via Guinness” alle Ales per l’India.