Beavertown Extravaganza 2017: cosa ci è piaciuto e cosa no

L’8 e il 9 settembre a Printworks – in un’ex fabbrica di giornali di 95.000 metri quadrati in Canada Water – è andato in scena Extravaganza, festival organizzato dal londinese Beavertown. L’evento è stato sicuramente un successo in termini di affluenza (biglietti sold out con qualche mese di anticipo) e dal punto di vista mediatico vista anche la presenza di oltre settanta birrifici molto quotati provenienti da tutto il mondo.

Il pubblico della birra che ha preso parte all’evento si è però diviso sul giudizio finale, come si può leggere dai commenti sui vari social. Cercheremo di fare chiarezza e raccontarvi brevemente un festival chiacchierato che, fischi e applausi a parte, si è ritagliato comunque un posto tra gli appuntamenti più importanti nel calendario internazionale.

La formula

I 72 birrifici avevano a disposizione un tavolo con un soprabanco a due vie dove ruotavano le 4 tipologie presenti durante la giornata. Per partecipare era necessario comprare in anticipo il biglietto online a 55 sterline più costi di gestione per un totale di 65 euro circa. Il biglietto assicurava la possibilità di bere gratuitamente durante le 7 ore del festival (venerdì 15-22, sabato 13-20).

Bicchiere

Il bicchiere dell’evento aveva una capacità di 10cl. A prima vista può sembrare un’inezia e per alcune, in realtà poche eccezioni vista la presenza massiccia di birre dalla beva non facilissima, di fatto lo è. Ma se avete comprato un biglietto per un evento come questo il vostro obiettivo è assaggiare più birre possibili e, in questa ottica e considerando le tipologie di birre presenti, diventa tutto sommato adeguato. Se si è particolarmente agguerriti si possono sempre prendere due bicchieri in mano, prelevabili gratuitamente all’ingresso, per provare entrambe le birre del birrificio senza dover fare la fila due volte. Nota di demerito: niente tracollina portabicchiere e nemmeno un pieghevole con le birre presenti.

File

Chi conosce questo mondo sa che ci sono birrifici quotati, con hype galoppanti che generano attesa e file agli eventi, in alcuni casi anche giustificate dalla difficile o assente reperibilità delle birre in Europa. Trillium (USA) aveva circa mezz’ora di fila, come del resto Omnipollo (Svezia) e J Wakefield Brewing (USA). In questo caso la voglia di assaggio va commisurata al tempo perso e al rischio delusione, anche perché molti birrifici bravi e autorevoli presentano tempi di attesa quasi nulli. In linea di massima tranne che per qualche nome le file erano comunque gestibili e scorrevoli.

Selezione delle birre

La scelta delle birre è ricaduta su prodotti particolari, molto amate dai beergeek, come accade in questi eventi: birre di alto grado alcolico passate in botte, fermentazioni miste, Farmhouse Ale, Fruit beer, Gose e Berliner Weisse. Se siete in cerca di basse fermentazioni di ispirazione tedesca siete finiti all’evento sbagliato anche se ad onor del vero potevate trovare anche uno snobbato Mahrs Bräu. Ma del resto qui i riflettori sono tutti per Imperial Stout, Wild e Sour beer. Dai nostri assaggi, forzatamente parziali, ci è apparsa sugli scudi, come da previsione, la selezione delle scure made in USA (Es: Cellarmaker Manhattan Barrel Vastness of Space, Cigar City Maduro, Lost Abbey Deliverance); meno brillante la batteria delle Sour a parte qualche eccellenza (Jester King Detrivore, Dry & Bitter Crimson Queen); poche le birre finite nel lavello, ma altrettanto poche le emozioni forti. Voto globale: 7.

Lavaggio bicchieri

Non abbiamo ben capito quali problemi tecnici insuperabili non abbiano permesso l’istallazione dei pratici lavabicchieri a getto, ormai rintacciabili in quasi tutti gli eventi. La scelta, discutibile, è ricaduta su dei grandi tank con apertura in basso che hanno spesso allagato le aree circostanti impegnando gli addetti ai lavori ad una asciugatura costante e ad un cambio serrato dei bidoni dei liquidi di risciacquo.

Birrifici italiani

Gli italiani presenti erano LoverBeer e Ducato: soltanto due rappresentati, un misero 3% per un Paese da anni ormai rinomato e autorevole. Nonostante in molti abbiano le carte in regole per meritare la presenza in eventi come questo l’Italia sembra pagare lo scotto di una Nazione che da una parte rifiuta certi meccanismi social e dinamiche commerciali (fortunatamente) e dall’altra la mancanza di infiltrazione dei nostri migliori birrifici in un certo circuito internazionale che conta.

La birra finita

Veniamo ad un punto dolente dell’evento. In molti si sono lamentati del fatto che alcuni birrifici hanno esposto il cartello Sold Out a circa metà evento. Dopo soltanto tre ore e mezzo molti banchi di assaggi avevano chiuso i rubinetti. Considerando che ad un evento di questo tipo con formula All you can taste è normale veder finire lentamente le birre, ciò che è condannabile è l’orario con cui si sono viste abbassare le prime saracinesche. Troppo presto sono venute meno birrifici importanti e il 50% circa degli stand era chiuso dopo 4 ore. Sicuramente un aspetto che doveva stimolare una riflessione per il futuro (troppo pochi 120litri giornalieri a birrificio) piuttosto che slogan celebrativi da parte dell’organizzazione, che tra l’altro aveva il vantaggio di sapere a priori l’affluenza.

 

Bagni

Bonus per i servizi igienici, aspetto non trascurabile visto che se ne fa un uso continuativo data la continua “idratazione”. Il numero era adeguato e dunque niente file, buona la pulizia (che in UK non è la prassi) e anche il look curato, con tanto di quadri, saponi profumati e creme idratanti.

Seminari e incontri

Forse chi ha partecipato non se ne è nemmeno accorto ma ad Extravaganza c’erano dei laboratori niente male con protagonisti birrai da tutto il mondo. Salotti dove poter ascoltare interessanti riflessioni ed intervenire con domande. Ma chi è disposto a sottrarre tempo alle frenetiche bevute?

Street Food

Una decina di truck assicuravano mangiari di strada di varia nazionalità: tacos e burritos, pizza, bbq, hot-dog, wraps, dolci e gelati, etc. File nella norma, pagamenti in cash o carta, qualità discreta. Lo spazio destinato era all’aperto ovviamente con il rischio pioggia sempre in agguato, del resto siamo a Londra.